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“Che cosa c’è da ridere” la domanda che ci riguarda tutti, di Federico Baccomo

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In Che cosa c’è da ridere (Mondadori,€18) Federico Baccomo si rivolge alla coscienza d’ognuno. Il tu ipotetico che siamo, o che vorremmo, “il terrore ha lasciato il posto a una dolce attesa”. E’ quello di Baccomo un romanzo per non dimenticare nessuna Shoah. Scritto con la seconda persona singolare, questo coniugato  scomodo “tu” rivolto al lettore.
Un libro confidenziale, intimo, spossato. Sulla risata che ci seppellirà tutti. La risata di un uomo, no anzi di un giovane, un ebreo dentro una camera a gas, insieme ad altri uomini, donne, vecchi, bambini. L’orrore e il cuore di tenebra del Novecento. Lo sterminio degli ebrei. Lo zyklon b: “Fare ridere il lupo seduto proprio lì, di fronte a lui, fare ridere il suo nemico”.
C’è un senso escatologico in questo libro di Baccomo, che risulta nuovo a chi lo legge. Il senso del peso della Storia che ci sta colando addosso. La storia di Erich, “un ragazzino di appena 14 anni, mingherlino” che, ad ascoltare l’autore, per meglio dire il narratore di questa vicenda, la voce narrante che recita la favola per indorarci la favola della Germania nazista, cresce mentre il 1914 esordisce nel mondo. Sono 100 anni e pure nel mezzo due guerre mondiali, diviso per brevi capitoli, inframezzati da una serie di vicende secondarie, intrecci, il Trio Italia, Clara, Rosa e Anita, il Topo Rosso, fino a che Erich incontra per caso (le cose migliori nella vita accadono per Caso) il comico Walter nel suo spettacolo che nonostante la miseria e lo sconforto incalza il suo pubblico, lo ghermisce, non lo abbandona alla noia del vivere: “Lei beve molto?” “Purtroppo no” “A quel punto mi ha visitato e mi ha detto che mi dava solo sei mesi di vita. Poi mi ha chiesto venti marchi” “Ma dottore non ce li ho venti marchi” “Va bene allora le do altri sei mesi”. Sono battute folgoranti, asciutte, dry, ein zwei, mentre i misteri si moltiplicano e pure la crisi economica si aggrava. Mentre Erich cresce, e arriva all’esordio davanti al suo di pubblico.
La storia degli ebrei allora dov’è si potrebbe pensare? Dove si dipana il filo di Arianna di Baccomo, perché esordisce in quel modo con l’orrore, con un incipit fuorviante, il peso di un genocidio e poi ci ritroviamo qui?
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La risposta è nella capacità di Baccomo di stare alla letteratura di genere – quale?, comico, storico, confidenziale? – come Paul Auster sta al romanzo contemporaneo americano quando scrive il suo bellissimo Mister Vertigo, il ragazzino che impara dal suo maestro a volare. Volare davvero. E allora anche qui, l’autore ci esorta a guardare dall’alto il mondo, l’esercizio di Icaro, non per schiantarsi al suolo con le ali sciolte dal Sole, quanto piuttosto con un’idea che sia inamovibile, da ora in poi, mentre la prima parte in Germania diviene la seconda in Olanda.
Alla fine del 1938 il cambio di scena, Baccomo scrive un testo Train de vie quasi cinematografico (qui un estratto dal film di Radu Mihăileanu), “dietro ogni matto c’è un villaggio” mentre in Che c’è da ridere ci sono vagoni-merce per uomini e donne, di lì a poco le leggi di Norimberga classificheranno definitivamente le persone in serie A, B, C e subumani, che cosa c’è da ridere del nazismo? che cosa c’è da ridere dei neofascismi, di chi inneggia alle dittature, ai nuovi populismi? che cosa c’è da ridere se la violenza si ripete e uccide “negri”, “froci”, donne: sono passati decenni, ci dice col sorriso Baccomo, e siamo ancora qui? Davvero! Un giudizio implacabile che non è un giudizio, piuttosto un pezzo di bravura.
Ed è come se Baccomo volesse farci digerire, per epitome, la furia e il male oscuro, pronunciando la formula magica di Harry Potter (per meglio dire del suo insegnante di Arti Oscure, Remus Lupin) “Ridiculus”: ovvero, alla paura non puoi sfuggire, puoi solo tentare di raccontare il male “Nemmeno addio riuscirono a dirsi, Erich e Anita. Lui, lo buttarono nel mucchio dei rastrellati, lei, la accompagnarono chissà dove, sarebbe tornata in Germania, dissero, tra i suoi simili”.
E’ così che si arriva nei campi di sterminio, dunque. E si torna agli inizi della storia, il destino e lo spianato viale dei miserabili, il recinto e il filo spinato. Si potrebbe facilmente cadere nella retorica, qui, nella spinta ulteriore sul pugno allo stomaco, che piega chiunque. Ma è nella terza parte, con un esergo che di Primo Levi recita l’eterno Se questo è un uomo, che Erich arriva in Polonia “Qui comincia l’orrore” la dichiarazione d’intenti contro la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Le ultime 50 pagine corrono a precipizio verso la fine della storia e degli uomini, l’ultimo giro e la follia nazista, i roghi e i treni stipati di vite da estirpare, gli zombi nei campi e la terra una landa desolata. La follia omicida del nazi-fascismo, la fine della dignità e la deportazione dei sentimenti.
Federico Baccomo, con la sua vena caustica già emersa in titoli come Studio illegale, non aveva mai fatto così male, non aveva mai fatto così ridere.