“Sputa tre volte” la graphic novel di Reviati è un inno alla nostra anima primitiva


C’è la marea nera che trascina via, e c’è l’odio. Ci sono le nuvole, le serate a far baldoria e le streghe in “Sputa tre volte” di Davide Reviati (Coconino Press, Fandango, 28 euro, uscito la prima volta nel 2016 ora di nuovo in libreria con un’edizione ampliata).
C’è il nero fondo degli occhi e il prendersela con gli zingari, il capro espiatorio, il buco nero fondo, gli occhi di Loretta, zingara puzzona e anche un po’ matta che finirà come finiscono tutte le anime candide e perse. Occhi di vecchia e corpo di bambina.

Il ponte vecchio, sul Lamone, luoghi e geografie di Maremma. E poi la provincia che nella grapphic novel è un luogo-ovunque, è una coordinata geografica uguale in tutto il mondo mentre Grisù, Guido e Olimpio tre amici fraterni crescono tra le botte e i campi infestati dalle sozzure del mondo degli umani: la rabbia che non si scarica mai, la rabbia cieca, la rabbia schifo che se la prende con chi capita per primo.
I lupi, gli zingari, chiunque valga la pena trattare da “straniero” pur di sedare l’inutilità della vita.

Per questo si vomitano corvi al mattino di fine estate, mentre il sole nero avvolge tutto e Reviati costruisce una storia su tre, quattro, cinque piani temporali, per dirci che non c’è oggi né domani. C’è solo verità, e il modo per raccontarla, nel modo più preciso possibile. Nel modo meno approssimativo possibile. Prima di scomparire.

La testa calda Grisù e Guido che ha gli occhi di chi si immalinconisce solo a guardare l’orizzonte, e poi tutti gli altri antieroi di cui “Sputa tre volte” (il contro-malocchio sinto per chi sogna case, queste scatole che ci schiacciano e costringono) e bambini, nati, morti, di cui i ragazzini trovano un teschio nel campo arato, sempre più secco, sempre più disgregato, come frantumate saranno le vite dei tre amici, le nostre, quelle di tutti, infine).

Anche nelle sue tavole più oniriche Reviati sporca la pagina, nero, pioggia come spilli, tracce diagonali che rompono lo spazio bianco e lo ridefiniscono, senza struttura, senza cornice, al vento, proprio come lo sono i nostri sogni.
Non c’è speranza, ci dice la favola inchiostro del fumettista e illustratore ravennate (qui il suo sito). O se c’è è nascosta sotto terra, e poi i boschi e le nuvole in cielo che sembrano castelli ma è tutta menzogna, è tutta illusione, perché i sogni poi si sfaldano e allora resta solo di andare in bicicletta, alzati sul sellino, resta solo desolazione e nessuna redenzione. Forse solo per la Natura, solo per i lupi che hanno fame di vita, e morte, forse solo per i tre ragazzi, fratelli alle prese con la masnada incomprensibile degli zingari che vanno e disfano, fanno e tornano.

Durante il nazismo (e ci sono tavole che l’autore dedica al Porrajmos, il “divoramento” dei 500.000 zingari che vennero sterminati, nel silenzio colpevole del mondo, dai nazisti durante il II conflitto mondiale ndr) e oggi, la marea nera che sale e non risparmia nessuno. Perché il razzismo c’è e contamina, la xenofobia è viva e si contorce, come le serpi nei campi di grano scuro, e gli occhi di una pantera che ci porta al largo dell’umanità. Sapremo ricomporla?, ci chiede Davide Reviati in “Sputa tre volte”?
Ci sono domande senza risposta, erba alta, verde all’orizzonte. Nessuno sa. Nessuno dice. Che tanto davanti al mondo che devi dire? Niente, puoi solo sputare tre volte e sperare. Puoi solo non avere paura, e guardare, dove finiscono le storie. Che non finiscono mai.