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IL NOME DELLE COSE – 1. Roma deve morire

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Foto di Max Bender da Pexels

Dobbiamo abbandonare le città prima che sia troppo tardi.
O abbandonarle o fare in modo che siano sempre meno le persone che scelgano di abitarci.
C’è un mondo altro che stiamo dimenticando.
Siamo diventati tutti abitanti della pianura.
Ma le montagne, i paesi sulle rocce che, sole, sanno la memoria del mondo. Colline d’alberi, vitigni e campi.
Siamo divenuti uomini e donne che pensano “a valle”. Mentre l’a-monte è rimasto materiale per il divino.
Ciò che è alto rimane lontano.
Non siamo più capaci di guardare al lento incessante lavorio delle api. La loro capacità di costruire fuchi cilindrici dalla perfetta forma compatta.
Non siamo più abituati allo stupore. Lo deleghiamo a un’ipotetica incerta data del passato ove l’intelletto umano ha dato il meglio di sé. E il presente? Tecnica, tutt’al più tecnologia.
Come se le porte di Alessandria d’Egitto non fossero state azionate da carrucole mosse dall’acqua.
Il mondo alto è fatto di boschi e stagioni. Gridi notturni e cinguettii. Di latte munto e terre sbriciolate, slavine di fango causate da piogge torrenziali, che smottano i sogni.
Raccolti piantati ieri per un domani che non verrà.
La città è un mondo sotto sorveglianza, piatto, costruito per evitare frane e stravolgimenti. Salvo produrre monossido e polveri sottili che erodono vite.
Il sessanta percento della popolazione mondiale abita nelle metropoli.
Milioni di persone concentrate per evitare la paura del buio.
Sono passati i millenni e la ragione delle tribù è sempre la stessa: stare attorno a un fuoco, in molti, per sfuggire l’attacco dei predatori. Salvo poi rendersi conto che, così, si vive in un tempo sospeso. L’attesa.
Il deserto dei tartari.
La calata delle tribù nemiche che non arriveranno mai.
Perché i barbari siamo noi.
Città costruite, edificate, labirinti di pietra e bellezza che fungono da attrattori.
Sono luoghi del passato nei quali continuiamo a vivere.
Soluzioni urbane piantate a terra secoli fa che devono reinventarsi. Città-albero, ponti Valhalla, le case dei mezz’uomini del Signore degli Anelli.
Nel frattempo Roma non esiste più.
È solo traffico e rovine esposte per i turisti da gabbare con menù finto-italiani.
La città aperta metafora dell’accoglienza ridotta a corsie di strade allagate alle prime piogge, intasate, chiuse dai punti di un acronimo inscalfibile.
Grande Ritardo Ambientale.
Grottesco Rituale Amorale.
Grigliata di Ricaglie e Abbacchio.
E lo smog – questo portmanteau, parola-macedonia che è due insieme: “fumo” (smoke) e “nebbia” (fog) – metafora di una classe politica ferma dietro la cortina, incapace di vedere e ricostruire.
Il corpo di Roma un ammasso cancerogeno incurabile.
La grettezza urbana che deborda dai cassonetti.
L’incapacità di inventare una nuova capitale, che ha persino bisogno di scriverlo sulle fiancate delle macchine della Polizia Municipale per ricordarselo, Roma Capitale.
Quando New York, allora, cosa dovrebbe appuntarsi come memo: ombelico del mondo?
Una volta Roma lo era. Lo Ius Commune, la legge che fa le cose tonde e quadrate, i senatori, gli acquedotti, le vie del sale, Cassia, Aurelia, Cesare Augusto, Adriano, Nerone, Giustiniano, fino alle erodiadi e i pensieri infanticidi sullo sviluppo della comunità che hanno incendiato il futuro a vantaggio di un simulacro.
“Prima si stava meglio”. Un ottuso meme da mandare a memoria.
Il fascismo che, come diceva Pier Paolo Pasolini prima di finire ucciso per la sua diversità, è un modo di pensare.
Un pensiero nero, rigor mortis. Il fascismo è il menefreghismo irridente: “Venitece voi qua, che a me che mme frega”.

