Sud Selandia, la Danimarca che non ti aspetti (in attesa di vedere le Stevns Klint UNESCO) – blogdiary giorno 1


Saranno quattro giorni, alla fine, di boschi e basse temperature. Nei giorni scorsi ho percorso le strade roventi dell’Italia dalla Maremma all’Umbria, poi Brescia, Roma, di lì la Puglia e la Calabria, on the road, stamattina sono partito presto da Fiumicino per la Selandia del Sud, un’ora da Copenhagen. E sarà per via del fatto che quando arrivo in Nord Europa mi sento “a casa” oppure perché mi sembra sempre che, qui, sappiano qual è il vero segreto dei giorni, quello che non ha nemmeno bisogno di essere detto.
All’arrivo nella capitale della Danimarca intanto, al posto dei 40°C italiani, trovo 19°C che poi durante il trasbordo in auto diventeranno 21°C. La campagna danese somiglia alla nostra del centro Italia, solo con più alberi e meno terreni secchi, e un orizzonte lungo, fatto di nubi stratificate e cieli che lasciano intravedere una modalità di vivere pacata, meno consumistica per certi versi, anche meno “cronovora” se così si può dire, o magari è solo per il fascino che queste terre del Nordic Manifesto esercitano su chi scrive.
Sarà poi perché scrivo da dentro un’ex stalla illuminata da luci e candele, o perché fuori al buio fuori, sono le 21:45 e non c’è nessuno tranne i pensieri nessuno tranne il lieve stormire delle foglie al vento.

L’ingresso in questi giorni danesi non poteva che essere migliore. Sono arrivato al The Woodland Lodge nel primo pomeriggio. L’edificio dalla tipica struttura a “L” richiama le vecchie case del Nord fatte di vetri smerigliati e locali caldi di legno, intavolato a terra, le camere sono una diversa dall’altra, merito del gusto di Anette Syska che dall’anno scorso ha aperto le porte agli ospiti: con me lo fa preparandomi una crostata di mele, disposta al centro della stanza dove beviamo il caffè, servito con crema e succo di frutti rossi. Il pomeriggio si muove come le nuvole, esco a fare due passi nel bosco accanto. Sarà così per tutti i prossimi giorni, appunto. Se gli anni appena passati sono stati “hard” questo tempo è “soft” fatto per pensare, riposare, cercare di comprendere in che direzione va il mondo, anche se il mondo non lo sa nessuno dove va, men che meno i politici e i fronti di nubi nere che si profilano all’orizzonte, ovunque, ai quattro angoli del pianeta in surriscaldamento globale.

Ma se c’è una ragione per continuare a viaggiare è la possibilità di vedere il bello, che resiste anche alle storture del presente, ai movimenti anti-diritti, al fascismo mentale che corrode e ci mette, tutti contro tutti. Mentre qui, nella casa di Anette si respira aria pulita, nella mia stanza – luci tenui e gialle, un sottile profumo di affumicato, il letto sotto la grande finestra – così anche in mezzo alla foresta. Scricchiola il tempo passo sulle foglie secche mentre Anette prepara un bagno antico fatto di fiori dentro la vasca allestita dentro una delle antiche rimesse della fattoria-edificio. Ed è un bagno d’altri tempi, per questo dovremmo smettere subito di essere performanti e tornare al tempo inefficace, un tempo pulito e spurio, sgombro il più possibile dall’efficienza.

A cena cuciniamo insieme accanto alla tenda, che sembra una yurta, verdure dell’orto al burro, pane passato al grill assieme alle patate, cipolle e carote, anche quelle dell’orto, così come le erbette tipiche della cucina danese, e scandinava in generale.
Il tempo, è il bene più prezioso e raro che abbiamo. Non bisogna farselo più scivolare via, addosso, non bisognerebbe fare altro che stare con chi amiamo, nei posti magici che esistono anche se il mondo è in fiamme, dovremmo tornare a sapere che siamo nature, non troppo distanti dal picchio che sento picchiettare il tronco di un albero mentre faccio il bagno della vasca all’aperto, davanti il bosco, i suoni del vento tra i rami, non c’è romanticismo, è mera descrizione di un istante. Che troppo spesso dimentichiamo di vivere. Forse perché continuiamo a far finta di saperlo fare. E non lo comprendiamo mai. Persino quando lo abbiamo lì, davanti a noi. E per un istante allora avremo compreso. Giusto il tempo di due birre, di portare via quel che resta della cena. Poi sarà la notte e le stelle e il mondo che si rintana nelle città per distrarsi. Qui ho acceso candele, in attesa del sonno, e no non capiamo né impariamo mai niente.

Ma le case lo sanno, al posto nostro, lo sa il prato e gli alberi, l’orto e il legno con cui è stato edificato questo spazio pacato e presente: la memoria dei giorni, i profumi, quel che avremo visto e provato, resterà attaccato alle molecole dei luoghi. Luoghi come questi, dove si può recuperare lo spazio del sé senza intaccare il mondo, che è sempre più grande, e più bello di qualsiasi esibizione, selfie, elargizione di verità. Domani mattina di nuovo crostata di Anette e poi verso le Stevns Cliffs, patrimonio UNESCO, nel tempo imprevedibile della Danimarca (anche se il verbo giusto da usare sarebbe “impredittibile”).
Anette a quest’ora starà finendo di sistemare in cucina, vedo le luci accese nella grande casa, è freddo a quest’ora buia, e nella solitudine arrivano i pensieri veri, quelli che non abbiamo quasi mai perché essere distratti è più facile. Qui invece, qui si preferisce lo stare insieme che mangia, beve, si rintana, scrive e vive, a due passi dalle alte scogliere bianche, ere geologiche altro che piccole vite che si sentono grandi. Se solo comprendessimo di essere così piccoli, in questo mare infinito, d’alberi e parole…

  • Silvia |

    Lì con te e con Anette e gli alberi … grata.

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