Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

geert lovink: the “googlization” of our lives – versione estesa

Geert_lovink1193078154

Img_2659

Society of the Query: The Googlization of our Lives. A Tribute to Joseph Weizenbaum 
Una proposta teorica di Geert Lovink raccolta
da Mauro Garofalo – traduzione, Alessandro Delfant
i

Nell’ambito di Tech IT Easy – Festival delle tecnologie amichevoli – il
gruppo di ricerca Numedia Bios dell’Università degli Studi di Milano Bicocca (press_release.pdf
e cluster_ricerca_studenti.doc) ospita
oggi Geert Lovink, autore di
Zero Comments (Bruno Mondadori / Euro 14,00 / pp.184) – in
anteprima, frammenti dal suo speech.
«Uno spettro insegue le
elite intellettuali del mondo: l’eccesso di informazione. Le persone normali
hanno dirottato le risorse strategiche e stanno intasando i canali mediatici,
che una volta erano attentamente sorvegliati. Prima di internet, i mandarini si
cullavano nell’idea di poter separare le “chiacchiere” dalla “conoscenza”, ma
dopo la nascita dei motori di ricerca non è più possibile distinguere tra idee
patrizie e gossip plebeo. La distinzione tra alto e basso e il loro
rimescolamento in occasione del carnevale appartengono a tempi passati e non
abbiamo più motivo di preoccuparcene, perchè oggi l’allarme è causato da un
fenomeno completamente nuovo: i motori di ricerca scelgono in base alla
popolarità, non alla Verità. La ricerca è il codice tecno-culturale che governa
la vita contemporanea. L’incredibile aumento di informazione accessibile ci ha
legato strettamente agli strumenti di ricerca: online cerchiamo numeri di
telefono, indirizzi, orari di apertura, il nome di una persona, i dettagli di
un volo, gli affari migliori, e definiamo l’ammasso crescente di materia grigia
“data trash”. Presto quando faremo una ricerca non faremo che perderci. Non
sono soltanto le vecchie gerarchie della comunicazione a essere implose, ma la
comunicazione stessa si è trasformata in un assalto ai cervelli. Il rumore pop
è cresciuto a livelli insostenibili, e inoltre non possiamo più sopportare
ulteriori richieste dei colleghi. Anche gli auguri da parte di famiglia e amici
sono diventati corvée in cui si è obbligati a rispondere. Ciò che più preoccupa
le classi colte è che la chiacchiera è entrata in quello che sinora era stato
il dominio protetto della scienza e della filosofia, quando invece dovrebbero
essere più preoccupate di capire chi sta prendendo il controllo di una rete di
calcolo sempre più centralizzata.

 

(tutto l’articolo lovink.pdf)

 

