Emergency di Davide Santacolomba: le nuove frontiere della musica, per il pianeta


“Ora che ho perso la vista ci vedo di più”, era la frase di una canzone dei Dream Theatre, in questo caso invece si potrebbe dire “ora che ho perso l’udito suono di più”, o “uguale” o “meglio” non importa.  Davide Santacolomba è nato a Palermo nel 1987. A otto anni riceve la diagnosi di ‘grave perdita uditiva’. Lo stesso, sceglie di studiare pianoforte, si diploma con il massimo dei voti e lode al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo sotto la guida di Giovanna De Gregorio e si perfeziona con Anna Kravtchenko presso il Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano.
Nel corso degli anni, Santacolomba avvia una carriera concertistica internazionale, esibendosi in Europa, Stati Uniti e Asia. È il primo pianista con impianto cocleare a esibirsi come solista con orchestra. Tiene TEDx e partecipa a progetti di ricerca legati al rapporto tra musica, tecnologia e percezione, tra cui un’esperienza presso Apple Park nella Silicon Valley. Dal 2021 insegna nei Conservatori italiani e nel 2024 vince il concorso nazionale.
Santacolomba ha una coscienza e una linea melodica che tenta di raccontare il mondo così come lo vediamo, e sentiamo, senza filtri, senza “addolcire la pillola” direbbe qualcuno. “Desiderio” è il suo primo album, in arrivo entro il 2026 (per INRI Classic / Metatron), e “Emergency” è il titolo del primo brano estratto.
https://music.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_l9knua3ZnPNxtcgRMOpnYNCqBBDgcfpQ4
Emergency sembra un invito alla collaborazione in tempi non cooperanti, anzi populisti e poco inclini alla cura, dell’habitat e dell’altro: perché questo titolo?
«Emergency è stato il primo brano che ho scritto ed è quello che ha acceso la scintilla da cui è nato tutto il progetto discografico. La sua origine è legata a una serie di immagini che non riuscivo a togliermi dalla mente. Penso gli incendi che hanno devastato l’Australia, i cieli rossi, i koala in fuga dalle fiamme, e subito dopo la pandemia, gli ospedali, le perdite, il senso di vulnerabilità che accomunava l’intera umanità. Parlo di marzo del 2020, all’inizio del lockdown. Ho avvertito una forte urgenza emotiva e comunicativa. Sentivo il bisogno di trasformare in musica ciò che stava accadendo intorno a noi, perché quelle non mi apparivano come emergenze separate, ma come manifestazioni diverse della stessa fragilità: quella dell’ambiente, delle relazioni umane e della nostra stessa esistenza. In quel periodo, inoltre, la sospensione forzata dell’attività concertistica mi ha dato finalmente la possibilità di dedicarmi al desiderio di comporre che coltivavo da tempo. Così, l’urgenza di raccontare ciò che stavo vivendo e il desiderio di scrivere musica si sono incontrati proprio in Emergency. Per questo Emergency non vuole essere soltanto la descrizione di una crisi, ma un appello all’ascolto. Viviamo in un tempo in cui spesso prevalgono la chiusura, l’indifferenza e la tentazione di considerare come nostri soltanto i problemi che ci toccano direttamente. La musica, invece, può ricordarci che siamo parte di qualcosa di più grande e interconnesso. L’emergenza di cui parla il brano non è soltanto quella delle catastrofi che occupano le prime pagine dei giornali. Esiste anche un’emergenza dell’attenzione, dell’empatia, della capacità di prenderci cura dell’altro e dell’habitat che condividiamo. La collaborazione, oggi più che mai, è una necessità concreta».
La musica come forma di narrazione, come la usi e qual è il messaggio ai tempi dell’Antropocene e dell’IA?
«Per me la musica è una forma di narrazione che non descrive i fatti, ma il modo in cui li attraversiamo interiormente. È vero che ogni brano di Desiderio, l’Album, nasce da immagini, esperienze ed emozioni vissute durante il periodo della pandemia, ma non vuole raccontare soltanto quel momento storico. Vuole raccontare ciò che accade nell’essere umano quando si trova davanti alla fragilità, alla mancanza, all’attesa, alla speranza. Se penso all’intelligenza artificiale, penso invece a una tecnologia che sta trasformando profondamente il nostro modo di vivere e di produrre conoscenza. Sono fenomeni diversi, ma entrambi ci obbligano a interrogarci su che cosa significhi essere umani. Credo che l’arte abbia il compito di custodire proprio questa domanda. In Desiderio cerco di raccontare quella tensione che ci abita tutti.
Il desiderio di libertà, di amore, di appartenenza, di futuro e di senso. È una forza che attraversa tutto il disco e che per me rappresenta il nucleo più profondo dell’esperienza umana. Allo stesso modo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, credo che il valore dell’arte risieda sempre più nella sua capacità di custodire ciò che è autenticamente umano. L’IA può elaborare informazioni e generare contenuti, ma l’esperienza vissuta, la fragilità, l’empatia, il dubbio e il desiderio restano elementi profondamente legati alla condizione umana. Per questo considero la musica non una fuga dalla realtà, ma uno strumento per comprenderla meglio. Se c’è un messaggio in Desiderio, è che anche nei momenti più difficili esiste sempre una forza interiore capace di spingerci oltre i limiti, verso un altrove possibile».

