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“33 raggi ionizzanti” e una vita da ridere

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Scrivere di un amico non è poi così difficile, l’amicizia si basa sulla *verità*. E proprio da una storia vera, e reale – la sua – parte Claudio Marinaccio, graphic journalist, uno dei pochi in Italia, che con i suoi Trentatré raggi ionizzanti (Feltrinelli comics, euro 16) arriva in questi giorni in libreria.
I “33 raggi ionizzanti” del titolo non si saprà mai, in effetti, sino alla fine, sconcertante dilemma, se siano legati alle cure del tumore maligno con il quale l’autore ha dovuto ingaggiare battaglia qualche anno fa oppure, anche, piuttosto, i raggi laser che alieni a bordo di navicelle spaziali sparano contro il fumettista, la malattia-mostro impronunciabile, noi e tutte le nostre cialtronerie e magagne che ci riguardano.
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Il graphic novel di Marinaccio – stile vonneguttiano, tavole a schema fisso che si alternano ad altre a schema libero, bianco e nero a colore, tratto pen ad acquerelli – si legge metà ridendo metà entrando nel mondo-CM, le iniziali dell’autore come fossero centimetri cubici, gli stessi che servono per capire chi siamo, dove andiamo, quali sono le cose più importanti per noi e tutto l’armamentario apparentemente retorico con cui componiamo i giorni. O ci sputiamo su, a seconda se siamo lettori accaniti di Boris Vian o meno. Non c’è vittoria in questo fumetto, né illazione, non si strizza l’occhio al mercato (come dice giustamente il Dottor Pira nella sua prefazione), non c’è dissipazione né trascuratezza, ci sono buchi neri spazio-temporali, una dedica per chi sa, un richiamo al Cile che forse è nucleo tematico forse chissà, ci sono molte pagine scritte (contravvenendo alla regola delle pagine poco scritte dei fumetti, vedi alla voce “baloon”) così come un amore per la montagna da camminatore della domenica.
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Non è un fumetto buonista (certo, un po’ le parti con la famiglia, la moglie, il bambino, direbbero gli haters) non è nemmeno un fumetto “bello” (Marinaccio ha al suo attivo romanzi-detonatori, tra questi La folle storia del kamikaze che non voleva morire, Miraggi, e Come un pugno, Aliberti), Trentatré raggi ionizzanti è invece piuttosto un graphic novel dentro il quale il lettore troverà: la Juventus pinguini palloni da calcio chiappe i Rolling Stones richiami alla Juventus elmi di Sparta Frank Sinatra vagine mostri lupi la Juventus il buio il disegno del figlio dell’autore a cui l’autore deve molto di più di un paio di bicchierini- la Juventus – quando il figlio dell’autore sarà cresciuto giacché su stessa ammissione dell’autore: “Mio figlio disegna molto meglio di me”, e ancora: “Un giorno ho chiesto a mio figlio, Disegnami, e lui mi ha disegnato ma il disegno era diverso da me e allora gliel’ho detto” ha confessato un giorno Marinaccio: ” E allora mio figlio mi ha risposto, Eh se volevi una roba uguale quella si chiama fotografia (non disegno)”. Fine delle lezioni di graphic novelism a opera di un bambino di 7 anni a un adulto.
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Ciò che colpisce di questa storia non è tanto, o non solo, la malattia e i mostri. Marinaccio fa auto-fiction grafica e semantica. Parla di sé ma in realtà dei raggi ionizzanti, delle ’33’ volte in cui potremmo scomparire, morire, morire, morire ripetere la parola che non si può dire, come “una brutta malattia” al posto di tumore, ecco invece Claudio Marinaccio usa le parole, il cancro non solo come segno zodiacale – o quantomeno un richiamo ai Cavalieri dello Zodiaco – piuttosto guarda in faccia se stesso come lettore, scompare dietro le coltri barthesiane del soggetto, in barba (è il caso di dirlo a guardarlo in viso) alle lezioni del professor Eco che a proposito di bivi narrativi ci avrebbe detto, che il fumetto l’arte la semiotica degli oggetti sono gli oggetti che ci rappresentano i giorni che scegliamo il super-soggetto che si esprime e lancia strali di sé, senza per questo compiere atto edonistico, imperdonabile, egotico. Ci consegna invece una resa, e una nudità. E forse gli amici servono a questo. A farci vedere parti di noi che altrimenti non vedremmo – certo, alcune volte, forse, sarebbero dovute restare lì, ma si sa i fumettisti questo fanno, rompono le regole, come le scatole. Ho guardato la morte negli occhi e no, non ho vinto. Il re è nudo, viva la satira, anche se qualcuno avrebbe detto “figa” o “Juve”. Chi è senza peccato, del resto, eccetera eccetera.

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