Se gli amministratori di
oggi, caratterizzati da nobile semplicità e da quieta grandeur, non riescono a
esprimerlo, dovremmo farlo al posto loro: sta crescendo lo scontento nei
confronti di Google e del modo in cui internet organizza la ricerca di
informazioni. L’establishment scientifico ha perso il controllo su uno dei suoi
progetti di ricerca più cruciali: la progettazione e la proprietà delle reti
informatiche, che oggi sono usate da miliardi di persone. Com’è possibile che
così tante persone siano diventate tanto dipendenti da un singolo motore di
ricerca? Perché stiamo ripetendo la saga di Microsoft? Sembra noioso lamentarsi
di un monopolio in via di costruzione quando l’utente medio di internet ha una
tale moltitudine di strumenti a disposizione per distribuire il potere. Un modo
per superare questa impasse sarebbe ridefinire la “chiacchiera” di Heidegger.
Invece di lamentarsi e sognare una tranquilla vita online e misure radicali per
filtrare il rumore, è ora di scontrarsi con le forme più triviali di “esser-ci”
di blog, messaggi di testo e videogiochi. Gli intellettuali non dovrebbero più
dipingere gli utenti di internet come dilettanti di poca importanza, tagliati
fuori dal mondo. In gioco c’è una questione più grande, che richiede di
avventurarsi nella politica della vita informatica. È ora di rivolgersi
all’emergere di un nuovo tipo di corporation che sta rapidamente trascendendo
internet: Google.
Il World Wide Web, che
avrebbe dovuto realizzare la biblioteca infinita descritta da Borges nel
racconto La biblioteca di Babele (1941),
secondo molti dei suoi critici non è altro che una variazione sul tema del Grande fratello di Orwell (1948). Il
dittatore, in questo caso, non è un mostro del male ma un gruppo di giovani
cool il cui slogan di responsabilità aziendale è “Non essere cattivo”. Guidato
da una generazione molto più vecchia e ricca di esperienza fatta di guru delle
tecnologie dell’informazione (Eric Schmidt), pionieri di internet (Vint Cerf)
ed economisti (Hal Varian), Google si è espanso così rapidamente e in una tale
varietà di campi che virtualmente nessun critico, accademico o giornalista
economico è stato capace di seguire la portata e la velocità dei suoi sviluppi
degli ultimi anni. Nuove applicazioni e servizi si accumulano con regolarità
crescente come regali di Natale indesiderati. Sommate Gmail, il servizio
gratuito di email di Google, la piattaforma di condivisione di video YouTube,
il social network Orkut, GoogleMaps e GoogleEarth, la principale fonte di
introiti AdWords, con gli annunci Pay-Per-Click, le applicazioni office come
Calendar, Talks e Docs. Google non compete solo con Microsoft e Yahoo, ma anche
con le imprese dell’intrattenimento, le biblioteche pubbliche (grazie al suo
massiccio programma di scannerizzazione di libri) e addirittura con le
compagnie telefoniche. Che ci crediate o no, il Google Phone è in dirittura
d’arrivo. Di recente ho sentito una componente della mia famiglia meno
smanettona di me dire che aveva sentito dire che Google era molto migliore e
facile da usare di Internet. Suonava buffo, ma aveva ragione. Google non è
diventata soltanto la rete migliore, ma sta conquistando compiti software dal
vostro computer in modo che possiate accedere ai dati da qualsiasi terminale o
aggeggio portatile. Il MacBook Air di Apple è un’altra indicazione della
migrazione dei dati verso bunker di stoccaggio controllati da privati. La
sicurezza e la privacy dell’informazione stanno diventando rapidamente la nuova
economia e tecnologia del controllo. E la maggioranza degli utenti, e
ovviamente delle imprese, stanno felicemente cedendo il potere di autogestire
le loro risorse informazionali.
Il mio interesse per i
motori di ricerca è aumentato leggendo un libro di interviste al professore del
MIT e critico informatico Joseph Weizenbaum, conosciuto per il suo programma di
terapia psicologica automatica ELIZA, del 1966, e per il suo libro Computer Power and Human Reason, del
1976.
La critica di Weizenbaum
a Internet è di tipo generale: evita di entrare nello specifico, e questo è
apprezzabile. Le sue critiche non sono nuove per chi conosce il suo lavoro:
internet è un gran mucchio di spazzatura, un mass media costituito per il 95%
da non-senso, e come per la televisione, la direzione presa dal Web è
inevitabile. La cosiddetta rivoluzione dell’informazione si è trasformata in un
flusso di disinformazione, e il motivo principale è l’assenza di un editore o
di principi editoriali. Eppure il libro non si occupa dei motivi per cui questo
principio cruciale dei media non sia stato incorporato nella rete dalla prima
generazione di programmatori, di cui Weizenbaum era un membro importante.
Probabilmente la risposta sta nell’uso iniziale del computer come calcolatore.
I tecno-deterministi di Sophienstrasse a Berlino (sede della Università
Humboldt, ndr) e di qualsiasi altro luogo insistono nel dire che il
calcolo matematico resta la vera essenza del computer. Il (mis)uso dei computer
a scopi mediatici non era stato previsto dai matematici, e non bisognerebbe