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Foto di Amine M’Siouri da Pexels

Così la città è diventata un cimitero a cielo aperto. I musei cadenti. I ruderi, il trionfo di un Impero che è scaduto duemila anni fa, un primato che fatica ancora a uscire dalla mentalità di una popolazione residente che si bea di aver vinto un campionato almeno due stagioni fa, quando il pallone era cucito col cuoio e Roberto Pruzzo e Paulo Roberto Falcão inebriavano di tunnel difensori e portieri.
Essere romanisti come antidoto alla corruzione della parola Roma. All’asfittica squadra che da decenni governa un luogo che non esiste più.
Quella Roma che ormai è solo sui libri di scuola.
Il disastro ambientale, organizzativo, il disfacimento di un corpo che dovrebbe pesare ottanta chili per la struttura urbana che ha, e invece ne pesa duecento.
Le città sono organismi. L’urbanistica rappresenta l’apparato scheletrico. L’architettura la capacità di innervarsi nelle strade di quel corpo. I servizi le modalità di interscambio con cui i fattori che compongono le parti, del tutto, si relazionano, comunicano.
Ma forse il problema non è nemmeno Roma, che pure andrebbe scissa in tanti piccoli paesi.
Roma che potrebbe sopravvivere solo se ne venisse staccata la testa centrale.
L’unico testone del corpo debordante.
Roma che potrebbe sopravvivere se si riconoscessero le differenze.
Vivere insieme, che non è omologarsi ma accettare le diversità, e su quelle costruire un futuro condiviso in cui ognuno è, esprime, il suo meglio.
I problemi di Garbatella non sono, non possono essere quelli di Prati. Le decisioni che vanno bene per il rione Monti non potranno certo essere condivise da Tor Pignattara. Così come la verità di chi vive sotto il Colosseo non potrà mai essere identica alla realtà di San Lorenzo.
Termini, piazza Bologna, l’Eur.
Roma dovrebbe diventare tanti piccoli paesi. Ognuno con un suo reggente. Una propria totale autonomia, finanziaria, di trasporti, di gestione ospedaliera.
Ridurre al minimo la dispersione.
Evitare i doppioni che si generano nella confusione di un corpo ingigantito dalla sorte. Che alla fine la colpa non è nemmeno della città.
Il corso della Storia è frutto di eventi e caso. In egual misura.
O almeno, di quello che crediamo sia “caso” e in verità fa parte di uno schema più ampio che non siamo in grado di comprendere per mancanza di strumenti e visione.
Una città che non serve sommergere sotto la Cloaca Maxima, “la fogna più grande” resiste ancora. SPQR, Sommergete Pure Queste Rovine.
Solo che la Storia ha fatto in modo che questa città fosse l’unico faro nel buio. Roma voleva esserlo, e per farlo sottomise i Sabini, gli Etruschi. Per essere l’unico fuoco che illuminasse la notte della civiltà. O magari non solo per questo, ma l’effetto a distanza di anni non è solo la replica della corruzione dilagante, la marana che continua ad avanzare, la vendita delle indulgenze, i ponti sgretolati dal passo di un futuro irraggiungibile.
Roma è l’essenza di un concetto.
La lenta progressione di un esperimento millenario non andato a buon fine. E non è detto che tutti gli esperimenti debbano andare allo stesso modo. Ma ciò che essa è divenuta racconta la dinamica dei corpus delle città. Che nascono, hanno un punto apicale, governano in equilibrio, si disfano, vengono ricostruite, passano tra eventi e grandi flutti, rimangono sostanzialmente sempre uguali a se stesse.
Il problema delle metropoli è che la quantità impedisce il cambiamento.
Il progredire di un problema si riesce a correggere allo stadio due, forse anche al cinque. Ma via via che si va avanti, un problema arrivato allo stadio cento, che ha cumulato novantanove precedenti irrisolti, avrà su di sé non solo tutto il peso del non detto fino a quel momento, se si vorrà ricominciare bisognerà faticare cento passi per tornare indietro, non due o cinque.
Allo stesso modo un corpus apparentemente immortale, Roma eterna non cambia: piuttosto permane, resta inscalfibilmente ferma sulle proprie posizioni.
Per questo non solo New York ma anche Londra nonostante la Brexit, Sidney, Parigi, Tokyo, Montreal, Berlino, riescono a essere più vive, mutevoli. Eppure anche loro avranno una durata.
Non esistono città nel futuro. Solo ammassi corpuscolari contaminati nei quali impereranno corruzione e caos.
La science fiction prenderà il posto della realtà. E a quel punto, solo a quel punto, capiremo che Philip K.Dick non era pazzo ma il nostro Tiresia.
Occorre ripensare non tanto, o non solo Roma, che è pretesto narrativo, esempio privilegiato di un modello di sviluppo che ha una lunga storia alle spalle, e spessore per indagare la fenomenologia di un concetto: Roma come punta di un iceberg chiamato “metropoli” divenute megalopoli e poi Maximum City così come le ha definite Sukethu Mehta nell’omonimo saggio.
Per accendere le città abbiamo spento il cielo.

