
Metti una birra con la Scienza. Da oggi fino al 20 maggio, parte “Pint of Science” nei pub di tutta Italia, e nelle stesse date in tutto il mondo.
Il format nato nel 2013 nel Regno Unito, oggi presente in 27 nazioni su 5 continenti, porterà gli appassionati di scienza in 90 locali di 28 città italiane: Avellino, Bari, Benevento, Bologna, Cagliari, Caserta, Catania, Ferrara, Frascati, Genova, Latina, L’Aquila, Messina, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Pavia, Pisa, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Savona, Siena, Torino, Trento, Trieste e Udine.
Per 3 serate consecutive con incontri a ingresso gratuito, sarà possibile parlare, discutere, e bere insieme a scienziate e scienziati nei più vai campi di ricerca: medicina, chimica, astronomia, neuroscienze, ambiente, tecnologia e società (tutto il programma su www.pintofscience.it).

A proposito di stelle e universo intervistiamo Gaetano Di Achille, PhD, INAF – National Institute for Astrophysics Astronomical Observatory of Abruzzo, che sarà a L’Aquila per parlare delle ragioni del rinnovato interesse per l’esplorazione lunare.
A che punto siamo dell’esplorazione spaziale, sapendo che esistono multiversi?
«Oggi l’esplorazione spaziale è in una fase molto avanzata rispetto a pochi decenni fa, ma ancora agli “inizi” se guardiamo l’enormità dell’universo. Se immaginiamo l’esplorazione spaziale come una mappa: del nostro “quartiere cosmico” (sistema solare) conosciamo già parecchio, della galassia conosciamo solo una piccola parte, dell’universo osservabile sappiamo ancora pochissimo, dei possibili multiversi, per ora, siamo nel campo delle ipotesi. Abbiamo mandato esseri umani sulla Luna con il programma Apollo, costruito stazioni spaziali come la International Space Station, inviato sonde oltre il Sistema Solare e telescopi potentissimi come il James Webb Space Telescope, che riescono a osservare galassie nate poco dopo il Big Bang. Negli ultimi anni stiamo anche entrando in una nuova fase: aziende private come SpaceX stanno rendendo i viaggi spaziali più economici e frequenti, si prepara il ritorno umano sulla Luna con il programma Artemis program, e si studia seriamente come arrivare un giorno su Marte. Il tema dei “multiversi” appartiene soprattutto alla fisica teorica. Alcuni scienziati ipotizzano che possano esistere altri universi oltre al nostro, con leggi fisiche diverse o realtà parallele. È un’idea discussa in campi come la cosmologia e la meccanica quantistica, ma al momento non abbiamo prove dirette della loro esistenza».

La passione per le stelle – il verbo de|sidera, la parola sidereo – quanto è bello fare l’astrofisico? Cosa si fa, cosa si studia, cosa si conosce?
«E’ proprio così: “La passione per le stelle” è scritta perfino nelle parole che usiamo. È affascinante pensare che da migliaia di anni l’essere umano guardi il cielo non solo per orientarsi, ma anche per cercare significato. Fare il planetologo, e più in generale lavorare nell’astrofisica, significa trasformare quella meraviglia in conoscenza concreta. Cercare di capire come nascono e evolvono i pianeti, se esistono ambienti abitabili altrove e che cosa ci racconta l’universo sulle nostre origini. Un planetologo, ad esempio, può studiare: la geologia di Marte, gli oceani nascosti delle lune di Giove o Saturno, gli asteroidi e le comete e ciò che conservano del Sistema Solare primordiale, gli esopianeti, le immagini e i dati inviati da sonde spaziali. È un lavoro che unisce discipline diverse: fisica, per capire le leggi dell’universo; geologia, per leggere la storia dei pianeti; chimica, per analizzare atmosfere e materiali; matematica e informatica, per interpretare enormi quantità di dati. Fare questo mestiere significa convivere con il dubbio, ma anche con il privilegio raro di poter studiare cose che l’umanità, fino a poco tempo fa, poteva solo immaginare».

