
(tentativo di fotografare l’eclissi con gli speciali occhiali “EuroEclipse” gentilmente donatimi ieri da Henrik e, da me, brutalmente posizionati davanti alla fotocamera dello smartphone, come se si potesse fare, ma tant’è)
Stasera ho cenato guardando l’eclissi.
In Danimarca alle 19:24 il Sole era quasi un Pacman, la faccia smangiucchiata dalla Luna, che partiva da in basso a destra e andava verso il centro.
Alle 20:07 ha raggiunto il culmine con una superficie coperta di circa il 90%.
Ho notato che ai cervi, ai cuccioli e alle mamme, l’eclissi non dà alcun fastidio, non hanno fatto niente di particolare se non brucare, come ieri del resto.
Nel campo non una voce, nessuno se non il crepitare della legna secca nel barile.
Appena tornato nel pomeriggio ho acceso subito il fuoco, è successo due volte oggi.
Stamattina e stasera.

Stamattina eppure mi ero svegliato alle 5:20 per andare a vedere sorgere l’alba dalla Torre nella Foresta dell’Adventure Camp, solo che per accedere alla torre bisogna portare con sé un pass con un QR code (io odio il selvatico organizzato), avevo anche scavalcato il gate all’inizio del camminamento in legno che dopo quasi 1 km porta al recinto della torre, da buon italiano “sgamato” avevo pensato di cavarmela, e invece il rigore danese mi ha punito, giustamente. Niente card niente torre.
Me n’ero tornato con la coda fra le gambe nella yurta, passi che riverberano di primo mattino in mezzo alle funi sugli alberi e i ponti tibetani predisposti per i bambini. Un campo avventura vero, che si snoda per centinaia di metri sui rami, là dove gli adulti avrebbero paura i ragazzini costruiscono mondi. In alto, mi sembra un oracolo dei prossimi decenni che saranno.

Se continueranno queste temperature in centro Europa, nel Mediterraneo, probabilmente saranno i paesi scandinavi a diventare il “nuovo Mediterraneo” perché da noi ci sarà il troppo caldo e la desertificazione, l’umidità e i diavoli di polvere, qui in Danimarca, o in Norvegia e in Svezia, un giorno coltiveranno vigneti e pomodori, avranno stagioni miti, non come queste estati italiane improvvisamente africane e monsoniche.
Dopo la fallita alba sulla Torre ero tornato nella yurta con le migliori intenzioni: doccia e colazione, nel freezer c’era un cinnamon roll, una girella di cannella, la mia preferita. E visto che stasera sarei tornato tardi mi ero anche messo a cucinare le patate dell’orto qui dell’Adventure Camp, al forno, le ho mangiate prima davanti al black hole sun, con un po’ di formaggio, ho una fame chimica da adolescente, in questi giorni, sarà per via dei mari della Calabria dove ho fatto il bagno di notte e visto di nuovo la vita crescere, dentro gli occhi, uno slancio un fuoco eppure, dopo anni di silenzio.
C’è silenzio adesso, giusto qualche rumore di auto lontane, un aereo passa in alto nel cielo, prima ho visto un airone che passava sopra il lago sotto il porticato aereo di legno dal quale scrivo, in questo stesso istante.

La mattina è filata liscia – a parte la questione delle chiavi che ho lasciato dentro l’armadietto dello Stevns Klint Experience stamani, con dentro la felpa, il pass per la yurta, ma questa, appunto, è un’altra storia – con Anja, tedesca trapiantata alle Stevns da più di un decennio, visitiamo le scogliere bianche e grigie che corrono lungo tutta la linea della costa, mare azzurro sotto l’edificio dell’Experience, a breve verranno ultimati i lavori della vecchia piramide che trasportava pietre dalla spiaggia al centro. Molti i ragazzi in visita dalle scuole, ma anche adulti, c’è vita anche se è fine estate in Danimarca, le scuole sono ricominciate, così il tran tran quotidiano. Nel centro si respira aria di 66 milioni di anni fa, quando l’asteroide colpì la Terra falcidiando dinosauri e forme di vita, rilasciando nel terreno iridio (siamo fatti di materiale stellare solo che ce lo dimentichiamo ndr) e facendo spazio a nuove forme di vita, le stesse che prenderanno il nostro posto quando, presto o tardi, come umanità toglieremo il disturbo dalle terre emerse.

Sotto di noi ci sono 800-900 metri di ossa, camminiamo sopra i resti di chi ci ha preceduto. Per milioni di anni. Meglio voltarsi dall’altra parte, meglio essere egoisti e pensare solo a noi stessi, che ci importa delle pietre, degli alberi, degli altri animali. L’importante, ci auto-convinciamo, l’importante è che stiamo bene noi umani, cosa voglia dire poi “stare bene” in assoluto, questo, probabilmente, nessuno lo sa.
Dopo il giro con Anja, a pranzo sotto il sole nordico, picnic vegetariano con Marie Widmark che dirige lo Stevns Klint Experience, iniziamo a parlare dei fossili che infestano il mondo, tipo alcuni gerontosauri politici e affini, fino a che apprendo che Marie ha casa in Maremma, per vicissitudini personali, e così a distanza di migliaia di chilometri mi trovo a parlare della “mia” terra. Tra qualche anno, quando il mio countdown interno avrà terminato il suo processo di avvicinamento, vedo all’orizzonte due ipotesi: campagna maremmana o Appennino tosco-emiliano, oppure le terre del Nord dove il clima diverrà più mite, forse però anche Bologna, chissà, o magari i mari del Sud, chissà. Dipende dalle parole, che costruiscono mondi, come diceva Wittgenstein. Al momento la mia parola primaria comincia per C, come “co-costruire”, come “costanza”, come “condivisione”.

Nel pomeriggio sono passato a trovare gli amici dell’Ellevilde Boutique Hotel, uno dei miei “luoghi preferiti” al mondo – citato nella speciale classifica dei 52 luoghi scelti dal New York Times come luogo in cui soggiornare alle isole Møns – un posto unico per energia (merito di Kirstine che lo gestisce) e di Kenneth (che prepara cibi tra il voluttuoso e il perfetto, oltre a essere maestro di sauna).
Nel viaggio di ritorno da Møns Klint a Stevns Klint mi accorgo che sono pochi i chilometri di distanza, poco più di un’ora del nostro tempo “orizzontale”. Eppure, queste due destinazioni – entrambe patrimonio UNESCO – messe insieme fanno milioni di anni.
Tutta la vita vissuta fino a questo momento sulla Terra è ben visibile dalle linee che si accavallano e intrecciano sulle scogliere di queste due perle del Nord, Europa, mondo 2026. Se potete venite a vederle ora, che il tempo passa e non torna, e quel che è fatto è fatto. E il verbo fare proviene da “poieo”, che non a caso ha la stessa radice semantica di poesia.

p.s. il fuoco è quasi spento, tra poco si chiude la giornata, domattina riprovo a vedere l’alba, e a salire la Torre nella Foresta, stavolta possibilmente con la QR card…
p.s.2 due cerbiatti brucano qui sotto, e la vera domanda allora è: ma quanto brucano i cervi?