Scrivere dal punto di vista degli animali, anzi dal “calamaro vampiro dell’inferno”


E chissà cosa direbbe? Dal suo punto di vista sommerso delle votazioni in Brasile, le prossime in Israele, e poi saranno le Midterm negli USA: cosa direbbero, e cosa dicono, gli animali della deriva del mondo inquinato, di ritorno su diritti che sembravano acquisiti, sulla scarsa condizione femminile nel lavoro, e non solo? Cosa direbbe, in particolare, il “calamaro vampiro dell’Inferno”, che non è nemmeno un calamaro vero e proprio, quanto piuttosto una linea di sviluppo che sembra quasi anamorfica, in cui il piccolo essere in questione, col nome spaventoso, è ispirato dal suo aspetto oscuro: si tratta infatti di un mollusco con il corpo rossastro, o viola, dagli occhi grandi (rossi o blu, a seconda di come vengono illuminati dalla “luce” del mare) e con una membrana di pelle che unisce i suoi tentacoli, in tutto e per tutto simile a un mantello nero, che sembra appunto quello di un vamnpiro.
Ecco dunque la considerazione: di fronte a un organismo che sembra appena uscito da un libro di Lovecraft, o da una serie cli-fi (climate fiction), un organismo che vive tra i 600 e i 1200 metri di profondità, e che vive consumando bassi livelli di ossigeno (fino al 3%), e consumando pochissima energia – a differenza del genere umano, implementato dall’IA, “doppio energivoro” che rischia di mettere in ginocchio il nostro presente – e non è finita qui, il “calamaro vampiro dell’Inferno”, contrariamente al suo ingannevole nome, affibbiato dagli umani, si nutre di… neve marina (ovvero quel composto di detriti organici, fiocchi di plancton, feci e muco vari che precipitano dagli strati superiori dell’oceano, e appartengono agli altri animali degli oceani, una sorta di riciclatore).

Se si vuole leggere della meraviglia e dello stupore veri, dunque, che la Natura è in grado di creare (mentre noi perdiamo tempo ancora appresso ai venditori di soluzioni), nel 1981 lo scrittore ceco, naturalizzato brasiliano – di qui il gancio con le elezioni presidenziali brasiliane vinte da Lula contro il suo avversario emblema della deforestazione e del più becero capitalismo speculativo ndr -, Vilém Flusser scrisse Vampyro-teuthis Infernalis (appena uscito per Mimesis edizioni con la traduzione di Francesco Ambrosini e la postfazione di Govanbattista Tusa, 18,00 Euro).
Cosa pensano, dunque, di noi gli animali, e in particolare gli animali che vivono nelle profondità, nel mondo senza suono e senza luce dei terrestri? Negli oceani che stiamo plastificando, e che pure ci hanno dato la vita, dall’inizio dei tempi a oggi. Dopo che la materia oscura e il Big Bang generarono le galassie e le costellazioni e i primi organismi unicellulari, aerobici, cominciarono a popolare la Terra?
Proprio per queste sue caratteristiche di “svelamento”, il testo di Flusser ha una doppia valenza: una prima scientifica e una seconda antropologica. La bellezza di questo libro sta tutta qui. Attraverso il “calamaro vampiro dell’inferno” ci interroghiamo sul nostro mondo, che dal suo punto vista, appare capovolto e senza la benché minima importanza. A quelle profondità, cosa importa delle questioni piccole quotidiane, delle manifestazioni in piazza, delle beghe da salotto della politica nazionale? Nulla. Tutto è tachioni ed elementi primari, l’inconosciuta sostanza che manda avanti il mondo, mentre noi restiamo ciechi di fronte all’incanto.
Il calamaro vampiro si occupa della generazione futura, un animale intragenerazionale, dedito alla continuità e non alla mera sopravvivenza, quanto al miglioramento delle condizioni della specie, la sua è una comunicazione interoggettiva – scrive Flusser nel testo – fatta di nuvolette e colori, tentacoli luminosi che codificano le informazioni in bit di conoscenza. Noi umani che pensiamo agli animali come cibo stupido, scopriamo così che il livello di intelligenza dei calamari vampiri ci stupirebbe se solo ci sforzassimo di guardare la Luna anziché il nostro dito.
Creature delle stelle, questi piccoli esseri straordinari ci insegnano che se solo guardassimo al più ampio macrocosmo di cui facciamo parte, forse, dismetteremmo la meschinità e l’avidità, immaginando da sotto le tenebre del mare che il mondo lì fuori è composto e nascosto, e che non siamo certo noi esseri umani le creature più straordinarie sul pianeta, ma appena una delle tante forme di vita che lo popolano. Fino alla prossima estinzione.