IL NOME DELLE COSE – 7. La fine della civiltà contadina

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Siamo passati da una società basata sul baratto, che confidava nelle stagioni e nel sottostare alle leggi di natura, a una società opulenta, tutto sommato indifferente al clima, alle temperature, alla salubrità di acque e terra.
Certo quella civiltà contadina scontava in negativo il retaggio del vassallaggio e dei feudi.
Il padrone, che ereditava le terre per valore o censo, così come i ruoli ambìti di fattore, erano i vertici di una piramide che vedeva nel contadino, mezzadro o enfiteuta la base primaria di un’intera società organizzata, strutturata, modellata sul latifondo, il vecchio (sempre attuale) adagio del re e dei sottoposti.
Una condizione non esente da un portato illiberale che andava abbattuto. E in effetti fu così: la Riforma Agraria degli anni Cinquanta fu esattamente questo. L’abbattimento delle regole non scritte che costituivano una società di fatto iniqua dove pochi mangiavano, bene, sfruttando il lavoro di molti, che a loro volta mangiavano bene ma poco. E soprattutto non erano “padroni” dei mezzi di produzione.
La Riforma Agraria non fu il transito per una società più equa di redistribuzione piuttosto sancì lo spartiacque verso una società che ha completamente abdicato la terra.
Siamo divenuti, tutti, abitanti urbani. Invece di imparare, abbiamo dimenticato.
L’arretratezza delle condizioni di vita dei contadini pre-Riforma è stato equivocata come arretratezza tout court, impianto sociale da superare, sancendo definitivamente l’a-priori nelle coscienze collettive per il quale contadino = vecchio | città = nuovo.
È su questo banale assunto che si è edificata la nuova mitologia urbana.
Una volta finita la guerra, la Questione agraria era base della società civile: associazioni di lavoratori che si tenevano a braccetto, braccianti agricoli, protagonisti del cambiamento. Il Quarto Stato.
La trasformazione operò un superamento definitivo, epocale.
Tutto quello che “era stato” non doveva essere, più.
Il tempo nuovo era, definitivamente, giunto.
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Ad altri sarebbe spettato il compito di inzaccherarsi i pantaloni, l’arduo compito della vita agra.
Per i nostri nonni la vita contadina era spossante, faticosa: «La terra è bassa», si diceva. Alzarsi all’alba, dare da mangiare alle bestie, con qualsiasi tempo: acqua, freddo, ghiaccio, caldo. Uccidere il maiale, appenderlo a testa in giù, spaccargli prima la testa con un punteruolo, poi sarebbe stato il tempo del più “umano” proiettile al centro della fronte. Veder agonizzare, sentire le urla acute, la disperazione mentre i maiali si rendono conto che stavano per essere uccisi, macellati.
E però quell’azione insegnava che il prosciutto non cresce sui banchi del supermercato. Esiste prima un animale rosa, che mangia anche i vetri per esempio, e zampetta e si rotola nel fango, grugnisce e dorme.
La vita contadina sapeva che doveva farci i conti. Con gli altri esseri viventi.
Stabiliva un rapporto di forza, non esente da una modalità e un codice.
Il rapporto con le altre specie, gli animali gregari in primis, era di uso e sussistenza reciproca: i cavalli utilizzati per gli spostamenti o i lavori meno faticosi, le mucche al pascolo per il latte e i buoi per le fatiche – la semina dopo aver dissodato il terreno e tracciato i solchi – così come i muli e gli asini.
La ricompensa per le bestie era il foraggio e la biada, le rotoballe di fieno che gli uomini lasciavano seccare al sole d’estate, quando i profumi della camomilla e del sole s’imprimevano su ogni filo, ogni stelo verde, lasciati sui terreni a riposare. Il “tempo di latenza” una necessità naturale di recupero e cumulo d’energia, necessari alla prossima fase del ciclo delle stagioni.
La vita contadina in Italia è durata fino agli anni Sessanta poi sono arrivate le macchine e i servizi. Le campagne hanno cominciato, lentamente, a spopolarsi. E il territorio ha assunto un altro aspetto. La modifica dell’intorno ha iniziato a grattare i contorni delle cose, prima stratificando strade commutate in cemento poi ha eroso foreste e germinato edifici in verticale.
