Selandia e Møn blogdiary#2


E che quando c’è di mezzo la malinconia è un disastro. La mattina parte nuvolosa, oggi, ma poi dirada. Come se il tempo atmosferico potesse risolvere, a volte, quel che abbiamo dentro. Le bufere nel cuore, le tempesta d’acciaio.
La colazione col pane caldo e la marmellata aiuta sempre. Così il caffè americano. C’è vento e arrivo presto al GeoCenter Møns Klint (che visiterò domani) gli operai sono al lavoro perché fra pochi giorni arrivano il Re e la Regina, c’è da congratularsi per l’elezione a patrimonio UNESCO.

L’acqua pulisce i gradini con la sua pressione. La stessa che la marea imprime a ogni onda che si infrange sulla spiaggia della Milky Way. Si chiama così, ne parlavamo con la mia guida di oggi, Michael, probabilmente per due ragioni: “Milky” latte perché le rocce sono bianche ma, anche, perché qui l’inquinamento luminoso non esiste, e allora è la Via Lattea, si vedono le stelle anche da qui. Mi rendo conto, dopo appena due giorni, in cui di solito non si capisce molto (se per questo io non capisco molto nonostante una vita in mezzo), ci si rende conto che da queste parti i danesi vanno molto fieri di essere una “dark sky community” un insieme di comunità, varie e variegate, che abitano anche distanti, come sempre nel nord Europa, che condividono però un cielo a bassa intensità luminosa umana e ad alta intensità luminosa stellare.

Ho fatto su e giù dai 500 scalini (496 per la precisione) 4 volte, quindi ho percorso quasi 2.000 scalini, oltre andata e ritorno sotto le bianche scogliere di Møns Klint, ne valeva la pena, per il mare, le rocce, i gabbiani e i cormorani (?), per le mele selvatiche che ho visto tra i sassi lambiti dalle onde, il rumore del mar Baltico, le scogliere alte fino a 128 metri. L’odore del vento. La salsedine, il sole sul viso che cancella i ricordi.
Mi rendo conto (2) di non aver pranzato troppo tardi, ordino una birra media doppio malto, poco fa al porto di Klintholm Havneby a Borre, c’è da dire, sì, non va troppo d’accordo con la chiarezza. Ma sono andato per un buon motivo, perché è qui che si trova il bar Klap Hesten (“Pad the horse”) che non solo esiste, praticamente, da sempre ma, pare, abbia dietro al bancone la presenza di uomini e cavalli… sì lo so così non vuol dire niente, ma lo vedo domani che oggi era chiuso. La scritta “Gin” alle pareti comunque depone a favore.

Stasera dopo una cena, che si aspetta sempre meravigliosa, all’Ellevilde Boutique Hotel grazie alle sapienti mani di Kenneth, che poco tempo fa, è stato soprannominato “l’Otto Lenghi danese” (sarebbe stato contento, mi dico, l’amico Gianni Mura, che sì mi manca molto). E dopo cena, sauna by night.