blogdiary 1 – progetto agrivoltaico: Il Buon Pastore


Siamo nell’epoca delle affinità. I team di progetto che intuiscono che il lavoro collettivo può, e deve, essere una delle chiavi privilegiate con cui raccontare il mondo. Siamo nel mezzo di un cambio di paradigma, pare di capire da più parti. Così, con il collettivo di fotograf3 CESURA stiamo realizzando il progetto MADE OF EARTH sul tema dell’agrivoltaico applicato all’agricoltura.
Questa è la prima tappa di un viaggio – lento e “piccolo” – lungo mesi durante il quale incontreremo persone da Nord a Sud della penisola, pecore e vigneti, campi coltivati e orti, per capire dove sta andando il settore primario mentre il mondo brucia,  a causa del surriscaldamento globale, e il 70% della popolazione mondiale vivrà, già vive, nelle grandi metropoli, e la standardizzazione rischia di distruggere non solo la biodiversità del pianeta (vedi allevamenti intensivi) ma, di più, anche le economie dei piccoli produttori, chi non è “standard” perché la Natura è varia e complessa – un miele fatto sempre con lo stesso metodo nello stesso campo verrà in maniera diversa, a causa dell’umidità, del caldo, di come stanno le api; lo stesso vale per chi fa l’olio; per chi fa formaggi: è il “rischio” di chi lavori con gli agenti atmosferici, ancor di più oggi ai tempi dell’Antropocene.
Il vento estivo sotto il porticato di casa è caldo, le mosche girano attorno e non è che non siano fastidiose, ma non ci sono altri rumori se non la ventola delle celle frigorifere che conservano le forme di formaggio dell’azienda di Annarosa e Andrea, Il Buon Pastore di Montefiore Conca, attività che va avanti da 30 anni. Ci troviamo in un territorio di mezzo, fra la riviera romagnola (Cattolica, Rimini, Riccione) e il Montefeltro, la provincia di Urbino, territori di confine, di calanchi e fiumi (sempre più in secca anche qui).
L’arrivo notturno di ieri sera, con Marco Zanella di CESURA, e Filippo che fa parte della nuova generazione di fotograf3 del Collettivo, ha visto le temperature scendere sotto i 20°C, un record se si pensa che solo ieri mattina ero a Milano a 38°C. Le città diventano sempre più “isole di calore” (l’aria condizionata non basta mai). L’idea per il futuro allora, si diceva durante il tragitto, sarà quella di salire: bisognerà tornare a essere gente d’alta valle, se non proprio di montagna. Le città di pianura, la gente di pianura, il caldo, la mancanza d’acqua, i blackout sempre più frequenti. Non è un incubo post-apocalittico, è già in atto, è la realtà sotto i nostri occhi.

Non è un caso che siamo qui. Del resto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2026 come “anno internazionale dei pascoli e dei pastori”, e guardando alle mani capaci di Andrea e Annarosa si capisce quanto il “sapere” di queste persone – i pastori – abbiano dato nel tempo un contributo insostituibile alla preservazione dei territori, generando pascoli per gli animali, producendo formaggio, latte, carne per il sostentamento delle comunità.
Entrare nella dimensione de Il Buon Pastore significa andare al mattino presto con Andrea nelle valli sotto l’azienda, guardare le pecore brucare, e quel che mangeranno diventerà latte, il processo con cui vengono fatti a mano i formaggi Annarosa l’ha ereditato da suo padre, un pastore della Barbagia che venne qui negli anni 70. Quel sapere è passato e oggi con il latte crudo qui vengono preparati formaggi artigianali con le essenze e le erbe del territorio – cardo, erbe aromatiche, trebbia della birra, stagionatura in fossa – ma non solo: l’azienda si è dotata di un sistema di produzione energetica agrivoltaica, nel 2012, con cui copre completamente il fabbisogno della produzione, addirittura realizzando un surplus di energia che, dal 2027, verrà “immesso” in rete, a vantaggio della comunità.
Annarosa ci mostra le tecniche con cui colora la lana, la recupera dalla tosatura, un tempo era un prodotto di valore, oggi nemmeno uno scarto. Il mondo è cambiato, le nostre abitudini pure. Le erbe sul tavolino di legno colorate di giallo, verde, viola (apprendo che l’azzurro è il colore più difficile da ricreare, che si ottiene dall’ossidazione dei colori naturali che tendono al giallo).

La mattina le pecore al pascolo con Andrea, poi, Annarosa negli ultimi anni ha pensato di recuperare la lana delle 200 pecore del gregge, e con una tecnica empirica ha cominciato a preparare filati di lana, che colora mediante processi di fermentazione in vasi solari o con la tecnica dell’ammollo in acqua calda, tutto rigorosamente con essenze del territorio (anche se la sua preferita è la robbia, che ha una coloritura che va dal rosso al corallo al rosa).
Mentre siamo a pranzo sotto gli aceri, la tavolata di legno si riempie di chiacchiere. Penso che è vero che i pastori, chi abita la terra e la lavora, diventa un presidio territoriale, l’agricoltura che si auto-alimenta – grazie alle rinnovabili, in maniera pulita ed economica – ed è in grado di “bastarsi” ci dimostra che non occorre il gigantismo, che può bastare un orto come nei progetti prossimi di Annarosa e Andrea, che si può vivere di ciò che si ha, senza sprechi (personalmente, solo quest’anno mi sono accorto che il 40-50% del cibo nelle mense scolastiche viene buttato via ndr): non solo, per attivare i processi che trasformano il latte in formaggio, Il Buon Pastore utilizza il caglio vegetale, una ricetta “segreta” che viene dal passato, e che utilizza i pistilli dei fiori anziché il caglio animale. C’è una scelta estetica, etica, di relazione con il mondo naturale.
A pranzo, i formaggi spandono i loro aromi, nell’aria di fine luglio c’è odore di fieno tagliato, le cicale cantano. Non è l’apologia di un passato che non tornerà più né, tantomeno, lo sprovveduto tentativo di vivificare la campagna (“La terra è bassa”, diceva il mio bisnonno maremmano Quintilio). Ma guardando alla cura con cui vengono portate le stoviglie, ogni oggetto ha trovato il suo posto, o come viene affettato il pane, spostate le sedie, arrivano riflessioni sull’autenticità della vita che vogliamo (oppure no), lo stile di vita e la condotta che occorre, oggi, non per essere utopisticamente felici ma, perlomeno, contenti di ciò che si fa. Senza distruggere l’ambiente (qui si ricicla la lana ma anche si tiene un bicchiere fino a sera, così da non rendere necessario ogni volta lo spreco d’acqua e sapone dei lavaggi continui), e soprattutto con la concezione di vivere in modo leggero, nei pensieri di ogni giorno, e meno tempo dedicato alle distrazioni e ciò che, essendo virtuale, non avrà mai il sapore del tiglio, d’acacia, ma nemmeno delle nubi in transito nel cielo, dove un falco volteggia emettendo le sue grida stridule. Basterebbe alzare lo sguardo per comprendere che esistono verità oggettive, oltre la produttività, esiste il vento tra le dita , come scelta alternativa a un mondo che, volentieri invece, ci vorrebbe già pronti all’uso, possibilmente in scatola.