Vita di O.-G. Gaillard, Tagliaboschi e poeta


Ci sono libri perfetti e asimmetrici, tondi e mordaci. Il protagonista di questo romanzo è un personaggio che non è mai esistito, forse, è un’invenzione. Ma perché, invece, verrebbe da dire, come sono le nostre vite immaginate, pubbliche, pubblicate?
Olivier-Georges Gaillard è uno degli ‘strambi’ che raccontano lo sbilanciamento dell’esistenza. Quella di ognuno. Il modo di stare al mondo di O.-G. è simile al pulviscolo, come del resto devono i maudits d’ogni spazio e tempo, i maledetti nel fango che si rivoltano tra le cose, piccole e invisibili. La vita di questo tagliaboschi e poeta una goccia riflessa nel presente, quasi che a vivere fossimo noi, anziché il tempo.
Vita di O.-G. Gaillard, Tagliaboschi e poeta (Edizioni Ventanas, trad.it. Paola Villalta, €16) esce oggi ed è la prima traduzione italiana di un libro di Christophe Ségas, che in Francia ha già pubblicati sette romanzi. Ségas concepisce un libro-mondo senza specie, un a-romanzo letterario, come certi locali di Berlino, capaci di arredare poltrone in strada e usare carta da parati, musica jazz in sottofondo, al sabato mattina. Ségas scrive, e pensa, leggenda; intuisce che certe vite non si salvano ma, forse, salvano gli altri viventi. Il tempo e la meraviglia che ci circonda. Le voci che sussurrano, il senso delle cose. Non è dato sapere da cosa, o da chi. Lo fanno e basta.
Quella che segue è un’intervista via mail all’autore: «Scrivendo – risponde – tento di ascoltare gli uccelli che lottano con i rumori del traffico e dei motori delle fabbriche».

Nella vita di O.-G. Gaillard esiste un rapporto tra l’uomo e le nature (al plurale); cosa impariamo parlando il linguaggio interspecifico?
«Metti il dito su un problema cruciale. Cosa fare della parola (e del concetto di) “natura”. Dopo aver letto Oltre natura e cultura di Philippe Descola, non so mai se usarla oppure no, senza però sapere con cosa sostituirla. Al plurale, potrebbe essere una soluzione. Quel libro di Descola, d’altronde, è alla base della scrittura di Vita di O.-G. Gaillard – e dei miei due precedenti non ancora tradotti: Le nageur unijambiste (“Il nuotatore con una gamba sola”), Éditions du Chemin de Fer; La Sous-Bois, (“Il sottobosco”), Éditions des Monts Métallifères… Descola mostra che il concetto di “natura” è recente (del Rinascimento, diciamo), che è molto europeo-centrico, e indica la cesura operata tra l’uomo (europeo) e il suo ambiente. Da un lato c’è la natura, l’ambiente; dall’altro c’è la cultura, cioè le invenzioni di un’umanità la cui relazione privilegiata con Dio lo sottrarrebbe alla bestialità e alla barbarie. È questa scissione che ha permesso all’uomo europeo di considerare la natura – esterna rispetto a lui – come una riserva di risorse sfruttabili. Quella maniera di stare al mondo, Descola la chiama naturalista. Gli animisti, al contrario, vivono in simbiosi con la natura».