Ho in mente il discorso di Carl Sagan, A Pale Blue Dot, a seguito della prima immagine del nostro pianeta dallo spazio: cosa resta oggi di quel discorso che ci parlava dell’essere umano come formica di un pianeta minuscolo all’interno di una “più vasta arena cosmica”?
«A Pale Blue Dot, resta ancora oggi uno dei testi più potenti mai scritti sul rapporto tra l’umanità e il cosmo: vedere la Terra apparire come un puntino quasi invisibile sospeso in un raggio di luce. Un granello perso nell’immensità. La potenza di quel discorso è stata quella del cambiamento di prospettiva e resta validissima. Dovremmo riascoltarlo più e più volte dato che forse non lo abbiamo compreso molto……Infatti, Sagan ci ricordava che tutti i conflitti, le ambizioni, gli imperi, le religioni, gli amori, le paure e le speranze umane sono accaduti e accadono su quel fioco punto azzurro. Credo che lo abbia fatto non per umiliarci, ma per ridimensionare il nostro ego e spronarci a essere CONSAPEVOLI. Da allora la scienza ha reso quel messaggio ancora più forte: abbiamo scoperto migliaia di esopianeti, osservato galassie lontanissime, capito che il nostro Sole è solo una stella tra centinaia di miliardi nella Via Lattea e che la nostra galassia è solo una tra miliardi di altre. Ho dubbi però che l’umanità abbia invece recepito il suo messaggio se ci basiamo su ciò che accade quotidianamente sul nostro granello. Credo che il punto centrale del discorso non fosse “siamo insignificanti”, bensi: proprio perché siamo piccoli, siamo preziosi. Quel puntino è l’unico luogo dell’universo che sappiamo con certezza capace di ospitare vita, memoria, arte, coscienza. Sagan suggeriva che guardare la Terra dallo spazio potesse renderci più maturi come specie. Non meno importanti, ma più consapevoli dei nostri limiti e della nostra responsabilità
Dove si trova il Centro INAF per cui lavora, e come vivete al tempo della crisi climatica (montagne senza ghiaccio, neve, fusione e trasformazione di un pianeta che cambia).

«L’Osservatorio Astronomico d’Abruzzo ha due sedi: una a Teramo e l’altra sul Gran Sasso a Campo Imperatore ed è parte dell’INAF – Istituto Nazionale di Astrofisica, ente pubblico di ricerca dedicato allo studio del cosmo. Oggi è impossibile osservare l’universo senza pensare anche alla Terra. Viviamo un momento particolare: da una parte studiamo pianeti lontanissimi, dall’altra vediamo cambiare rapidamente il nostro. La crisi climatica si percepisce concretamente: stagioni diverse da quelle che ricordavamo, ghiacciai che si ritirano, montagne con meno neve, eventi estremi più frequenti. Come geologo e planetologo so che la Terra si trasforma costantemente, spesso attraverso cambiamenti ciclici, sempre attorno a rari equilibri di base che la rendono il pianeta che conosciamo. L’astrofisica e la planetologia contribuisco a farci capire meglio quanto possano essere stabili questi equilibri e quale può essere il nostro impatto (come specie) su di essi. Studiando Marte, Venere o gli esopianeti capiamo che un pianeta non è “automaticamente” ospitale. La Terra è speciale perché possiede condizioni delicatissime che permettono l’esistenza della vita. Per questo oggi guardare lo spazio cambia anche il modo di guardare il nostro pianeta: più impariamo a conoscere l’universo, più comprendiamo il valore della Terra.

Viviamo in un’epoca di negazionismi, anche da parte di alte cariche politiche internazionali, qual è il ruolo della Scienza oggi, e in chiave futura?
«Viviamo in un’epoca dove abbiamo più conoscenze scientifiche che in qualsiasi altro momento della storia, e allo stesso tempo assistiamo alla diffusione di dubbi, disinformazione e negazionismi anche su temi che hanno basi molto solide. In questo contesto, il ruolo della scienza non è quello di “avere sempre ragione” o di imporsi come un’autorità assoluta. La forza della scienza è proprio il contrario: mettere continuamente alla prova le proprie idee, correggersi, verificare i dati, accettare il dubbio ma non ignorare le evidenze. Il dubbio scientifico è fondamentale per l’avanzamento della conoscenza; il negazionismo, invece, rifiuta i dati e le evidenze anche quando le prove sono molto forti e condivise dalla comunità scientifica internazionale. Oggi la scienza ha grandi responsabilità. La prima è produrre conoscenza. La seconda è aiutare la società a sviluppare una visione a lungo termine. Pensiamo al clima, alle risorse energetiche, all’intelligenza artificiale o all’esplorazione spaziale: sono tutti temi che richiedono scelte oggi per conseguenze che vedremo molto più avanti. La terza, non in ordine di importanza, anzi…. è comunicare meglio. Per molto tempo gli scienziati hanno pensato che bastasse pubblicare dati e risultati. Oggi vediamo che non è sufficiente come ci dimostra, appunto, il negazionismo. Bisogna spiegare, dialogare, raccontare anche l’incertezza senza perdere rigore ed è per questo che ho aderito con grande piacere a questa manifestazione importantissima per la comunicazione della scienza».