le madri cattive by nicoletta vallorani

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E' appena uscito "Le madri cattive" di Nicoletta Vallorani (Salani, 14 euro) – per la scheda qui.
Il titolo è di quelli che ti fan male alle ossa. Che crinano le certezze e spezzano il fiato. L'incipit di Paul Valéry, recita: "Bisogna entrare in se stessi armati fino ai denti". E allora entriamo nell'antro buio di queste madri cattive, non madri distratte o che non sanno fare bene il loro mestiere, no. Ma piuttosto di quelle che uccidono i figli, per sopravvivenza, per ribadire femminilità, per tornare desiderate e libere, per tornare esseri social
"Le madri cattive" è la storia parallela di due donne. Annie, piccola fotografa, Peter Pan scarmigliato, ha lasciato il piccolo paese da cui proviene ed è partita. Ariel dalle lunghe dita sottili, che tesse trame e sfila ricordi altrui, psicologa in cerca di madri assassine. Sullo sfondo l'ombra malsana di provincia, del "ci si conosce tutti", delle strade che come gabbie ti si stringono addosso, della pelle che brucia di noia. A seguito di una serie di infanticidi, Annie e Ariel iniziano a lavorare insieme. Il loro è un rapporto complicato da una sottile vena malsana: sono come sorelle, sono state amanti, non sono forse più amiche, si sono fatte male. Le immagini che scorrono nelle pagine (Annie è fotografa) sono quelle di donne assassine. Anzi, di madri. Assassine. Perché lasciate sole, forse nella desolazione delle loro esistenze. L'essere umano che torna ferino, senza regole, vive e lotta unicamente per la propria sopravvivenza. Donne sul precipizio delle vite spezzate. Quasi distratte dal Male, ingenue, impazzite. E' un romanzo che fa male, questo. Che prende come morsa allo stomaco e non molla, che azzanna alla gola, morde il cervello senza tregua. Con parole sempre scelte, misurate, che liquide penetrano. Ovunque.
Gli uomini, nel libro di Nicoletta Vallorani (anche premio Urania) sono lì, nei loro ruoli sociali – poliziotti, (ex) machi – al massimo a fare da sfondo alle storie di queste donne attente ai particolari, ai dettagli. L'uomo no, l'uomo fa la guerra, stermina in massa. Alle donne spetta l'omicidio sussurrato, quello nascosto, l'orrore del silenzio, a cui non si sfugge perché alle madri ci si affida. A loro spetterebbe dare la vita. Non toglierla. Ma Vallorani conosce le narrazioni dell'antica Grecia, dove le donne erano ancelle e mogli, ma anche oracoli, dee. Degne di tragedie, complesse come Medea. Superiori persino agli dei immortali: come Cloto, Lachesi e Atropo, le parche che tessevano i fili della vita. E altrettanto, recidevano. Le creature letterarie di Vallorani sono femmine primordiali, divinità bellissime e terribili, oscure come il mare, ingombranti come la pazzia. Ma questo è un libro che parla di molte solitudini. Di quelle di ognuno. Della condanna a essere genitori in una società sempre più competitiva. Quasi della "lettera scarlatta" da incidere nella carne delle donne-caverna, delle femmine grotta dentro cui riversare la vita e poi disinteressasene, come se fossero vuoti a perdere.
E' un libro che finisce presto questo, senza che te ne accorgi, perché l'autrice ci rimane impigliata nella storia. Te ne accorgi dal dolore che lascia attaccato come sudario. E' un libro che vive di altre vite, che ne assassina di infanti perché forse questa vita non vale la pena viverla, e allora forse è meglio reciderla piuttosto che condannare. Questo pensano nella loro follia le madri cattive. Lasciate colpevolmente sole da tutti. Amici, parenti, istituzioni. Tutti solo pronti a giudicare. E' da tanto tempo che in Italia non si parlava di tabù così duri, nell'Italietta piccola e bigotta, che si batte il petto in Chiesa e guarda i telegiornali commentando a pastasciutta e vino. Non è un caso che in Inghilterra i diritti del libri siano già stati acquistati. E poi Nicoletta Vallorani scrive. Non sta a noi dire se bene o male. A ciascuno il suo. E però, scrive. E questa è letteratura.

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Dalle prime pagine del libro
"Questo è un paese cattivo.
Gli inverni sono lunghi e affilati, e noi sopravviviamo a stento.
Camminiamo senza parlarci, cercando ogni giorno di arrivare a sera.
Nessuna di noi sa quando si fermerà.
A volte, qualcuna si perde, si infila nella foresta, scivola in un fiume gelato.
Nel fitto degli alberi cerchiamo un buio che possa cancellare il rosso del ricordo.
Qualcuna di noi ferma il fiato nel freddo e non respira per minuti interi, cercando di rinunciare alla vita, ma non ci riesce, e alla fine, con le guance rosse dallo sforzo, tira dentro aria col ghiaccio di questo tempo che non cambia.
Noi siamo quelle condannate a restare.
Siamo acqua sporca nella latrina, veleno nel calice del re, fiamma che non si spegne e scalda.
Donne senza dolcezza, femmine senza sensualità.
Noi siamo il pericolo.
Noi siamo il male che è meglio non conoscere, perché è quello che non si piega.
Noi siamo fastidiose, inessenziali, incomprensibili.
Siamo le madri".