Sopravvivi con l’arte? Cosa diresti a una ragazza che volesse tentare la strada dell’arte, oggi? (a me viene in mente Jeff Buckley, da poco visto al cinema il docufilm “It’s never over” della Berg)
«Sì, oggi riesco a vivere grazie alla musica. Ho avuto la fortuna e la responsabilità di vincere un concorso nazionale e di insegnare pianoforte in Conservatorio. Ma non considero questo un punto di arrivo quanto piuttosto il risultato di un percorso lungo e spesso tutt’altro che semplice. Capisco perché mi fai questa domanda, credo che ci sia riferimento implicito alla mia storia personale. Essere artista non significa soltanto studiare, esibirsi o creare. Significa anche confrontarsi con i limiti che gli altri immaginano per te. Nel mio caso, fin da ragazzo, molte persone ritenevano che la sordità fosse incompatibile con una carriera musicale. Ho incontrato scetticismo e pregiudizi in diversi momenti del mio percorso formativo e professionale. Il prezzo più alto che ho pagato non è stato la fatica dello studio, ma il dover dimostrare continuamente che ciò che stavo cercando di fare era possibile. Inoltre, sempre proprio a causa o grazie alla mia condizione fisica, per molto tempo il pubblico mi ha conosciuto soprattutto come “il pianista sordo”. È qualcosa che fa inevitabilmente parte della mia identità e della mia storia, ma oggi desidero sempre di più che chi ascolta la mia musica lo faccia prima di tutto per la musica stessa. Vorrei che l’attenzione si spostasse dalla mia condizione al messaggio artistico che cerco di trasmettere. A una ragazza che volesse intraprendere questa strada direi anzitutto di non lasciare che nessuno definisca i suoi limiti. È vero che esistono ancora ostacoli, stereotipi e disuguaglianze che riguardano molte donne nel mondo professionale e artistico. Ma il talento, la determinazione e la passione non hanno genere. Le direi di studiare, di lavorare con disciplina e serietà, ma anche di custodire i propri sogni. Perché la mia esperienza mi ha insegnato che spesso i limiti più grandi sono quelli che gli altri proiettano su di noi. Se crediamo davvero in qualcosa, se perseveriamo e siamo disposti a lavorare duramente per realizzarlo, possiamo raggiungere traguardi che sembravano impossibili. Mi piace una frase attribuita a Steve Jobs: “Le persone abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo sono quelle che lo cambiano davvero”. Ecco, forse il consiglio più importante è proprio questo. Abbiate il coraggio di sognare in grande e un pizzico di follia per non smettere mai di credere in ciò che amate».

Per quando è prevista l’uscita di Desiderio, parola che viene da “de-sidera”, la distanza dalle stelle, che vuoto stai tentando di colmare?
«L’uscita di Desiderio è prevista entro la fine dell’anno. Mi ha sempre affascinato la sua etimologia, dal latino “mancanza delle stelle”, come se il desiderio nascesse proprio quando lo sguardo perde i suoi punti di riferimento nel cielo. È un’immagine che sento molto vicina, perché fin da bambino sono sempre stato attratto dall’universo, dallo spazio, dall’infinito e da ciò che sfugge alla misura immediata delle cose. In questo senso, il desiderio non è semplicemente un vuoto da colmare. È piuttosto una forza che mette in movimento, una tensione che ci orienta, anche quando non sappiamo esattamente verso cosa stiamo andando. Se penso all’album Desiderio, mi accorgo che ogni brano rappresenta una diversa declinazione di questa tensione: il desiderio di salvezza in Emergency, quello di ritorno e appartenenza in Mare Dentro, il desiderio di realizzazione e compimento nel brano Desiderio, quello di incontro con ciò che è assente in Verso Te, il desiderio di libertà in Freedom Song, di evadere dalla noia con l’immaginazione in Valzer della Noia, fino a dimensioni più visionarie e interiori come Carovana nel deserto e Tesseract.
Tesseract rappresenta la sintesi di tutte queste tensioni interiori, Carovana nel deserto, invece, è il senso della perseveranza e della speranza anche quando non si vede la strada.
Forse il vuoto di cui parla la domanda nel mio caso non è qualcosa da “riempire”, ma uno spazio di trasformazione. La distanza tra ciò che siamo e ciò che sentiamo di poter diventare. È proprio in quella distanza che nasce l’idea di “altrove possibile” che dà il sottotitolo al progetto.
In fondo, credo che tutti noi viviamo con lo sguardo rivolto a qualche stella lontana. E il desiderio è ciò che ci permette di continuare a camminare nella sua direzione, anche senza possederla mai davvero. Il mio desiderio personale è che la mia musica e il mio messaggio possano raggiungere il maggior numero possibile di persone. Da un lato per l’esigenza naturale che ogni artista ha di esprimere sé stesso e la propria voce; dall’altro perché questi brani nascono anche come inviti alla riflessione. Parlano del mondo, delle fragilità umane, della capacità di attraversarle, della speranza e della possibilità di uno sguardo diverso sulla realtà. Se riuscissero a toccare anche solo in parte queste corde in chi ascolta, allora avrebbero già compiuto il loro viaggio più importante».