William Carlos Williams, il vate di “Paterson”


Quanta lieve malinconia si trova tra le parole di William Carlos Williams. Accade ogni volta che ci si imbatta nell’opera di quello che viene considerato oggi uno dei caposaldi della poesia modernista americana. Ed è quanto accade, per magia una volta ancora, nell’antologia di prossima pubblicazione, A un discepolo solitario (Bompiani, collana Capoversi, 24,00€) dal 22 febbraio in libreria.

Venti neri da nord
penetrano cuori neri. Esclusi dall’
isolamento nei gigli fl agellano
per annientare –
Umanità animale
dove il vento la squassa –
voci stridenti, calore
più vivo, fatto di onde

Il volume a cura di Luigi Sampietro dà conto, in 480 pagine, di più di 40 anni di ininterrotta ispirazione. Poesie in lingua originale, affiancate dall’ottima traduzione di Damiano Abeni.
Nato nel 1883 a Rutherford, New Jearsey, dove morì nel 1963, Williams è stato uomo dedito allo studio, autore dalla vastissima produzione – prolifico sia nella poesia che in qualità di critico e saggista – nel suo mestiere ha sempre cercato di sviluppare una poetica in grado di sancire una definitiva, quanto riconoscibile, autonomia dalle ‘letterature europee’.
“Poet Laureate” vinse, tra gli altri, il primo National Book Award for Poetry nel 1950 e il premio Pulitzer nel 1963.

Il mondo delle sillabe di Williams ci viene incontro nell’antologia A un discepolo solitario in tutta la sua leggera, vaniloquente, quotidianità.
Non v’è dio nei giorni ma l’uomo. Non scusa né baratto o preghiera, in WCW, acronimo di andata e ritorno che vive, pulsa, e osserva da un finestrino l’inverno e le foglie, la placida scorrevolezza dei giorni che si susseguono tra odori di brioche appena sfornate, cani portati alla passeggiata al guinzaglio, i bambini giocano nel campo. Erbe spontanee e il suono di un confortante pianoforte. Vecchi copertoni, palazzi, colazioni nei bar, tutto è effimero nelle poesie di Williams, tutto coglie l’istante che si dissipa (a differenza di Shakespeare, che avrebbe scritto: “prima dell’alba”) nel poeta americano diviene, invece, poco prima della naturale trasformazione.
O di quando le liriche di Williams sfiorino gli oggetti, saldata al contorno delle cose che, tutte, ci sopravvivono, mentre noi, inconsapevoli, cavalieri siamo al soffio del vento. Una carezza, il tocco delle sue dita, aironi e prati sui quali chissà quando potremo tornare. Un giorno. Mentre le guerre e la povertà, Williams non si gira dall’altra parte, ci dice di guardare i treni che sferragliano nelle nostre città, prima che tutto questo, prima che la fine, non certo del mondo. Tutto inizia e finisce nei nostri occhi.


Cosa possiamo aggiungere noi, piccoli, esseri del vivente più grande, se non cogliere appunto il cauto vigore, l’estendersi di un asfodelo, la sassifraga che spacchi la roccia, o la tenue risalita della coccinella sullo stelo d’erba, gli operai alla pressa e lo stantuffo di un mondo che doveva essere migliore, più umano. Il Novecento si è infranto – “davvero difficile aggrapparsi con fermezza al progresso” – e, allora, scorrono sotto i nostri occhi lievi le parole non dette, le due guerre mondiali che hanno aperto la voragine nei cuori. La politica della repressione, e il controllo.

“sono le settimane desolate, oscure
in cui la natura nella propria sterilità
eguaglia la stupidità dell’uomo.

(…)
i bagliori e le esplosioni della guerra:
case delle cui stanze il freddo
è più grande di quanto si possa pensare”

William Carlos Williams è il poeta delle libertà individuali, nelle vene dell’America, al tempo delle masse disinformate. La scelta della propria isola alla deriva dei continenti, “trilioni di molecole” che si fanno da parte per far passare i nostri corpi, molecole incolpevoli.
E così la costruzione del verso è linea scorrevole e carreggiata, tutto è poesia ci dice l’autore di poesie eterne, come quelle scritte da un altro grande poeta, Robert Frost (del quale lo scorso anno è uscito il poderoso volume Fuoco e ghiaccio, nella traduzione di Silvia Bre, a cura di Ottavio Fatica, Adelphi, 30,00€) per la trasposizione al cinema del vate d’America, nel film Paterson di Jim Jarmush, con l’ottimo Adam Driver nei panni dello stralunato poeta alle prese con l’incanto dei giorni.