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Foto di Vlad Bagacian da Pexels

Roma come luogo-limite del nostro immaginario finora.
Bisogna re-immettere la dimensione piccola nel nostro fantastico.
Dismettere l’identità, grande = meglio.
Cominciare a guardarsi intorno, differenziando le nostre scelte.
In futuro lo spopolamento sarà al contrario.
Gli uomini lasceranno la città e torneranno nelle campagne: per l’aria irrespirabile, le piogge acide, la troppa confusione, il traffico, la quantità che avrà superato il limite massimo consentito, la mancanza di lavoro, lo stress irrisolvibile, il cielo sempre grigio sopra la testa, senza prospettiva, la mancanza di soldi, le case che non basteranno più, la violenza nelle strade, la paura.
Avverrà allora un’inversione di tendenza che riequilibrerà il peso sui territori.
Il futuro sarà il tempo del ritorno al piccolo, alla campagna come esperienza mediata, nemesi di un’industrializzazione feroce, contrappasso di un’epoca disinteressata e ostile.
Quanto muteranno i rapporti sociali: i genitori che non sapranno dire ai figli come coltivare il grano, farina e pane, e i figli che lo dovranno re-imparare.
Dalla città alle campagne. L’estensione di una lotta che dobbiamo ingaggiare. Ora.
Non è detto che accada, anzi probabilmente un’ipotesi inesistente. Ma il punto non è la realizzazione.
Noi contempliamo il fallimento. Accettiamo la sconfitta. La perdita che è liberazione, sollievo, indipendenza.
Il punto è la prospettiva che quel pensiero può innescare. Il nuovo mondo.
Intanto. Cosa fare.
Ripopolare i luoghi del mondo alto che conoscono ancora boschi e terre, animali e aria, notti stellate prive d’inquinamento.
Aumentare gli spazi destinati a verde nelle città.
Costituire parchi, zone protette, salvaguardare sempre più territorio con vincoli ambientali restrittivi, chiederlo ai governi, imporlo ai propri rappresentanti politici.
Lavorare sul modello dei giardini botanici, impiegare risorse per permettere nuove spedizioni, raccolte di piante dal mondo che i bambini delle città possano vedere, visitare, respirare, liberamente e gratuitamente durante le settimane. Eden urbani dove sia possibile perdersi – nuovi labirinti, specchio e metafora della vita – camminare, come a Edimburgo, sotto le siepi gialle d’autunno e sopra i pontili di tek, incontrando piccole cascate, issandosi su promontori a guardare l’orizzonte nuovo delle città. Come un tempo si faceva nel Novecento, tra erbari, serre di vetro e strutture in filiforme metallo bianco.
Impiegare giovani botanici, ragazze laureate, nella gestione delle NEZ-New Environmental Zone. Immaginare nuovi acronimi, nuovi lavori, nuove professioni per costruire un altro domani che non sconti ciò che già sappiamo ma, piuttosto, crei nuovo vero non surrogato dalla fantasia su basi acquisite.
Occorre uscire dalla malinconia con cui si guarda al passato, superare d’un balzo le restrizioni del presente.
Accedere al solo vincolo dell’immaginazione per prospettarci un nuovo futuro.
Riconquistare lo spazio è il primo passo per riprendersi il proprio tempo. Dato che habitat è habitus, abitudine che poi non è altro che modus, modalità di guardare al mondo, dunque vivere. È che, alla fine, si diviene ciò che si vede.