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“Il capitale è morto” di McKenzie Wark e “il peggio (che) deve ancora venire”

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Questo è un libro-Einstürzende Neubauten, i muri crollano,  quelli della nostra società capitalista.
Un libro-martello, come ne Il crepuscolo degli idoli di Friedrich Nietzsche. “Dio una creatura dell’uomo”. Soprattutto quando dio è diventato il denaro.
Il saggio di McKenzie Wark, Il capitale è morto il peggio deve ancora venire (nero editions, euro 18, trad. it. Chiara Reali) è maieutica e inferenza, avamposto della critica.
Se nessuno ha più il coraggio di dire che tutto finisce, l’eternità del Capitale spacciata per la nuova favola in cui tutti vivono (vincono?) felici e contenti. Ne sarebbe stato entusiasta Kurt Vonnegut, che nelle sue lezioni all’University of Chicago (qui) illustrava la forma delle storie: in questo caso, il capitale, il simbolo dell’infinito, l’uroboro junghiano, il segno dell’isteria a guardare bene. La dissociazione della nostra contemporaneità di credere che #andratuttobene, e poi invece serve ben altro. La determinazione, al tempo della limitazione delle libertà individuali in cambio della (apparente) pace sociale.
Il saggio di Wark è insurgenza al fulmicotone, è dai tempi dell’amato pamphlet del Comité invisible, L’insurrection qui vient che non leggevo qualcosa di così urticante e contestualmente abrasivo, poco incline all’auto-giustificazione con cui perdoniamo le iniquità del libero mercato, in verità sappiamo oramai appena una maschera per l’oligopolio: pochi gruppi e concentrazioni economiche, società o individui: 2.153 miliardari che, da soli, hanno un reddito superiore a quello del 60% della popolazione mondiale (4,6 miliardi di persone), dati: Oxfam, 2020.
Fin dalle prime pagine, l’autrice combina intuizioni efficaci e immediate a domande dirette: “Questo capitalismo … perché siamo così devoti al suo nome?” scrive infatti McKenzie Wark, scrittrice, insegnante di Media e Cultural Studies alla New School for Social Research di New York.
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Nell’analisi combinatoria del nostro presente tecnologico – dio è denaro, gli altri dèi sono morti, in fondo ci annoiamo – c’è spazio, nel saggetto di Wark (work?) un richiamo alle teorie marxiste, dopo 3 anni dal bicentenario però “Il Barba” viene qui trattato come bardo, uno dei più grandi poeti moderni: “Ha apportato alla lingua delle modifiche che sono rimaste… come ogni grande corpus poetico, la sua opera contiene moltitudini”.
Wark imposta l’attacco alla “musica del capitalismo” con un fondo techno, fa parlare “la sublime lingua del mio secolo”, come Guy Debord. Il capitalismo che si è sublimato, e non ci vende più merci. Ma idee. A volte le nostre stesse.
Nella civiltà dell'(auto)immagine, sul nostro economicismo dilettante, la smania di successo, desiderio di arrivare – 15 minuti, oramai divenuti 15 secondi, di celebrità: è il tempo, bellezza! – senza basi ma con il filtro giusto sullo smartphone, McK conduce un’implacabile analisi del nostro atteggiamento fideistico-asservito. Siamo acquiescenti, sì, e allora?, solo che ci hanno cambiato il finale, o per dirla con i francofortesi e T.W. Adorno, stiamo tutti subendo una riconciliazione estorta, Wark è sincretica persino quando parla della struttura dei sentimenti, incline al détournement l’autrice de Il capitale è morto attacca non le idee ma l’ideologia, irrispettosa della sociotecnica per noi così essenziale al quotidiano funzionamento dell’umano, o del postumano, o dell’umano tecnologico a cui ci siamo ridotti. Performance, redditività, finanza, riproduzione dei desideri più che solo sublimazione, siamo tutti Sisifo, senza specificità: la forma mitica del nostro corpus viene scambiato sul market place di Facebook, Instagram, ridurre ridurre ridurre e moltiplicare, poiché la ripetizione genera consenso.
Passando all’analisi del present continous Wark rivede le classi sociali (esistono?) in 3dominanti e 3subalterni, ce n’è per tutti: proprietari terrieri, i capitalisti, infine i vettorialisti (chi vende informazioni: da Google a Pfizer (!) fino a Walmart e Amazon) da una parte; dall’altra parte del grande fiume post-fordista, ci sono invece: i contadini, gli hacker che producono informazioni “nuove” e infine gli operai.
