Sud Selandia, Stevns Klint UNESCO, e di giardini e Adventure Camp (con cervi) – blogdiary giorno 2


Ryan Taubert, nella playlist che mando random sul computer, suona la sua luce che manca nel mondo, ma io qui al centro di una radura ho appena visto un cervo riposarsi all’ombra di un albero, brucare, il piccolo è arrivato e lo ha sfiorato, appena, poi è andato altrove con la sua mamma. Sta calando il sole, fa 17°C ho visto prima, la nuova alba del mondo passerà dal Nord d’Europa. Vini, olio, ortaggi, ciò che abbiamo conosciuto nel Mar Mediterraneo per secoli si sposterà nelle terre dei vichinghi. Skull! Ma andiamo con ordine.
La parola di questi giorni è “autentico”, ho lasciato uno dei luoghi più autentici che abbia visto nel mio peregrinare, stamattina ho abbracciato Annette Syska di The Woodland Lodge, in direzione delle Stevns Klint. La campagna danese potrebbe somigliare alla nostra campagna medio-peninsulare, quel centro Italia che fa da spartiacque tra Nord e Sud, con meno colline, meno promontori, e più campi e orizzonte, quasi che fosse già la terra a dire i prossimi giorni che saranno. Qui, o altrove, che in fondo la vita chi la conosce.

Mi sono perso prima di arrivare all’appuntamento con Anne Rosell Holt di Klinte Tours (lungo il sentiero incrociamo una sposa, che augurio il vento) sulla spiaggia resti di fossili, alghe e denti di Mosasauri, un tempo qui era tutto oceano, tutto mare. Camminiamo sulle ossa di chi ci ha preceduto. Sarebbe una lezione da mandare a memoria per tutti, politici compresi, soprattutto.
Le rocce bianche di Stevns Klint sono diventate patrimonio UNESCO per la specificità di rappresentare tre ere, due estinzioni di massa. La stratificazione geologica la vedi alzando lo sguardo dalla spiaggia, osservando bene la terra che nei secoli il mare ha eroso, la piccola chiesa su in alto edificato pezzo a pezzo con le pietre delle scogliere, fino a che il costone è venuto giù. Viventi che si alternano. Batteri, 4 miliardi di anni fa, alghe, trilobiti, due miliardi, il Cambriano le estinzioni di massa, arrivano i dinosauri, restano i sauri volanti, antenati degli uccelli, la vita nel mare si propaga, altre estinzioni, il mare sale, tutto si trasforma e adatta. Tranne noi, tranne l’uomo che pensa di essere immortale, ci diciamo con Anne mentre risaliamo il costone verso il faro alla fine del mondo. Stevns Klint è l’ultimo lembo di terraferma prima del mare all’orizzonte da queste parti, una penisola dove vedi le ossa che hanno formato i continenti, la Scandinavia di sicuro…
A pranzo, con Henrik Thierlein capo ufficio stampa, al Rønnede Kro un edificio che risale al 1824, elegantissimo, sembra di essere di fronte a una liturgia rara e liberty, la medesima eleganza nei gesti di Silja, che lo gestisce, dal menù con prodotti locali (a max 10 km) mangio aringhe ai fiori di sambuco con pomodori verdi, insalata alla senape e maionese all’aneto, e poi patate novelle con cipolline, crema alle erbe e formaggio Vesterhavs, weissbier locale, e alcuni snaps (a Milano diremmo shottini ndr) alle mele, al cedro. Tra non molto saranno pronte 6 stanze per gli ospiti.

In macchina con Henrik ci spostiamo poi verso la ex abbazia di Gisselfeldt Kloster perché era una fortificazione e poi una dimora nobile, perché la Storia qui in Danimarca l’hanno fatta i Re e le spade, le porcellane (di cui v’è pure un’esposizione al primo piano) così come i commerci via nave – la bandiera danese è la più antica d’Europa, risale al 1219 – si cammina lungo la fortificazione attorno ai giardini segreti degli attuali reggenti, sembra d’essere in uno spazio alternativo, una faglia aperta tra due mondi: infatti, nei giardini di Gisselfeldt mentre percorri i sentieri tra il verde la vedi: la serra centrale di The Parade House, dove Stig e Greg hanno creato (con un gusto e un savoir faire che mi ricorda Walt Whitman, e il concetto di selvatico e gentile ndr) un mondo vegetale che attraversa il tempo e si dipana nei corridoi, lo puoi vedere mentre sorseggi il tè delle 15, tra gli anfratti delle ali laterali della serra, una con piante tropicali, l’altro lato pieno di piante tipiche delle zone fredde del mondo.

Si fa ora di andare, è già pomeriggio inoltrato, anche se il tempo è già rallentato. Passiamo sotto i cieli di Danimarca, nubiformi, stratificati, grigio-bianchi, i cavalli agli angoli dei campi, brucano pacifici, tutto sembra più calmo quassù, merito della capacità dei danesi di aver ereditato lo stile di vita concepito dalle democrazie social-liberali, diritto allo studio e alla sanità, ammortizzatori sociali, lo Stato che paga per le situazioni di difficoltà. Tutti diritti acquisiti che, in un’era come la nostra, sembrano utopie. E che invece esistono, basta appena varcare la frontiera del Nord Europa.

Camp Adventure dove dormirò stasera ci accoglie Marie Borgvardt, manager del centro, ci accompagna tra campi coltivati, orti a disposizione degli ospiti, dalle caprette che si rincorrono, le piccole anatre nella loro casina riposano, hanno appena tre mesi, e poi le saune sempre aperte, i campi avventura per i bambini e le bambine di tutto il mondo (soprattutto tedeschi, americani, belgi), la zona comune con bar e pergolati, persino una palestra di arrampicata con istruttori dedicati. Il Camp un mondo auto-sufficiente. E poi. E poi mentre Marie e Henrik mi accompagnano alla yurta dove dormirò oggi e domani, cucinando da solo, potendo accendere il fuoco nel braciere, li vedo: cervi, maschi e femmine, piccoli che galoppano lungo le rive del laghetto che si vede dalla piattaforma della mia yurta. Mangerò poco stasera non ho fame e ho imparato che, del corpo, bisogna sempre fidarsi. Stappo un’altra birra nel silenzio interrotto solo dal gracchiare dei corvi, le temperature calano (mentre in Italia mi dicono che il caldo resta, cosa accadrà nei prossimi anni lo vedremo). Faccio un bagno caldo prima della notte silenziosa.

E non so se è per via della birra locale, delle poche cose che mi occorrono stasera mentre guardo il tramonto (domani ci sarà l’eclissi di sole qui, per almeno un’ora, gli occhiali per vederla me li ha dati Henrik oggi a pranzo ndr) penso che vivere è anche una questione di pienezza, forse, un respiro all’aria aperta su una terrazza di legno, sentendo il respiro del giovane maschio di cervo che si riposa qui sotto di me, ad appena quanto sarà, venti metri, posso sentire il suo soffio vitale. Come stamattina sui faraglioni abbaglianti delle Stevns Klint. Tra le piante della Parade House. Domattina all’alba si sale sulla Torre nella Foresta del Camp Adventure, 45 metri sopra gli alberi, tutto cambia tutto evolve si adatta, le piante, gli animali, i fiumi il mare, forse dovremmo imparare a farlo anche noi. Nel più grande “noi” entro il quale siamo immersi, anche se (ancora) non ce ne accorgiamo.

  • Silvia |

    E allora cheeers, man, grazie per la frescura che è arrivata nella calura del nord Italia grazie a queste parole.

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