Ségas è nato a Bordeaux nel 1975, cresciuto nelle Lande, regione affacciata sul Golfo di Guascogna, ricoperta per quasi tre quarti dalla più grande foresta (una pineta) della Francia continentale. Oggi vive a Brive-la-Gaillard, in Nuova Aquitania, dove insegna francese alla scuola secondaria, e prosegue: «In Vita di O.-G. Gaillard, ci sono effettivamente diverse nature: la natura-faggio, la natura-pino, la natura-lingua, la natura-musica, la natura-umana, ovvio, la natura-delirio ecc. ecc. – e, come tu sottolinei, tutte le nature entrano in relazione le une con le altre. Queste relazioni non sono mai uno scambio neutro. Quando Olivier-Georges si dedica alla scrittura, non utilizza la lingua come un semplice strumento che permette di trasmettere informazioni. Vi si confronta come con una materia prima, la cui manipolazione avrà delle conseguenze sulla sua propria natura. Direi che la usa come veicolo di trance, o una sostanza psicotropa. I flussi di scrittura di Olivier-Georges – quello che gli altri chiameranno le sue poesie – lo trasformano. Allo stesso modo, quando i pini parlano dentro di lui, lo trasformano in veicolo dei loro discorsi; gli alberi suonano O.-G. come lui stesso suona il bandoneon – O.-G. è lo strumento musicale dei pini. Il fatto di essere suonato dai pini trasforma O.-G. in un essere violento e, forse, in un poeta. I rapporti interspecifici insegnano alle differenti nature a lasciarsi contaminare da altre. Il rapporto interspecifico conduce a una ibridazione. Anche se appartiene dalla nascita alla natura-faggio, O.-G. si vede contaminato dalla natura-pino, quando deve esercitare una professione, dalla natura umana/estrattivista – diventa allora un tagliaboschi. Alla fine, accettando di essere contaminato dalla natura-lingua e dalla natura-voce, troverà la sua strada».

Chemin de Fer-Paris

Perché abbiamo paura della foresta?
«Perché temiamo che, addentrandoci troppo, ci catturi a causa delle nostre inclinazioni, quelle che più le sono vicine: la nostra barbarie. Abbiamo paura che la foresta ci assimili. Siamo dei selvaggi repressi, la nostra barbarie è contenuta da “dighe” che sono: la morale, l’educazione, le istituzioni, le strutture sociali. E temiamo che le dighe cedano. Siamo stati educati a mantenerle in tutti i modi al loro posto, perché le nostre vite rimangano sul dritto cammino della civilizzazione, che è il contrario del cammino caotico della barbarie. O.-G., lui, non ha mai cercato di mantenere le dighe al loro posto. È un selvaggio nel senso etimologico della parola. È stato concepito in una foresta (silva in latino, dalla quale derivano la parola francese “sauvage”, l’italiana “selvaggio”, la spagnola “selva”… e il nome della sorella di O.-G., Sylvia), poi ha vissuto in un’altra foresta. È forse la sua natura selvaggia che gli ha vietato di integrarsi alla civilizzazione. E che, agli occhi dei moralisti e dei civilizzati, fa di lui un mostro. Abbiamo paura della foresta perché temiamo che riveli il mostro che siamo nel profondo di noi stessi. Abbiamo paura che dissolva le barriere che abbiamo eretto tra la nostra natura-civilizzata e la nostra natura selvaggia».
Il libro mette in forte risalto il senso del sacro, che non è il religioso. Per il tuo O.-G. cosa rappresentava: un confine, un superamento, un’apertura?
«All’inizio O.-G. non ha il senso del sacro. Si arrangia come può per vivere nel mondo strettamente materialista che il suo ambiente socio-culturale gli offre. Quando è “catturato” dalle voci dei pini, sono sua sorella, e sua madre, a immaginare che sia posseduto. Poi i nonni lo portano da uno psicologo: trattano le voci come i sintomi di una patologia. Più tardi, quando inizia a trascrivere le voci dei pini, un mistero emerge dai suoi testi. Testi a priori incomprensibili; bisogna scavare per estrarne una specie di significato: delle poesie. È proprio a questo scavo che si dedicano la sorella di O.-G. e il biografo. Da quel mistero nasceranno le condizioni per una pacificazione, che sarà lunga a realizzarsi, e che O.-G. accetterà dopo molto tempo. Sarà solo a partire da quel mistero che si aprirà al sacro – nell’ultimo quarto del libro ndr – e diverrà una specie di meditante. Per O.-G., il sacro all’inizio è una dimensione della quale non ha consapevolezza ma che finirà per attirarlo, violentemente, nella sua sfera di influenza – fino a trasformarlo (in errante, in asceta, in musicista, in poeta)».
