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IL NOME DELLE COSE – 4. Geografia dei corpi o, di un volto giapponese in metrò

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Ti ho vista nel vagone mentre gli altri guardavano fissi gli schermi a millenovecentoventi per milleottanta pixel dello smartphone, immersi ovunque tranne che lì.
Occhi a mandorla. Pensando “geisha” anche se in realtà è solo perché avevo appena finito di leggere le Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn.
Viviamo in un mondo di ombre, parvenze, parate degli spettri. Il mondo rurale dei tanuki estinto, la grazia arcaica, la natura primigenia e gli spiriti degli antenati, amori, perduti e folli. Gatti che parlano e creature dei boschi.
Viviamo sulla continua curva del contingente, il tempo del quotidiano, la linea piatta dell’esistenza. Per questo ci servono espedienti tecnologici, tempo da convertire.
L’aria condizionata che è sempre troppo alta, o troppo bassa, nei convogli di nuova generazione: d’inverno muori di caldo, l’estate geli. Ma è sempre così con la vita innaturale, i finestrini che non si possono tirare giù. La chiusura ermetica metafora di una società che, per andare più veloce non si cura dell’inspirare, la libertà di compiere gesti eleganti e naturali: abbassare un finestrino passando davanti al volto della ragazza dai capelli lunghi, sorriderle, incrociare lo sguardo mite di un bimbo di ritorno a casa dopo la scuola, fare una gentilezza alla vecchietta con le buste della spesa che non riusciva a sbloccare quel dannato meccanismo.
I vecchi vagoni dei treni sono sempre meglio di questi siluri a imbuto privi di qualsiasi emozione. O forse è solo la nostalgia che ci rende indocili e attaccati al nostro io precedente, quando non si aveva male alle ossa, alla testa, né pensieri di malattia e morte.
In pochi nei viaggi sono immersi nella lettura. Li vedi tranquilli, distratti, in fondo non farsi piacere una storia fa parte dei diritti del lettore.
È lì che la vedi.
Occhi a mandorla.
Parola che schiude bellezza di un volto.
La pelle liscia.
Il colore nero dei capelli, delle ciglia lunghe, inchiostro condensato nello sguardo. La bocca rossa, morbida, fragola di bosco: contorno di un cuore e un soffio. Il respiro che potrebbe schiudere quella bocca, solo se. Sussurri nel contatto dei corpi. Il loro scontrarsi, il viso arrossato della ragazza orientale che ora è lì di fronte a te, ma tu invece la vedi in posizione raccolta, in un altro atto, odori d’intimo e segreti, dedicato solo a chi vorrà.
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Foto di cottonbro da Pexels

I corpi come placche di scorrimento sul continente del presente.
La geografia di un mondo narrato, passato, di dolori e stridii, amori e fugaci felicità. Suoni, voci, tocchi al tatto, sesso, senza perdere la tenerezza.
Schiusi alla ricomposizione che verrà, al nuovo assetto di una tettonica rinnovata, siamo altro che una costante orogenesi che rimodella fianchi e volti, occhi e dita e gambe.
Gli occhi della ragazza ti fissano per un istante e in quel momento percepisci il possibile.
Ciò che avremmo potuto, se.
Avessimo preso altre strade.
Se quel giorno.
Se quel giorno non.
O se invece, e come, avessi detto. Cosa.
Due persone si incontrano, forse non lo faranno mai.
I due che arrivano da direzioni diverse, forse Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert o i due in quella foto di Hélène Gestern: storie, occasioni mancate e compiute.
Chiunque è una regione. Siamo fatti di montagne (gli ostacoli che abbiamo superato), mari (le lacrime che ci portiamo dentro), spiagge gialle e polvere di stelle (ricordi e cari estinti).
Ciascuno di noi è una nazione in movimento che si muove e porta con sé non il motto di molti ma differenti sé. E ogni scelta, ogni bivio, ogni nostra decisione porta alla successiva, nell’infinita catena degli eventi, il paradosso della finitezza della vita.
Che sia linearità di un tempo passato arrivato fino a noi, nel prosieguo che sarà, o nella molteplicità senza un sotto, o un sopra, nella confusione generativa di un caos temporale che non comprendiamo.
Il disegno divino che ci ostiniamo a dichiarare “credo” solo perché la vastità è innominabile e i tabù il buio al di là del muro della comprensione.
Siamo geografie di corpi in collisione che s’incontrano, e lo hanno già fatto milioni di volte.
Nella porta girevole di un albergo a Manhattan.
In un pub di Edimburgo, sotto pioggia scrosciante.
Il lungosenna.
Per le vie di Milano, camminate nella tranquillità di una sera d’ottobre, il rumore dei suoi tacchi nelle orecchie mentre cerchi di non pronunciare frasi sciocche.
Il sacchetto di plastica che danza nel vento, le foglie sugli alberi che cadono nel parco mentre porti il cane a spasso e sulla panchina non ti accorgi di quel viso assorto a leggere lo stesso libro che hai appena finito. Quella copertina, e i vostri sguardi che non si incroceranno, per capriccio del caso.
Quel giorno che hai detto: «Buongiorno» in ascensore e non rammenti neanche più a chi.
Due persone che si sono sfiorate appena tra le molecole, nelle dimensione piccola dei giorni, visibile solo a chi presti attenzione. Ma non è possibile essere sempre attenti. Con la mancanza di fiato e i pensieri quotidiani e il raffreddore.
Dalla dimensione piccola alla grande.

