Chernobyl Herbarium

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La vita dopo il disastro nucleare,
questo il sottotitolo del libro di Micheal Marder (Immagini di Anaïs Tondeur, 16,00 euro, trad.it.Donatella Caristina) edito dall’editore Mimesis nella collana Sguardi e visioni.
Ci vuole coraggio a guardare in faccia il disastro nucleare che il 26 aprile 1986 in un orario che definire simbolico è poco – era l’1:23:45 e sì Dio gioca a dadi – fece esplodere il Reattore 4 della centrale nucleare di Černobyl’,Ucraina, allora ancora facente parte della Repubblica Socialista Sovietica.
Ci vuole coraggio a guardare in volto il male dell’uomo. Il disfacimento della razza umana. Mentre il mondo e la Natura si riappropria degli spazi abitati un tempo dagli umani.
Cosa sarà di noi? A questo tenta di rispondere il libro di Marder che, si legge nell’introduzione, incontra Tondeur al CNES-Centro Nazionale di Studi Spaziali, l’una lavora sulle Mutations of Visible l’altro sul concetto di Drawing the Invisible, l’incontro tra i due è fatale.
Di qui appunti, frammenti – Tarkovskij che scrive “l’umanità non è pronta ad assumersi la responsabilità delle sue bombe” – e invece crescere, la crescita non è solo economica, crescere appunto è assumere su di sé tutto il peso delle proprie azioni, le conseguenze di una vita che è metà volontà metà caso.
Livelli di radiazione e luce si mischiano in questo testo che è per metà avversione metà polemica politica, quasi poesia e intero fotogramma di un tempo estinto come quello che stiamo vivendo, un presente amputato, il registro di un futuro che era rivelato sino a qualche tempo fa, e poi.
“L’atmosfera, l’aria, l’acqua, il suolo, le piante, gli animali, gli uomini: tutto sembrava esattamente uguale al giorno prima, sebbene fosse radicalmente mutato”, v’è un senso di inappartenenza al tempo e allo straniamento in Chernobyl Herbarium la verità scomoda che no, non siamo mai eguali a noi stessi e non esiste altro che un (dis)equilibrio appena pronto per essere ricomposto e infranto.

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Alla stessa maniera. Bagliori a Kiev, radioattività a Minsk, cosa sia questa società trans-umana entro la quale siamo immersi e non ce ne siamo mai accorti? Virus e metallo, atomi in esplosione, sul silenzio e quale il numero atomico della felicità?
“La vita vegetale è un eccellente contrappunto alla nostra modalità predefinita di produrre energia, culminata nell’evento di Chernobyl. Le piante processano la luce solare sulle superfici estese delle loro foglie. La loro energia è (…) essenzialmente superficiale, fedele all’esteriorità e del tutto innocua per le altre specie”
L’insegnamento che viene dal mondo vegetale per Marder è il vivere non a scapito, l’esistere per cooperazione e non collisione. Modi di produzione, trasformazione, essenza. Animali e piante che ripopolano zone radioattive. L’erbario delle piante amputate, resistenti, il mondo animale empatico, la resurrezione. Come un fotogramma simbolico questo Herbarium rimanda il tempo indietro, neo-logisticamente ‘coefficienta’ natura|naturalità|naturalezza, condivide con noi la bellezza al tempo dell’infrazione – il fungo atomico, senza la violenza di Hiroshima o Nagasaki – la violenza oggi sul pianeta siamo noi: l’adolescente ellissi contemporanea (ma davvero crediamo nell’immortalità tecnologica delle nostre immagini?).
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Marder-Tondeur diluiscono forma e contenuto del reale, rendano emulsione del tempo profondo attraverso verità erbacee. E se gli atomi, le vite radioattive, “hanno più vite dopo il loro decadimento”, la sostanza che leggiamo in filigrana dallo sviluppo di questi testi-diapositiva è che abbiamo il tempo che prenderemo, lo stesso delle società – la perestrojka, glasnost’, l’Occidente capitalista – come tutti i termini esistenziali si rinnovino (il crollo dell’Unione Sovietica e del pensiero socialista in tutto il mondo, mentre gemmano ora i velenosi -ismi della negazione, inneggianti al separatismo comodo e cialtrone, il fondamentalismo terrorista e i nostalgici neo-nazi-fascismi fuori tempo massimo), se insomma “l’implosione ha portato all’esilio, l’esplosione ha innescato un’introspezione ancora più profonda”. Viviamo nel tempo e nella parola, il fallout della ragione ostile.
Che frammento lascia l’erbario, e quale sarà l’Ob’yekt Ukrytoye – l'”oggetto di riparo” che useremo – questo testo sul vivente che è (anche) in noi, non più solo concentrato sulla smania del dimostrare l'”io” ma l’incontro con l’altro: un passo verso, non versus, lo scoppio dell’atomismo e l’avvento di un futuro prossimo (isotopi, quantità discrete, incendi, piante, artisti, filosofi “granelli di polvere che galleggiano nello spazio”, silenzi traumatici), tutto questo ci dice il Chernobyl Herbarium di Micheal Marder (Mimesis edizioni) ha un nome il futuro, un logos empirico: siamo l’epoca del co-esistente.