
A Tropea, dal 5 al 12 luglio un festival nato dalla necessità dell’inclusione in tempi declinanti e vili. Mentre il mondo si chiude e latita, e scarta e le policrisi ci rendono guardinghi, gli uni nei confronti degli altri. L’altro, gli altri, il rivale (che poi in indoeuropeo, viene da rivus ovvero semplicemente chi abita dall’altra parte del fiume), Teatro d’aMare parte invece dall’inclusione e la cura come pratica artistica, strumento di trasformazione dell’individuo e dunque della comunità.
Un fil rouge che attraverserà la decima edizione del festival diretto da Maria Grazia Teramo e Francesco Carchidi che, con Laboart lavorano per riattivare una delle località di mare più conosciute d’Italia, Tropea, che durante l’anno nel suo territorio, al di fuori dei mesi estivi, offre pochi spazi culturali (il teatro più vicino dista circa sessanta chilometri) ma, come spesso succede, è proprio l’assenza, il non transito – è nello “spazio bianco” come lo chiamava Roland Barthes – che si reintegrano il senso e la necessità. Soprattutto culturale, il “cosa fare”, per sé e per i luoghi.
«In questi dieci anni abbiamo imparato che la cura non è un gesto astratto, ma una pratica quotidiana che passa attraverso il tempo condiviso e la possibilità di costruire comunità dichiara il direttore artistico Francesco Carchidi –. Teatro d’aMare nasce da questa convinzione: creare uno spazio in cui artisti, cittadini e territori possano incontrarsi senza gerarchie, facendo del teatro un luogo in cui interrogare il presente».
Un festival che si occupa dei “margini” – intesi come periferia e individuo ma anche come processi espulsi, o messi all’angolo dal dibattito pubblico, il confine sul quale ci si blocca – il diverso, concetto su cui l’occidente dovrebbe impegnarsi maggiormente, e i diritti messi in discussione dalla violenza delle derive populiste – come il diritto alla sessualità delle persone diversamente abili (o solo, “abilmente diverse”).
«Crediamo che la cultura debba avere il coraggio di aprire domande, mettere in discussione gli stereotipi e immaginare nuove forme di relazione – continua Cachidi -. In fondo, prendersi cura significa anche riconoscere l’altro nella sua complessità e costruire insieme una comunità».

Il grande tema della relazione, che prevede il confronto, lo scontro: la relazione che passa non dal riconoscimento ma dalla complessità, senza bisogno di recriminazioni né, tantomeno, remigrazioni, e continua Carchidi: «Dieci edizioni ci hanno insegnato che un festival non costruisce una comunità da solo: può farlo soltanto se nasce da un lavoro quotidiano. Teatro d’aMare è il prolungamento di ciò che LaboArt porta avanti durante l’anno con persone con neurodiversità e non solo in un territorio che, terminata la stagione estiva, offre poche occasioni di incontro culturale e ancora meno esperienze pensate per accogliere le fragilità e le differenze. Vedere il festival “abitato” anche dai tanti visitatori che scelgono di fermarsi, assistere agli spettacoli e partecipare ai laboratori, ci restituisce il senso di un percorso che negli anni ha saputo creare relazioni reali», in particolare: «Abbiamo voluto che il festival si concludesse con un momento di riflessione condivisa insieme a CReSCo-Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, perché crediamo che il teatro debba anche interrogare le condizioni in cui quelle opere nascono, e il ruolo che possono assumere all’interno delle comunità. Parlare oggi di cura, desiderio, accessibilità e diritti significa interrogarsi sul senso stesso del fare cultura nei territori. Per noi questo incontro rappresenta il punto di arrivo di un’edizione che ha messo al centro le relazioni… tra artisti, operatori, istituzioni e cittadini. Se il teatro continua ad avere una funzione pubblica, è anche perché sa creare occasioni di pensiero collettivo, non soltanto di rappresentazione».
Che cosa significa dunque, prendersi cura degli altri? Per Laboart, dunque, portare in scena un teatro inteso come spazio entro cui le gerarchie abituali si modificano: chi viene normalmente collocato ai margini assume una posizione centrale, offrendo alla comunità nuove forme di immaginazione e conoscenza. Prendersi “cura” significa integrare, ci dicono eventi come Teatro d’aMare (nel suo doppio significato di “amare” e “a mare”, quello stesso mare che troppo spesso amiamo poco, o solo d’estate, e per il quale dovremo impegnarci così da ripulirlo dalla plastica che lo sta invadendo, a tutte le latitudini ndr) proteggere e salvaguardare gli abitanti e il territorio, prima che arrivino interessi finanziari o speculativi. Come? Immaginando spazi di creatività che possano coinvolgere le comunità che, in quei luoghi, ci vivono, li abitano, e dunque li “fanno” essere ciò che sono. Non solo un punto di passaggio ma, di più, un luogo attraversato da progetti e idee, che radicano, si innervano nel sottosuolo culturale e quotidiano.

Per queste ragioni, dice Maria Grazia Teramo, co-direttrice artistica: «L’associazione Laboart da 16 anni ha scelto di prendersi cura delle relazioni attraverso l’arte. Raggiungere la decima edizione è un traguardo importante ma anche un punto di partenza. Oggi sentiamo ancora più forte la necessità di uno spazio stabile e adeguato, non solo per ospitare spettacoli ma anche e soprattutto un luogo aperto in cui formazione, ricerca e partecipazione possano crescere insieme. Crediamo che investire in uno spazio significhi investire nel futuro di una comunità».
Intanto stasera in scena “Amleto al buio” di e con Roberto Latini, il 10 luglio si chiude con “La cura del desiderio”, un incontro sulla necessità di creare spazi, fisici e culturali, in cui il teatro possa esistere, e spazi in cui possa esistere anche il teatro con e per le persone con disabilità.
Il programma completo di Teatro d’aMare a Tropea è online all’indirizzo, https://www.laboartropea.com/teatro-damare#spettacoli.