“Bird Island”, l’album jazz di Yelena Eckemoff è una fiaba ambientalista


Un album che è una favola ambientalista: Bird Island, ultimo lavoro di Yelena Eckemoff, pianista e compositrice nata a Mosca, residente negli Stati Uniti, da oltre 30 anni.
Sonorità jazz e un album che racconta la storia di un gruppo di viaggiatori che, persi in mare durante una tempesta, attraversano un varco misterioso e approdano su un’isola tropicale sconosciuta. Esplorandola, così, i viaggiatori scoprono i suoi segreti più profondi: dagli abitanti che al tramonto si trasformano in uccelli giganti, a una sorgente magica che restituisce la giovinezza al prezzo dei ricordi.
Dopo collaborazioni con Peter Erskine, Trilok Gurtu, Paolo Fresu, fra gli altri, Eckemoff nella sua eco-fiaba sonora costruisce 13 tracce con la contaminazione tra generi che rappresenta uno dei marchi di fabbrica della sua composizione: fondendo strutture di matrice classica con elementi di chamber jazz, progressive rock, folk e fusion.
Eckemoff è un’artista indipendente che registra per la propria etichetta L & H Production, l’abbiamo raggiunta in occasione del rilascio del secondo singolo dall’album, “Secret of the Tribe” previsto per il 16 ottobre.
ANTEPRIMA VIDEO

Eckemoff ci ha parlato degli aspetti più ambientali di “Bird Island” e del perché sia così legata all’Italia…

Nel tuo album parli di isole tempestose e uccelli strani: come può la musica esprimere il linguaggio multietnico del mondo?
«Quale linguaggio musicale utilizzo per imitare le onde, il tuono, il cinguettio degli uccelli, lo scintillio dell’acqua e altri suoni della natura? Nel brano “Lost at Stormy Sea”, tratto dal mio prossimo album BIRD ISLAND, ho creato delle impressioni di onde e vento ululante attraverso veloci arpeggi di pianoforte e una chitarra elettrica lamentosa, supportate da un basso e una batteria pulsanti. Tuttavia, il mio obiettivo come compositore è quello di dipingere diverse immagini attraverso l’espressione di sentimenti personali, piuttosto che limitarmi a utilizzare tali “formule” di vocabolario musicale. Ad esempio, nel brano “Secret of the Tribe” (in uscita come singolo il 16 ottobre 2026) – in cui gli isolani si dirigono verso le scogliere al tramonto per trasformarsi in uccelli giganti – la musica passa da una processione allegra e senza fretta a una melodia drammatica che si sviluppa in improvvisazioni intense e cariche di emozione. Quando gli uccelli atterrano e ritornano umani, la musica si ridimensiona.
Per accompagnare la mia musica, scrivo spesso racconti e dipingo opere d’arte, mostrando agli ascoltatori le fonti della mia ispirazione in forma verbale e visiva. Le mie narrazioni e le mie opere sono di fantasia, ma implicano comunque molta ricerca e approfondimento degli argomenti. Ad esempio, quando lavoravo al mio progetto “Le avventure del fiore selvatico”, ho scoperto che le piante comunicano attraverso l’aria rilasciando sostanze chimiche e attraverso il terreno secernendo sostanze chimiche. Questi segnali costituiscono il linguaggio universale compreso da tutte le specie di piante e insetti. Allo stesso modo, mentre scrivevo la storia per il mio album “Lonely Man and His Fish”, ho fatto molte ricerche sul comportamento di varie specie di pesci d’acquario per assicurarmi di non travisare le loro caratteristiche fisiche e comportamentali. In altre parole, per me comporre musica è connesso all’intero ecosistema che mi circonda, che percepisco e interpreto attraverso i suoni, dove le condizioni meteorologiche, le diverse specie e la vegetazione si sovrappongono come elementi di un’orchestra. Cerco di esprimere questo linguaggio unificato della natura nella mia musica».