dare a chi progettò i primi computer la colpa delle goffe interfacce e sistemi
di gestione dell’informazione che usiamo oggi. Si trattava di una macchina
progettata per scopi bellici, e cambiare gli scopi del calcolatore digitale per
farlo diventare uno strumento umano universale al servizio del nostro ricco e
variegato bisogno di informazione e comunicazione sarà un percorso lungo e
difficile.
Weizenbaum
ci mette in guardia rispetto all’uso acritico della parola “informazione”. “I
segnali all’interno di un computer non sono informazione. Non sono altro che
segnali. C’è un solo modo di trasformare i segnali in informazione, cioè
l’interpretazione”, e per questo dipendiamo dal lavoro del cervello umano. Il
problema di Internet, secondo Weizenbaum, è che ci invita a vederlo come se
fosse l’oracolo di Delfi: la rete fornirà la risposta a tutte le nostre domande
e ai nostri problemi. Ma Internet non è un distributore automatico in cui
infili una moneta e ottieni ciò che vuoi. La questione chiave è l’acquisizione
di un’educazione che permetta di formulare la domanda giusta. Per questo c’è
bisogno di educazione e expertise. Standard educativi più elevati non si
raggiungono semplicemente dando la possibilità di pubblicare online.
La sola
comunicazione non ci darà un sapere utile e sostenibile.
Invece di
Google e Wikipedia abbiamo bisogno della “capacità di valutare e pensare
criticamente”. Weizenbaum lo spiega facendo l’esempio della differenza tra
udire e ascoltare.
Come
potete aspettarvi, il cosiddetto Web 3.0 viene annunciato come la risposta
tecnocratica alla critica di Weizenbaum. Al posto degli algoritmi di Google,
basati su parole chiave che forniscono un input basato sul ranking, presto
potremo fare domande alla prossima generazione di motori di ricerca in
“linguaggio naturale”, per esempio Powerset.
Siamo
nell’era del ritrovamento di informazione sul Web. Se il paradigma di Google si
è basato su analisi dei link e ranking delle pagine, la prossima generazione di
motori di ricerca diventerà visuale, per esempio, e comincerà a indicizzare le
immagini del mondo, anche se non si baserà sui tag aggiunti dagli utenti ma
sulla “qualità” delle immagini stesse. Benvenuti alla Gerarchizzazione del
Reale.
Dalla
nascita dei motori di ricerca, negli anni Novanta, viviamo nella “Società della
query”, che come dice Weizenbaum non è troppo diversa dalla Società dello
Spettacolo
di Guy Debord. Alla fine degli anni Sessanta l’analisi
situazionista si fondava sulla nascita dell’industria del cinema, della
televisione e della pubblicità.
La
differenza principale di oggi è che ci viene richiesto esplicitamente di
interagire. Non siamo più una massa anonima di consumatori passivi, ma “attori
distribuiti” presenti in una moltitudine di canali. La critica di Debord alla
commercializzazione non è più rivoluzionaria: il piacere del consumismo è cosi
diffuso da aver raggiunto lo status di diritto umano universale. Tutti noi
amiamo i beni e i brand, e ci crogioliamo nel glamour che la classe globale
delle celebrità mette in scena per noi. Non esiste movimento sociale o pratica
culturale, per quanto radicale, che riesca a sfuggire alla logica mercantile.
Nessuno ha ancora escogitato un modo per vivere nell’era del post-spettacolo.
Le preoccupazioni si sono concentrate sulla privacy, o su quel che ne è
rimasto, ma la capacità del capitalismo di assorbire i suoi avversari è
diventata così routinaria da aver reso quasi impossibile spiegare perché
abbiamo ancora bisogno di pensiero critico – in questo caso su Internet –
eccetto per il fatto che tutte le nostre conversazioni telefoniche private e il
nostro traffico internet diventa disponibile pubblicamente.
E anche
in quel caso è difficile sostenere le critiche quando la disputa assume la
forma di lamentela organizzata da un’associazione di consumatori. Pensate a
questa “democrazia degli azionisti” in azione. Solo così la questione sensibile
della privacy diventerà il catalizzatore per una coscienza piu diffusa nei
confronti degli interessi delle aziende, ma i partecipanti verranno separati
attentamente. L’ingresso nella massa degli azionisti è riservato come minimo alla
classe media. E ciò non fa che amplificare il bisogno di un dominio pubblico
vitale e ricco, nel quale né la sorveglianza statale né gli interessi di
mercato possano dire la loro.
Già nel
2005 il presidente della Biliothèque National francese, Jean-Noël Jeanneney, ha
pubblicato un libretto in cui metteva in guardia contro la pretesa di Google di
“organizzare l’informazione del mondo”. Google
e il mito della conoscenza universale
resta uno dei pochi documenti a
sfidare apertamente l’egemonia incontestata di Google.
Anche se
di per se si tratta di un argomento legittimo, il problema ora non è il fatto
che Google voglia costruire e amministrare un archivio online. Google soffre di
obesità di dati ed è indifferente alle richieste di conservarli accuratamente.
Chiedere consapevolezza culturale sarebbe ingenuo. Il primo obiettivo di questa
impresa cinica è monitorare il comportamento dei consumatori per vendere dati
