
Già nel tempo arcaico, in Grecia, gli uomini erano soliti rivolgersi agli oracoli per farsi predire il futuro: come sarebbe andata la prossima guerra? Quali uccisioni avrebbero dovuto compiere pur di veder avverato il Fato che agognavano così tanto, e che poi in fondo era quello dei loro stessi dèi (e chi mai può essere così sciocco da contrastare il volere di un dio)?

Prima venne dunque l’era dei labirinti, a Cnosso ne fu costruito uno da Dedalo, così imponente e perfetto, che al centro il re Minosse impose a suo figlio, metà uomo e metà toro, di fare il guardiano e uccidere chiunque vi si inoltrasse, in verità lo aveva messo là per nascondere un fatto scabroso, e segreto – un Epstein files diremmo noi -: ovvero, che il mostro fosse il frutto del capriccio di Zeus e la regina. Fu il caso a far innamorare la principessa di Teseo e donargli il filo rosso che lo avrebbe fatto uscire dal labirinto, una volta ucciso il mostro (tranne poi sbarcare la principessa a Nasso, dopo averla sedotta – da cui il detto “piantare in nasso”, Arianna per fortuna troverà meglio, il dio della gioia Dioniso). Poi, venne il tempio circolare di Delfi dedicato al dio Apollo, la Pizia ballava, euforica, i gesti veloci delle mani disegnavano figure scintillanti, neanche fossero già le notti dedicate a Dioniso, sempre lui, figura dell’ombra, compagno di feste, e dei dissoluti. Eppure, persino quegli eccessi venivano consentiti dalla società civile, una volta l’anno, per sedare gli animi e le coscienze, oltre che i corpi. Alla Pizia che ascoltava e riferiva le informazioni venivano portati doni, e droghe per stimolarne le visioni.

L’Impero romano aveva orecchie e occhi sparsi, sopra e sotto, tutto il mondo conosciuto e oltre, che aveva conquistato fino al Vallo di Adriano. La legge e una società forte, e la politica, poteva molto. I denari potevano, poi, ciò che nient’altro poteva: sedavano rivolte, nuove religioni con baci e tradimenti alla modica cifra di trenta denari e un ramo cui appendere corde, acquistavano schiavi, costruivano galee per solcare i mari alle nuove conquiste, e acquedotti che sarebbero sopravvissuti nei secoli, così come le strade, infrastrutture di un Impero che, pareva, non dovesse aver mai fine. Poi arrivarono i barbari, per meglio dire la politica fratricida interna, le troppe informazioni, il troppo potere concentrato in così poche mani, e così il denaro fece ciò che sapeva fare meglio: distrusse per ricominciare.
Vi fu un periodo in cui la “Serenissima” Venezia dal suo fortino di palafitte sospese, un sogno a occhi aperti dalla Giudecca, la nebbia sottile, l’aria salmastra, alimentava le leggende, tanto che vi furono castelli sopra montagne arroccati amministrati dal leone alato, i ponti erano incanti tra mondi, il miraggio che un giorno sarebbe andato tutto bene. Poi uno dei loro figli, un mercante, viaggiatore, scrittore sbagliò navigazione verso il Khan e scoprì una terra di bisonti e gente dalla pelle rossa, che di lì a qualche secolo sarebbe stata uccisa, i superstiti negli appositi recinti, che oggi definiamo “aree protette”.

Le due guerre che distrussero il mondo uccisero anche gli dèi, i quali (divini) stanchi delle guerre degli uomini, soprattutto degli uomini, decisero di abbandonare quello che una volta era stato considerato l’Eden da uno di loro.
Al primo cenno di rinnovamento, e possibilità di far nascere, o quantomeno crescere, spontaneamente il giardino delle idee, la Stasi a Berlino Est iniziò a spiare tutto, e tutti, in nome del controllo e del non favorire le orecchie del nemico, tutti erano sospetti, nessuno al di sopra, forse giusto qualcuno, perché era giusto che tutti fossimo uguali ma qualcuno fosse “più uguale degli altri”, proprio come avevano detto i maiali di un noto romanzo scritto nel 1948 dopo la bomba atomica che spazzò via due città in Giappone, nazione che nel frattempo decise di chiudersi in un silenzio definitivo per espiare le proprie colpe e serbare il dolore in sé come forma suprema di rispetto.

Poi vi fu quel primo esperimento del 2026 di quella società di AI chiamata Mercor, che di fatto assumeva persone per istruire con le loro informazioni, il loro sapere, la loro conoscenza, le grandi macchine che un giorno li avrebbero sostituiti, aprendo finalmente una nuova Epoca d’Oro, e di nuovi dèi, per tutti!
Mercor era nata come startup, co-fondata da ventenni che in precedenza non avevano mai svolto un lavoro. Prometteva di essere in grado di replicare la maggior parte delle mansioni professionali svolte da qualunque colletto bianco, con prezzi più alti dei 30 denari offerti a Giuda: pagava 25-30 dollari l’ora per valutatori bilingue italiano-inglese ma ne avrebbe dati 60 per esperti in Filosofia o Storia, 100 per esperti in Legge, 200 per un gastroenterologo (qui). Fu così che in poco tempo Mercor riuscì laddove gli dèi non erano riusciti: diventò essa stessa un titano da 10 miliardi di dollari che addestrava il “Nuovo Oracolo Totale”, l’IA, per sostituire la forza lavoro. In pratica, assorbiva le informazioni non più per predire il futuro che gli esseri umani avrebbero avuto; assorbiva informazioni per licenziarli, ora gli uomini istruivano le macchine per farsi sostituire. Per alcuni questo sarebbe stato niente di più di quel che fecero i caratteri mobili quando sostituirono, estinguendo, la “vecchia” stampa e gli amanuensi.

Tanto tempo fa, gli uomini confinavano gli oracoli fuori dalla società, poiché quello era lo spazio di contatto con la divinità, e aveva un prezzo stabilito.
Ieri, l’idea che l’uomo abdicasse alle sue funzioni cosicché l’AI si potesse sostituire al “fare” degli uomini diventò la norma. Pochi uomini sapevano all’epoca che fare proveniva dal greco antico “poiéō” che era il fare creativo, il creare, il produrre (e da cui discendeva anche il termine, poesia).
Fu così che gli uomini persero il “dono”. Qual è allora la morale di questa storia? Non vi pare un po’ come se la verità del Caos di cui siamo figlie tutte noi creature umane fosse imbrigliabile… da un uomo… A sentirla col senno di poi, parrebbe più una leggenda virtuale che reale, non trovate, miei algoritmi senzienti?