Esce oggi il nuovo album strumentale di Agnese Contini, Echi di umanità (INRI Classic / Metatron), è il secondo lavoro discografico della chitarrista e compositrice salentina, 9 tracce di pura musica fra echi di chitarra acustica, lap steel guitar, mandolino, banjo, quintetto d’archi.
Un disco coraggioso, un riverbero di gentilezza, in un’epoca densa di musica parlata – il rap, la trap – e poco cantata. Così Contini – qui Instagram, qui Spotify – sceglie la “terza via”: un album senza voce, per meglio dire, qui la “voce” sono gli strumenti, il suono, la metrica.
Una metafora perfetta di un momento storico, la contemporaneità, fin troppo densa di voci e suoni, spesso dissonanti e violenti. Nella musica di Contini c’è il pensiero di un “noi” più ampio, che possa superare l’impasse di un pianeta troppo abitato, troppo inquinato, troppo rumoroso, troppo tecnologico, insomma “troppo”. Un invito, gentile, a fermarsi e ascoltare i suoni segreti, nascosti, dei giorni, che passano, inesorabilmente.

Sembra un disco aereo, aerobico, perché c’è bisogno d’aria in un presente saturo o perché serve ossigeno per il prossimo slancio?
«Credo che oggi ci sia bisogno di entrambe le cose. C’è bisogno di “ossigeno” inteso come tregua dagli abomini che vediamo ormai all’ordine del giorno, c’è bisogno di libertà dalla prepotenza dei potenti del mondo, che guardano solo ai propri interessi economici a discapito della povera gente che muore e vede spazzare via i propri affetti e la propria identità. Sono tempi bui, pesanti, per l’appunto. Credo che mai come in questo momento storico ci sia bisogno di giustizia. Perciò allo stesso modo, penso che la libertà da tutto questo male possa dare nuovo slancio all’umanità».

Come lo vedi questo tuo futuro nella musica, mentre il mondo è trap, kpop e rap?
«Sono stata definita “coraggiosa”. In realtà penso che si debba semplicemente fare ciò che è più vicino a quel che siamo e ci fa stare bene. Quindi nel mio futuro, penso che continuerò a sentirmi me stessa, con e nella mia ricerca, sonora o vocale che sarà. Anche la musica che faccio mi rappresenta, e anche se non è un genere che “fa molti numeri” perché non proprio in linea con quello che é invece più in voga nel mondo musicale attuale, a me va bene così! Non esiste un genere giusto o sbagliato, penso che quello che facciamo diventi giusto nella misura in cui ci rappresenta davvero».

Il disco è profondo e scava, nei tuoi ricordi e nella contemporaneità: esiste un punto di congiunzione corpo del mondo/corpo dell’umano, come intendi questa relazione uomo-natura?
«Penso fortemente che esista una connessione profonda tra essere umano e natura. Non è scontato pensare che se l’ambiente è inquinato, ci ammaliamo di conseguenza anche noi. E questo lo vediamo ogni giorno. Noi abbiamo bisogno della natura, dell’acqua, dell’ossigeno, delle foreste. Quanti di noi trovano la pace osservando una vallata, un canyon, la potenza e la meraviglia dell’oceano? Se siamo in grado di capire tutto questo, allora non è difficile pensare quanto noi abbiamo bisogno della natura. Allo stesso modo, se siamo in grado di rispettare la natura, tutto questo non può che riflettersi su noi stessi».

Jeff Buckley, sul quale è uscito da poco il bellissimo docufilm di Ami Berg, It’s Never Over, stimava molto un cantante qawwali che si chiamava Nusrat Fateh Ali Khan, che Buckley definiva the voice within’ the voice, “la voce senza la voce”, cos’è per te il linguaggio di solo suono, “assoli”, a soli, a sé, come indaghi questa frontiera?
«É un linguaggio che richiede molta ricerca personale, molta lettura. È un linguaggio che si nutre di sensazioni di pancia, ma che allo stesso tempo richiede anche molto studio! Non è scontato il lavoro del compositore e più vado avanti e più mi rendo conto che richiede, ovviamente, una conoscenza musicale profonda. Cerco perciò di studiare continuamente e a volte non nego che lo sconforto mi travolge. Poi per qualche motivo, la musica mi richiama sempre, mi “schiaffeggia moralmente“ oserei dire, e mi fa ritrovare l’entusiasmo sempre. Questa é una cosa che mi rende davvero viva!».

In questo album leghi speranza, deserti, intimità, è un disco “politico” in un momento storico di populismi e negazionismi, cos’è il tempo per te?
«Credo che il tempo sia verità. In un momento storico come questo, penso che la verità sia spesso celata, oppure non si voglia guardare. Il nostro cervello, biologicamente e un po’ per “comodità”, si sofferma su ciò che è più facile apprendere. Serve invece molta lucidità, consapevolezza e informazione profonda sui fatti che accadono, per evitare che si ripetano ancora. Io spero che il tempo porti alla verità e alla giustizia in questi tempi bui!».