Benvenuti su e-Terra (il mondo online, il pianeta col prefisso e- il commercio globale) lo stesso “Le teorie sono fatte solo per morire nella guerra del tempo”, dice Debord.

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“La prima e ultima domanda che di solito viene posta riguardo alla tecnologia è se sia una cosa buona o cattiva”, il capitolo 3 Le forze di produzione apre con una domanda esiziale.
Se siamo usciti dal bosco e tutti gli dèi sono caduti, homo sacer è uscito e non ha più paura di niente. Fatale, il tempo è noia, da riempire con foto e post, acquisti online, siamo tutti chiusi, la pandemia è ovunque, soprattutto negli adolescenti, che prima venivano assimilati a hikikomori solo perché erano dei gamer, ma adesso che da oltre un anno non vanno a scuola, non vedono i compagni, e sono passati da “non posso uscire” a “non voglio uscire” va tutto bene. L’Economia capitalistica è in piedi. Il vaccino c’è, ma loro saranno (di nuovo) gli ultimi.
Il presente è una low theory e nessuno ha capito cosa succede. Forse negli anni scorsi, giusto Adorno e Pasolini, che “occupavano spazi residui che precedevano la mercificazione” avevano intuito qualcosa. Ma poi il tempo è accelerato. Viviamo in un nuovo tele-feudalesimo, vassalli della tecnologia. La Silicon Valley ci domina, e nessuno può fare più niente senza connessione. Nemmeno chi scrive queste righe.
Siamo sotto scacco.
Nel saggio di McKenzie Wark meritano poi una menzione speciale i capitoli 5 e 6, Una teoria della storia come macchina del tempo e La natura come estrapolazione e inerzia.
“L’Occidente è ora l’ex Occidente”, scrive l’autrice nel cap.5 “La sua economia è diventata qualcosa di diverso. Non è più capitalismo, è qualcosa di peggio. Qualcosa che ha sottratto ulteriormente alle persone il controllo sulla loro vita lavorativa e quotidiana, qualcosa che espande lo sfruttamento della natura fino a una possibile estinzione”, particolarmente cruda l’analisi e lo sconcerto nell’analisi del socialismo capitalista cinese, dove la narrazione mitica del partito ha modulato la propria combinazione in modo così sconcertante da far rimanere di sasso qualsiasi eventuale Marty McFly in un Ritorno al futuro possibile: “Il mondo non è abbastanza grande da potervi costruire l’ambizioso vettore globale della Cina o di chiunque altro … La rivoluzione tecnologica e quella scientifica” – si legge ne Il capitalismo è morto, il peggio è qui e ora: “insieme e contemporaneamente, spingono la biosfera fino al punto di crisi producendo allo stesso tempo le uniche informazioni attendibili che abbiamo sul cambiamento climatico e sugli altri sintomi dell’Antropocene”. E se in effetti: “La nostra è un’epoca in cui forze di produzione incredibilmente potenti stanno devastando il pianeta a un ritmo più veloce che mai”, la pulsione sterminatrice dell’uomo scrive Wark è, al tempo stesso, fatalmente, la sua stessa Cassandra. Lo sappiamo, eppure cosa stiamo facendo? McK cita l’accelerazionistico manifesto hacker del 2005, un doppio si aggira per il mondo, il doppio dell’astrazione: capitale e informazione concorrono al nuovo diritto di proprietà su una landa desolata e astratta, non più il reale, ma il pianeta virtuale.
Inautenticismo e Heidegger, per cui la tecnica – a fortiori, la tecnologia – non è mai neutra.
Forse è giunto il tempo di diventare acomunisti, nel senso del socialismo capitalista, il dio denaro a tappe forzate. Solo passando a un mondo identitario e basato su nuovi rapporti si potrà uscire dal nostro mostro quotidiano, chiosa Wark: “Lavoratori del mondo, separatevi!”, non dobbiamo avere paura ma riedificare un pensiero che si chiama futuro lontano da teorie vecchie, che non concepiscono questo mondo, bensì rieducarci al qui e ora. Pensare all’uomo, la natura, e il rapporto tra le forze del mondo.