Il passaggio dalla civiltà contadina alla società dei servizi, dalla campagna alle città, è avvenuta con un cambio di prospettiva e di traslazione di piano.
Si è passati dall’orizzontale al verticale.
Dalla campagna orizzonte, punto intersezione di cielo e terra – campi di lavanda, grano, papaveri, fino al mare – siamo approdati ai ballardiani condomìni sviluppati verso l’alto, non tanto e non solo per simulare, rappresentare, la capacità dell’uomo di “farsi divino” piuttosto abrogarlo, quanto per una questione di risparmio di spazio.
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Lo sviluppo orizzontale prevedeva un uso e una dedizione totali alla terra: per produrre una quantità necessaria e sufficiente alla vita di una famiglia, compreso il surplus che occorre per scambiare merci con denaro, e permettere l’acquisizione di beni alternativi che altrimenti non si saprebbero né fabbricare né comprare, un campo deve occupare – matericamente – una superficie estesa. Per farlo, occorre estirpare l’erba in eccesso, concimare il suolo, lavorarlo con le macchine, prima veniva fatto con gli animali, impiegare tempo quotidiano che scassi, ribalti, protegga non solo i frutti ma anche i semi piantati.
La vita contadina è un tempo a ritroso e totalizzante, dove tutto è collegato. Lo scarto di un lavoro può essere il prodotto di un altro. Il ciclo è un cerchio.
La società urbana invece prevede uno scambio corto, un vettore che passa da A a B.
Dall’erogazione del proprio lavoro alla retribuzione passa un tempo inferiore di quello che intercorre fra semina e raccolto.
Il differimento dello stipendio, nella nuova società degli uomini, prevede pur sempre un capo, una struttura e delle regole stabilite allo scopo di perpetrare i rapporti di forza costituenti: l’azienda, il titolare, stakeholders e azionisti e, sotto, i colletti bianchi, infine gli ex operai ora semplici lavoratori, in attesa che i robot eliminino definitivamente l’esercito industriale di riserva e la disoccupazione crei esseri umani all’apparenza liberi, nei fatti individui alla deriva urbana.
Il superamento del comandamento profano: “Il lavoro nobilita l’uomo”.
Pure, non è solo una questione di tempo e differimento.
La scomparsa della civiltà contadina ha significato una mutazione estetica della società: dall’idealtypen dallo “scarpe grosse e cervello fino” – il linguaggio scarno di William Faulkner in, Uomini e topi – del contadino a cui non bisogna far sapere “quanto è buono il cacio con le pere” siamo giunti alla cravatta e la camicia bianca stirata, i tacchi e i capelli sistemati.
La cura per l’esteriorità della nuova società ha comportato una rimodulazione dei canoni estetici. Non più consentito il fango sugli stivali, i pantaloni calati e troppo larghi, se non per giovani, in particolari contesti di moda street: il rap o lo pseudo-urban delle nuove periferie.
Ai contadini si sono sostituite le più ampie fasce della società. Nel week-end andiamo nei centri commerciali per trovarci, nonluoghi divenuti agorà funzionali, perlopiù utili allo svago (cinema) e alle nuove frontiere dell’esperienza del gusto (le catene alimentari).
Durante la settimana, i rappresentanti della civiltà vanno a mangiare in locali bio. Assumono cibo, ingurgitando velocemente il più alto numero di calorie da bruciare nelle palestre attrezzate, ove si paga per smaltire il grasso in eccesso che si cumula per mancanza di lavoro meccanico.
Lo stesso che i nostri nonni, appena ieri, compivano tutti i giorni, recandosi nei campi o negli orti che non erano urbani, né bio, ma semplici pezzi di terra ancora non inquinati dagli scarichi delle imprese che negli ultimi cinquant’anni hanno avvelenato le terre confidando nel fatto che la Terra si “rigeneri” (questo sì un retaggio della civiltà contadina da non distruggere) oppure ragionando sul fatto che interrare è più economico che smaltire.
Così sono nati i casi di amianto, diossina e scorie radioattive che occupano da anni, per qualche giorno, le prime pagine dei giornali.
C’è un grande buco nero nella storia contemporanea dell’umanità.
La fine della civiltà contadina.
Un black hole inspiegato, un esempio di rimozione.