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La Terra non sta bene. Troverà un suo equilibrio. Lo fa sempre. Tutto sta a chi sopravvivrà. Quali specie ce la faranno.
Gli alberi hanno bisogno di un “periodo di latenza” per recuperare forze ed energia. Per il nuovo slancio, il butto dei semi e i frutti.
Per alcuni di noi, a volte, occorre la scintilla che riporti in vita.
La carezza di un bambino.
Una canzone.
Lo sguardo di una sconosciuta sul metrò.
Gli occhi a mandorla, bellissimi, di una ragazza che abiti il tuo stesso Tempo eppure affondi le radici della sua immagine anni indietro, in un tempo antico, fatto di raso rosso e pigmenti a colorare labbra, parole spinte piano dentro le cavità dell’animo. Storie di onori traditi e balzi interiori.
Occhi che ti riportano a un periodo precedente che non hai mai visto, di foreste verdi e pugnali volanti. Le maniche lunghissime di abiti impreziositi da fili d’oro e d’argento.
Le parole nuove che impari mischiando lettere diverse da quelle che sai usare.
Prendi l’ascensore e senti una parola mai udita. La visualizzi. Sblocchi il senso nuovo di un alfabeto segreto che è sempre stato lì sotto i tuoi occhi e non te ne eri mai accorto.
Geografie.
Di corpi e giorni.
Ogni data che scorre sul calendario la tessera di un domino più grande che alla fine comporrà la mappa narrativa della tua esistenza. Che avrà una data di inizio e una fine. E in mezzo, i mari che sarai stato in grado di attraversare, i mezzi che avrai usato per farlo.
Clandestino, a bordo di una nave, per boschi o terraferma, transitando da solo fino in vetta, da una cresta all’altra, i denti di drago che affondano nell’azzurro sopra le nuvole.
La cartina geografica di una vita racchiusa entro le coordinate precise delle nostre azioni.
Ogni quadrante una lettera e una misura, un numero e una coordinata.
E noi tra linee parallele che potrebbero non incontrarsi mai.
Sperare, alla fine del viaggio, di essere divenuti mappe complete.
Oppure saremo stati la traccia parziale del viaggio di qualcun altro. Di chi verrà dopo, i figli degli uomini. Un messaggio in bottiglia, del prossimo viaggiatore che accetterà la sfida.
Quando parti lasci sempre un frammento di te.
La prossima parte la scoprirai a tua insaputa.
Di qui il lessico nuovo, l’alfabeto sotto la lingua conosciuta.
Tutto parte da quello sguardo.
Quell’unico incerto tremulo istante condiviso, e che forse hai sognato, nell’illusione che sempre ci accompagna quando ci troviamo di fronte all’accadere.
Scontrarsi in metrò, mentre ti chini a raccogliere un giornale strappato dal vento.
Intersezioni di vite. Il cuore accelerato per nessuna ragione. Gli odori del mondo.
Alzi lo sguardo e li vedi, e tutto diviene più vivo e reale.
Gli occhi a mandorla.
E ti perdi dentro il gorgo di un tempo scomponibile, schegge di una vita esplosi entro una breve, inesistente, verità.
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Non è successo niente eppure nel mondo al fondo di te, quanto è cambiato. Quanto tempo hai impiegato per il viaggio siderale. È occorso un minuto.
Questo effimero che ci coglie a tratti e che per un istante ci allontana dalla certezza della fine che dentro erode vita un pezzo alla volta, ogni breve istante di felicità corrotto dall’insondabile dissiparsi del tempo in favore dell’estinzione di quel noi che, un giorno, in un diverso spazio, diverrà “altro”, ma lì in quel planisfero che accoglie il nostro mondo in un dato istante, si sta lentamente, inesorabilmente, sgretolando. A ogni attimo che passa.
Anche ora, anche mentre batto queste lettere su questo tratto di bianco che si compone della strada che decido di intraprendere. E tu che leggi, con me.
Abbiamo poco tempo. Ed è tutta qui la follia. Il baratro che avvertiamo. Tutti.
Che poi alcuni accettino di oltrepassare quei confini, colonne d’Ercole dell’integrità che pensiamo di possedere, lo stesso siamo racchiusi entro frontiere che ci servono per non impazzire.
Il confine è contenimento, racchiude la nostra identità, racconta con una parola il senso di una storia pregressa.
Ma confine vuol dire anche e soprattutto accogliere ciò che siamo negli altri.
Vedere le differenze, che in fondo non siamo che noi.
L’uomo è un migrante emotivo. Per questo avversa chi sbarca sulle proprie coste. Perché sa che chi fugge non vuole restare. Scappa da una colpa o va verso una speranza ipotetica e incompleta.
Tutti ritornano.
L’uomo è un trasferito delle emozioni, passa da uno stato all’altro.
Perché si amano le persone, perché si lasciano?, Marcel Proust e la recherche di vite intere, dissipate. Non per Platone né per scelta. Senza perché.
Il clima che cambia e le crisi portano lontani da casa.
Da dove venivi tu, ragazza dagli occhi d’Oriente? Quali lidi hai lasciato per trovarti lì quel giorno, in quell’istante, a occupare il mio stesso spazio, esattamente lì, in quel vagone di metropolitana della mia città?
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