Una delle variabili più importanti – e interessanti – nella composizione (musicale, ma credo anche narrativa) è il TEMPO: come lo utilizzi nelle tue opere?
«Nell’album “Colors”, tratto il TEMPO come l’arco della vita, dove quattordici colori rappresentano quattordici diverse fasi della vita.
Nell’album “Adventures of the Wildflower”, aggiungo la rinascita al ciclo vitale e il TEMPO diventa il ciclo stesso.
Negli album “Cold Sun” e “Grass Catching the Wind” il TEMPO è una sequenza delle stagioni.
A quanto pare, posso anche rallentare il TEMPO: Thom Jurek di AllMusic ha detto che “Rattlesnake” dall’album “Nocturnal Animals” fluttua nel tempo.
Anche il TEMPO gioca un ruolo fondamentale nel modo in cui sviluppo la mia musica. Quando compongo, lascio spazio all’improvvisazione. In studio, il TEMPO che ho scritto incontra il TEMPO dell’improvvisazione.
Anche il tempo influenza la percezione della mia musica: Carol Banks Weber ha detto che i miei ascoltatori devono essere pazienti, come un appassionato di birdwatching o un giardiniere.
Il trombettista Verneri Pohjola, dell’album “Blooming Tall Phlox”, ha dichiarato nel video promozionale dell’album che le sue melodie impiegano molto tempo a svilupparsi: “La sua musica ha sempre un’atmosfera forte e le melodie si evolvono lentamente, e le forme sono interessanti: non è la solita roba ABA, è più come se scorresse in avanti costantemente.”
A volte, mi avvalgo della mia musica per riprodurre sonorità tipiche di determinati periodi storici. Per ricreare l’atmosfera di quel periodo nel mio album “Scenes from the Dark Ages”, ho composto melodie che richiamano la musica medievale, ma ho optato per un suono complessivamente moderno, con influenze prog rock.
Nell’album, BIRD ISLAND, il brano “Innkeeper” evoca un’epoca disco, quando gli eroi della mia storia ascoltano una canzone del loro passato (“Innkeeper” ricorda un brano strumentale disco). In un altro brano, mentre gli eroi della mia storia si ritrovano coinvolti in una cena slava, ho incorporato una popolare melodia folk russa in “Another Night at the Inn”, che eseguiamo in uno stile funky jazz.
Il brano “Trapped in Time” dal mio album “Forget-me-not” ricorda in qualche modo la musica tribale africana (grazie anche all’ispirato lavoro percussivo di Marilyn Mazur), quindi il TEMPO in cui qualcuno è intrappolato viene suggerito – senza ulteriori spiegazioni – dal suono stesso della musica.
Infine, il TEMPO in musica può significare, letteralmente, un’indicazione di tempo in cui un brano è scritto. Ad esempio, ho i brani “Five” e “Seven” (dallo stesso album, “Forget-me-not”) scritti in 5/4 e 7/4».