O.-G. è, a quanto pare, anche la voce della libertà individuale, non è vero? E perché la scrittura, in un certo senso, lo «salva»?
«Quel che è certo, è che O.-G. non sopporta nessuna autorità. Tuttavia, dubito che abbia voluto essere la voce della libertà. Non trasmette nessun messaggio consapevole. La sua vita e le sue poesie acquistano un senso solo per il lettore. Che vede soltanto un disordine, al quale attribuisce scarsa importanza. In compenso, si libera attraverso la voce della scrittura. La scrittura deriva dalle violenze e dalle tensioni che ha subìto. La scrittura è anche una deriva (un delirio) – e cosa c’è di più libero del delirio? Tuttavia, la scrittura lo salva? Visto come finisce il romanzo, senza fare spoiler, ne dubito. Ma gli avrà almeno permesso di percorrere dei sentieri che senza scrivere non avrebbe mai percorso; gli ha permesso di diventare qualcosa di un po’ diverso da quello a cui lo destinavano la scuola, la sua famiglia, la società (tagliaboschi) – gli ha permesso di ibridarsi con altre nature. Possiamo dunque dire che O.-G. trova una forma di libertà attraverso la scrittura».
O.-G. è un orfano; che cos’è «l’orfanità» come condizione umana? Di chi o di cosa siamo tutti orfani, oggi?
«O.-G. è stato concepito nel Massiccio Centrale, dove erano in vacanza i suoi genitori, “sotto il segno” del faggio. Nove mesi dopo sua madre lo ha partorito in una regione di pini – le Lande. È questo il suo primo orfanotrofio – in francese, la parola “orfanotrofio” ha due significati: 1) il fatto di essere privato dei propri genitori (i faggi); 2) il luogo in cui vengono accolti gli orfani (la regione dei pini). Ma poi, i suoi genitori biologici muoiono quando ha due anni. È il suo secondo orfanotrofio (primo significato, in francese). Possiamo dunque dire che O.-G. è due volte orfano. Prima perché è stato privato dei faggi; dopo, dei suoi genitori biologici. Certo, possiamo estrapolare. Strappato alla regione degli alberi che hanno presieduto al suo concepimento, diverrebbe l’immagine di un’umanità che si è allontanata dai suoi ambienti naturali – in particolare, dalle foreste. Saremmo dunque tutti degli orfani della natura».

Il concetto di corpo è molto interessante nel libro: questo corpo maltrattato, violento, incline alle risse. Qual è la geografia del corpo di O.-G., e quale geologia degli affetti porta dentro di sé?
«Il corpo di O.-G. è un problema. Essendo stato concepito su un territorio di faggi, è costituito in gran parte da una natura-faggio. Quindi, O.-G. è costretto a essere un faggio in una foresta di pini. Tuttavia, in questo caso, almeno all’inizio, non ha un punto di riferimento con cui identificarsi. Si identifica in maniera totalmente disordinata a tutte le nature che incontra. Ma gli altri lo respingono: i pini lo considerano un intruso; gli altri bambini hanno paura di lui; gli adulti lo trovano bizzarro. Quei rifiuti uno dopo l’altro impediscono a O.-G. di formarsi, di ri-conoscersi, come essere vivente singolare. È invece plurale come lo sono le nature con le quali cerca di identificarsi. In quel contesto il rischio è che si disperda, si spezzi. La violenza esercitata e la violenza ricevuta (con una certa sensualità), la sessualità, sono i modi che O.-G. ha trovato per disegnare i confini del suo corpo, per non spezzarsi, non disperdersi. Se O.-G. è instabile fisicamente, lo è anche dal punto di vista emotivo. La crosta di cui il corpo di O.-G. è costituito si crepa spesso, e la crepa è così larga da incanalare dei torrenti di affetto incontrollabili – come la lava che sgorga da un vulcano».