di traffico e profili a terze parti interessate.
Ogni
settimana Google lancia una nuova iniziativa. Anche per gli interni piu
informati è quasi impossibile stare al passo, e tantomeno di svelare un
progetto pilota.
Milioni
di utenti di internet, volenti o nolentti, stanno partecipando a questo
processo fornendo gratuitamente i loro profili e la loro attenzione, cioè la
moneta corrente della rete, a queste aziende. Qualche settimana fa Google ha
brevettato una tecnologia che aumenterà la sua capacità di “leggere l’utente”.
l’intenzione è decifrare a quali parti della pagina e a quali argomenti l’utente
è interessato, basandosi sul suo comportamento dopo che è arrivato a una
pagina. Questo è solo un esempio di una delle tante tecniche analitiche che
questa media company sta sviluppando per studiare e sfruttare commercialmente
il comportamento dell’utente.
Non
sorprende che i critici piu feroci di Google siano nordamericani. Sinora
l’Europa ha investito sorprendentemente poche risorse nella comprensione e
nella mappatura della cultura dei new media. Tutt’al piu, la UE adotta precocemente standard tecnici e
prodotti sviluppati al suo esterno. Ma nella ricerca sui new media ciò che
conta è la supremazia teorica: la ricerca tecnologica da sola non basta, non
importa quanti soldi verranno investiti in futuro dalla UE nella ricerca su
Internet. Finché ci sarà un gap tra cultura dei new media e grandi istituzioni
politiche, private e culturali, una cultura tecnologica vigorosa non nascerà.
In breve, dovremmo smetterla di considerare l’opera e le belle arti come forme
di compensazione per l’insopportabile leggerezza del cyberspazio.
Dobbiamo
chiederci perché i critici migliori e piu radicali di Internet sono
statunitensi. Non possiamo giustificarlo dicendo che sono piu informati. I due
esempi che faccio, seguendo le orme di Weizenbaum, sono Nicholas Carr e Siva
Vaidhyanathan. Carr viene dall’industria (Harvard
Business Review
) ed è cresciuto come il perfetto critico insider. Il suo
ultimo libro, The Big Switch,
descrive la strategia di Google per accentrare l’infrastruttura di Internet , e
quindi controllarla, per mezzo dei suoi data-centre. I computer stanno
diventando piu piccoli, economici e veloci, e questa economia di scala rende
possibile l’outsourcing dello storaggio dati e delle applicazioni a costi bassi
o inesistenti. Il business si sta spostando dai dipartimenti interni di
information technology ai servizi di rete. In questo c’è una torsione ironica:
generazioni di guru modaioli delle IT scherzavano sulla previsione di Thomas
Watson dell’IBM (secondo cui al mondo c’era bisogno solo di cinque computer), e
ora il trend è proprio quello. Invece di decentralizzarsi ulteriormente,
Internet si è concentrato nelle mani di pochi data-centre estremamente
energivori. La specialità di Carr è osservare la tecnologia in modo amorale,
ignorando l’ingordigia della classe dotcom-diventata-web2.0. Il progetto di
Siva Vaidhyanathan, The Googlization of Everything (La googlizzazione di
tutto), ha l’ambizione di sintetizzare le ricerche critiche su Google in un
libro, che dovrebbe uscire alla fine del 2009. Uno dei suoi blog raccoglie il
materiale grezzo con il quale sta preparando il volume
.
Per ora
le nostre ossessioni si concentreranno sulle risposte che non soddisfano le
nostre richieste, e non sul problema sottostante, cioè la bassa qualità della
nostra educazione e il calo della capacità di pensare in modo critico. Sono
curioso di sapere se le generazioni future incarneranno – o forse dovremmo dire
progetteranno – le “isole della ragione” di Weizenbaum. Dobbiamo riappropriarci
del tempo. Al momento la “cultura del tempo” non ci permette di girovagare
come flaneur. Tutta l’informazione,
qualsiasi oggetto o esperienza devono essere istantaneamente a portata di mano.
Il nostro stato di default tecno-culturale è l’intolleranza temporale. Le nostre
macchine registrano la ridondanza del software con impazienza crescente,
chiedendoci di installare l’ultimo update. E siamo tutti troppo disponibili,
mossi dalla paura di essere lenti.
Gli esperti di usabilità
misurano le frazioni di secondo che impieghiamo per decidere se l’informazione
che appare sullo schermo è quella che stavamo cercando. Se non siamo
soddisfatti, clicchiamo ancora. La serendipità invece richiede un sacco di
tempo. Possiamo inneggiare alla casualità, ma è difficile che siamo noi a
praticare questa virtù. Se con le nostre ricerche non riusciamo più a
imbatterci in isole di ragione, potremmo cercare di costruirle da noi. Con Lev
Manovich e altri colleghi sto sostenendo che dobbiamo inventare nuovi modi di
interagire con l’informazione, nuovi modi per rappresentarla e per darvi un
significato. In che modo artisti, designer e architetti stanno rispondendo a
queste sfide? Smettete di cercare. Cominciate a fare domande. Invece di cercare
di difenderci dall’eccesso di informazione, non possiamo affrontare la
situazione con creatività, come opportunità per inventare nuove formule, più
adatte al nostro mondo così ricco di informazione?».