È possibile guadagnarsi da vivere con la propria creatività indipendente in un mercato – come la vita stessa – sempre più caratterizzato da forti concentrazioni? Qual è lo stato attuale del mercato della musica jazz in America?
«Poiché detengo tutti i diritti sulla mia musica, sono fortunata a guadagnare almeno qualcosa dallo streaming e dalla vendita di CD (che calano di anno in anno), anche se non riesco a vivere né a coprire le spese di produzione musicale. In realtà, io e mio marito abbiamo faticato ad arrivare a fine mese da quando siamo immigrati negli Stati Uniti senza soldi e senza alcun tipo di sponsorizzazione. Tutto ciò che abbiamo e che siamo riusciti a realizzare è frutto di duro lavoro, dedizione e molti sacrifici. Come artista, non ho mai ricevuto commissioni, sovvenzioni, premi o sostegno finanziario. Per aiutare mio marito, che lavorava duramente, a provvedere alla nostra famiglia composta da tre figli e, in seguito, dai miei genitori anziani, ho suonato in recital, ho lavorato come musicista in chiesa, ho dato lezioni di pianoforte e ho accettato qualsiasi altro ingaggio mi venisse offerto, come matrimoni, funerali e ricevimenti. Ma è sempre stato così. Le grandi etichette discografiche guadagnano solo con pochi artisti, e tutti conosciamo i loro nomi. I musicisti “meno fortunati” devono sopravvivere alla giornata, dato che il governo statunitense non offre alcun sostegno agli artisti. Molti giganti della musica del passato sono morti in povertà, mentre la maggior parte del denaro è andata a pochi musicisti oggi completamente dimenticati.
Nel mio caso, non aiuta nemmeno il fatto che io viva nella Carolina del Nord rurale, mentre il jazz statunitense è concentrato nei mercati di New York, Chicago e Los Angeles, soprattutto intorno ai club e ai college di quelle città. Per avere successo nel mercato jazz statunitense, un musicista deve risiedere in uno di questi “centri” per avere la possibilità di avviare una carriera da musicista che gli permetta di guadagnare qualcosa. Billy Hart, uno dei più importanti batteristi jazz viventi che ha suonato in quattro dei miei album (il quarto, “Forgotten Artist”, uscirà nel 2028), mi disse 12 anni fa: “Yelena, devi trasferirti a New York. Potresti lavorare come musicista di supporto e creare contatti musicali in vari locali. Sarebbe utile anche se insegnassi in istituti scolastici di New York”. Risposi a Billy che non riuscivo a immaginarmi a vivere in una metropoli frenetica e che avevo bisogno delle mie pinete rurali della Carolina del Nord intorno a me per respirare liberamente e fare musica. Inoltre, l’immigrazione e la crescita dei figli con un reddito molto limitato avevano divorato una grossa fetta di anni del mio sviluppo professionale. Invece di cercare di intraprendere una carriera da musicista, ho trascorso anni a comporre musica in silenzio nel mio studio MIDI e, in seguito, a provare a guidare una band locale. Alla fine di quel periodo, ho aggiunto una dimensione internazionale alla mia attività musicale stringendo proficue collaborazioni con musicisti americani ed europei affini, il che ha dato una spinta decisiva alla mia carriera e ha innescato la “valanga” dei miei dischi. (Dal 2010 ho pubblicato 24 album.) Eppure, a quanto pare riesco a influenzare, seppur nel mio piccolo, il mercato jazz statunitense. Una figura di spicco del jazz americano, famosa in tutto il mondo, mi ha confidato in via confidenziale che negli Stati Uniti sono considerato un “musicista per musicisti”, ovvero i musicisti ascoltano i miei dischi per trarne ispirazione».

Hai registrato questo album a Udine; il Friuli è una regione carsica: cosa ti ha offerto questa regione selvaggia e incontaminata in termini creativi?
«Preparo tutta la musica per le mie registrazioni mesi prima di entrare in studio. Quindi, era troppo tardi perché la natura di Udine influenzasse la mia creatività, se non per il fatto che mi sentivo rinvigorito tra i vasti vigneti del nord Italia, con le montagne all’orizzonte nelle giornate limpide. Dopo la registrazione, sono andato al Mar Adriatico e ho trascorso un po’ di tempo passeggiando sulla spiaggia e respirando l’aria di mare. Il Mar Adriatico è molto diverso dall’Oceano Atlantico che frequento in Carolina del Nord. L’atmosfera è diversa, e gli odori, persino le onde e le conchiglie, sembrano diversi. L’Oceano Atlantico è come una bestia enorme, a volte piuttosto spaventosa. Il Mar Adriatico è più domato, se uso il termine giusto. Si potrebbe quasi dire che il mare è stato addomesticato dalla lunga civiltà che ha vissuto sulle sue coste. Ho portato con me i ricordi del Mar Adriatico in Carolina del Nord. Dopodiché, ho lavorato alla musica per il prossimo album. Le impressioni del Mar Adriatico potrebbero essere confluite nell’album “Immanuel”, che ho registrato nell’agosto del 2026 in Finlandia».