Il caos primitivo, che sconvolge tutto, come una tempesta. Tutto è solo poesia, musica e disordine?
«Qualunque cosa si faccia, il caos trionferà. Non riusciremo mai a tenere il mondo con la forza delle braccia. Si sgretolerà. In questo senso il caos resiste a ogni tentativo di dominazione, sottomissione, riordino. Ma la cosa non ci impedisce di provare. E, ogni tanto, anche di riuscire. Musica e poesia sono quei tentativi. Permettono di riorganizzare il mondo grazie al ritmo, all’armonia, attraverso la musica; grazie alla sintassi, attraverso la poesia. Si noti anche come, da questo punto di vista, la sintassi delle poesie di O.-G. Gaillard sia molto spesso alterata. Non è, come si potrebbe credere, un tentativo riuscito di rappresentare il caos; è piuttosto il fallimento nel rimetterci ordine».
Nel libro giochi con il tempo, andando avanti e indietro; ci si addentra nei pensieri della sorella, della zia, dei genitori, ma anche della foresta, degli animali; le parole stesse hanno una loro metrica. Che cos’è il tempo, come lo hai concepito nella tua opera?
«Il tempo è una materia morbida. Nei miei libri, mi piacerebbe lasciarlo vivere, scorrere come vorrebbe. Ma c’è sempre la tentazione dell’autore, una tentazione autoritaria, di controllare la temporalità del racconto. E, giustamente, in Vita di O.-G. sono stato molto attento alla temporalità, soprattutto perché nella sua stragrande maggioranza la storia è raccontata in ordine cronologico. Se avessi permesso al testo di svolgersi, se non l’avessi indirizzato, il racconto sarebbe stato, credo, illeggibile. Di solito le mie bozze hanno questa forma: un accumulo di scene, schizzi, impulsi narrativi, scritti con tempi grammaticali a caso (il passato remoto che si mischia con il presente, con il passato prossimo, senza una logica). È un mucchio di rushes, per usare un vocabolario cinematografico. Soltanto nelle versioni successive “gestisco” il tempo, organizzo il testo (correggo le incongruenze verbali, “riordino” gli episodi l’uno in rapporto all’altro, faccio un montaggio) per avvicinare il più possibile quel caos alla forma del libro – che, alla fine, sarà creato dall’editore. L’ideale, per me, sarebbe scrivere tutto al presente, per rimanere “a filo” con l’inconscio e la prima stesura. Poi, per distinguere le epoche se la sbrigherà il lettore. La penultima versione del manoscritto di O.-G. era redatta al passato remoto e all’imperfetto, tempi della narrazione storica, che danno l’impressione che gli avvenimenti raccontati siano scollegati dall’epoca del narratore – come se fossero un po’ fuori dalla realtà. E all’improvviso ho avuto “voglia” di mettere tutto al presente. È stata una decisione “a orecchio” – come un musicista suona a orecchio. Ho sempre creduto che il presente indicativo, nei miei testi, avesse la tendenza a distruggere gli avvenimenti, ad annullare le prospettive. E lì mi sono reso conto che funzionava piuttosto bene, che era abbastanza duttile per passare da un punto di vista all’altro e da un’epoca all’altra… Un’altra componente del tempo è estremamente importante: il ritmo della frase. Sono un mediocre (e ridicolo) ballerino – tanto che preferisco rimanere al bancone del bar piuttosto che ancheggiare su una pista; non ho il senso del ritmo nel corpo. Ma penso di avere il senso del ritmo nella frase. Posso, attraverso il ritmo di una frase (che sia lettore o autore), entrare in trance. Certe poesie – chiosa Ségas – mi sembrano tamburi sciamanici».