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Non è solo psicologia spicciola.
Sappiamo che nei vuoti, per esempio, la camorra interra sostanze nocive.
Nei buchi neri le navi volanti rischiano di scomparire.
La fine di quella civiltà, il tempo dei nostri nonni appena, ha comportato una rimodulazione violenta di un’intera società, dei rapporti e delle abitudini di quella società.
Si è rimodellato lo spazio e il tempo di percorrenza.
Le strade sono divenute linee di cemento, fionde ad alta velocità.
Prima, per spostarmi da un punto a un altro a piedi, anche nella stessa cittadina (non si poteva parlare di “città” se non per i grandi centri urbani) potevo impiegare ore, oppure utilizzare servizi pubblici con molte difficoltà: poche corse e mezzi meno veloci.
Lo stesso il contadino conosceva un rapporto immediato con la natura. Alzarsi all’alba significava vedere colori nel cielo cobalto, respirare l’aria prima della “cottura” che un giorno sarebbe stata operata dai gas di scarico delle macchine. Recarsi all’orto significava mangiare direttamente dalla terra sapori oggi dimenticati: pomodori rossi staccati dalle piantine, prugne succose dall’albero. Non forme oblunghe e standard impacchettate dentro plastiche riciclabili, che finiranno comunque in mare: cibo trasformato in merci trasportate da TIR che invadono quotidianamente corsie di autostrade, avanti e indietro, aumentando il traffico contro il quale inveiamo, non considerando che quei trasporti vengono operati per noi, per “venire incontro al cliente”, e prelevate dai banchi frigo di grandi magazzini illuminati da neon asettici.
La fine della civiltà contadina ha significato uno spostamento quantitativo di persone dal settore primario – l’Agricoltura – al settore secondario e terziario – rispettivamente, l’Industria e i Servizi – fino al terziario avanzato e quaternario – il comparto tecnologico.
La fine della civiltà contadina ha operato uno slittamento della società dal reale (il contadino) al virtuale (il tecnologico), una traslazione non accompagnata e caotica, da un ordine di sottomissione (alla natura) a un altro ordine di sviluppo basato su intermediazione ed elettricità. Abbiamo dismesso gli abiti da lavoro, senza curarci più di dove avremmo messo i vestiti buoni della domenica. E se Dio è morto, e con lui Marx, lo siamo un po’ anche noi. Perlomeno la capacità dell’uomo di riconoscere il frutto del proprio lavoro.
Siamo divenuti una società metaforizzata, “liquida” come la definì Zygmunt Bauman, e immateriale.
Cosa ne faremo della nuova condizione di abitanti del nuovo corso?
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Tutto sta a quanto saremo in grado di riconoscere quanto abbiamo perso, o superato, oltrepassando la barriera della civiltà contadina che ci ha permesso di vivere fino a ieri.
Guardare a quella società è un passaggio obbligato per comprendere appieno la grande trasformazione che siamo stati in grado di operare.
La nostra società urbana negli ultimi anni sta subendo il ritorno di derive apparentemente superate: razzismo, sovranismo, crisi. E, se volessimo vedere il bicchiere mezzo pieno dell’attualità, è evidente la necessità di ricostituire un pezzo di passato non narrato per restituirci l’immagine di un noi ora.
Dobbiamo poter narrare di più, e meglio, quel periodo storico. Attraverso il quale siamo arrivati fin qui.
Averlo fatto in parte non può e non deve essere una giustificazione.
L’estinzione di quella civiltà è un vuoto che dobbiamo colmare. Pure, non si torna indietro.
Che sia verso le città-albero del Nord Europa o certo ritorno alle campagne. Anche lo spopolamento delle zone rurali nacque così. Per le opportunità create dall’attrattore urbano.
Lo stesso, domani le campagne saranno, potrebbero essere, gli avamposti dell’umanità in fuga di massa dalle città.
Dobbiamo raccontare il quotidiano estinto. Re-imparare la noia, questo bene di lusso. Seminare una nuova terminologia che ci induca a nominare il nostro tempo, qualificarlo.
Non è vero che tutto va riempito per non guardare al vuoto sottostante.
Occorrerà avere coraggio.
Prima che diventi troppo tardi. Che quel buco nero attui un vuoto di memoria. E noi una società nuova e già svanita.