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“Io sarò il rovo”, le fiabe-bosco di Francesca Matteoni

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E’ un intrico di storie-bosco il libro di Francesca Matteoni, Io sarò il rovo, pubblicato dal piccolo pregiato editore effequ (che come manifesto-claim sul sito recita a mo’ di sottotitolo e bussola del proprio catalogo “libri che non c’erano”).
Io sarò il rovo, 144 pagine, 15 €, è un rivolo di sentiero, flussi di personaggi e habitat. Respiri simultanei nel mondo-pnèuma entro il quale siamo immersi, dal quale a volte riemergiamo, forse, a volte, e di cui neppure ci rendiamo conto.
Le “fiabe di un paese silenzioso” di Matteoni – Pistoia,1975, autrice anche di libri di poesia – hanno a che fare con la disciplina del territorio del sé, l’elegia sotterranea del silenzio: sono fiabe, archetipi, simboli di un Io più grande che ci contenga, fatalmente, tutti.
“Camminare fa bene ai pensieri, li accorda, li raccoglie nel cuore. Allora è come se respirassero: diventano pensieri-passo, pensieri-terra, pensieri-albero, pensieri-cielo. Mentre cammino il paese scompare pezzo per pezzo, ultimi i tetti, finché non è che un brusio, una voce che ogni tanto s’alza dall’aia del circolo o un brandello di fumo che s’ingrassa e assottiglia i camini”.
Ecco, v’è una questione di silloge personale, e un istinto di forza centripeta che muove il corso e le parole di quest’autrice.
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La capacità non comune, né scontata, di Matteoni d’essere autrice nascosta, celata. Si mantiene sempre dietro il cespuglio della veridicità purché lo slittamento del lettore avvenga. Le parole-coniugate, e multiple, riverberano come pulviscolo in fase di lettura permettendo quello slittamento semantico che ci fa godere, appieno, di ogni singolo passaggio; e l’autrice lo fa con coraggio e senza mai auto-incensarsi, le parole arrivano precise, complete e allo stesso tempo assenti, permettendo a noi che leggiamo queste favole di riempire la “gente volpe” di Matteoni, che appare dunque viatico e sentiero di quel che ancora non sappiamo (lo sconoscibile, l’inattuale e l’incomodo) inoltre ai tempi social la scrittura radicale, per rizoma, si esprime sotterranea, le fiabe sono torrenti in piena, colgono attimi altrimenti ombra, si annidano e stanano i nostri rimpianti, coniugano la malinconia del vivere (quanta ipocrisia nel giorno d’oggi a far finta di niente, quando invece no, non siamo migliori di così, e no non va tutto bene), non vezzeggia il lettore però Matteoni, si dedica alla lingua, per tanto l’emersione dei predicati qui così come della violenza non è mai mitigata: “Nella Terra dello Spirito Cigno crescono le ali per il dolore. Ogni ferita una piuma. Ogni male un battito d’ala. Nella Terra dello Spirito Cigno gli uccelli si affilano i becchi nelle viscere fino a toglierti l’umanità. Che significa la tua disperazione. Nella Terra dello Spirito Cigno i sentimenti vengono disintegrati nella bellezza. Nella Terra dello Spirito Cigno non ti importa di essere amata. Smetti di supplicare.”: è un battito d’ala, non ali. E la differenza della metrica di Matteoni è tutta qui, nella produzione di un percorso stilistico che semplicemente scivola, e prende forma attraverso e per i suoi rivoli. Il fiume senza nome di questa costellazione di favole, come definire scritti atemporali? Un passo sull’equilibrio di terre in slittamento semantico, un piano temporale che dal ristretto bacino acqueo si apre alla terra, le terre, per poi infine divenire il Tutto entro il quale siamo immersi?
Non importa l’analisi, tantomeno la presente. Ciò che importa è che piccole perle come queste racchiudono un’intera foresta letteraria. Il libro di Matteoni produce anticorpi alla scortesia del mondo tramite la bellezza gentile di chi sa trasformare, Fedro, piante in acqua, e misteri in sogni. Semplicemente perché non c’è niente da trasformare, ci dice questa scrittrice, è l’acqua invisibile entro la quale siamo immersi, ogni e ciascuno col suo corpo, la sua disciplina fallace, il proprio linguaggio – albero, ape, agave, ametista – ed è appena la prima lettera di un alfabeto delle storie che sta a noi, e a chi verrà dopo di noi coniugare. O prima. Ma il tempo inesiste. Siamo sogni però, in attesa della materia che ci porti al mondo. Infanzia, crudele umanità, amore e violenza. Ne Io sarò il rovo c’è il futuro semplice di un dialetto nuovo – come in Italo Calvino e Michele Mari – che eviti finalmente lo spocchioso, noioso, io-io-io del contemporaneo e cominci a coniugare un rinnovato altruistico presente plurale.

Per chi vuole saperne di più sull’autrice, blog di riferimento di Francesca Matteoni:
http://fiabesca.blogspot.com/
http://orso-polare.blogspot.com/