“In forma di essere umano” il new classic noir di Riccardo Gazzaniga


Il Prologo. Il prologo di In forma di essere umano (Rizzoli, collana Nero, 17) di Riccardo Gazzaniga,  Premio Calvino e Massarosa per il suo esordio A viso coperto (Einaudi), ci rende spettatori e attoniti, vigili indesiderati, è l’incipit straniante con cui un amore adolescente apre uno squarcio nel cuore della Storia. Appena Sylvia si invaghisce di Klaus – giovanotto bello e biondo e con gli occhi azzurri che avrebbe preferito “Sarebbe stato meglio se in Germania avessero finito il lavoro con gli ebrei” – ed ecco che allora davanti al volto esterrefatto del signor Hermann, il padre, ebreo, di Sylvia si spalanca l’Inferno. E noi con lui. Siamo nell’Argentina del 1960. Il Terzo Reich è finito. Il Terzo Reich è vivo, sotto mentite spoglie, e tra questi ve n’è uno che al solo pronunciarlo, paralizza: ed è il nome di Adolf Einchmann.
Gazzaniga usa un indicativo presente coniugato a un futuro semplice. Forse per caso, o per gli strani giri che sempre sanno fare le storie, i mille rivoli della narrazione, inanella l’incipit di una storia sepolta nel passato con gli spettri del presente. Il riverbero delle azioni sul futuro. Ciò che scegliamo oggi, nel tempo delle destre populiste ai governi del mondo, quanto il futuro sembra estinto. E la razza umana in via di.
L’autore – nato a Genova, classe ’76, viceispettore di Polizia – svela sin dall’incipit del romanzo quale sia la vera identità del caporeparto integerrimo, cittadino qualunque, che si cela sotto gli occhi e la luna del fato. Anche se quel fato ha il nome di un ex SS, uno dei principali assassini del Novecento, Eichmann, il braccio destro di Hitler.
E’ incredibile, e al contempo necessaria, tutta la rilettura che si sta facendo in questo primo ventennio degli anni Duemila di quei due -ismi che, pure, portarono il mondo intero sull’orlo del baratro. In tempi in cui lo spettro dell’invasione russa dell’Ucraina ha riportato indietro le lancette del doomsday clock, ai tempi di una “guerra fredda” tra umani che, invece, nel pianeta sta fondendo i ghiacciai di mezzo mondo, e portando dunque – se come sembra le temperature continueranno a crescere (si ipotizza di 3°C) – all’estinzione della razza, umana, tutta stavolta.
Attraverso l’uso sapiente della doppia voce – Eichmann il Male da un lato e Zvi Aharoni, agente del Mossad israeliano dall’altra – Riccardo Gazzaniga riesce a dipanare una delle vicende più incredibili del secondo dopoguerra, quella di Otto Adolf Eichmann appunto e dell’agente segreto Peter Zvi Malkin, morto nel 2005, che lo inseguì fino alla cattura, e che permise l’arresto e il processo del criminale di guerra tedesco.
La vicenda sulla quale si basa In forma di essere umano è tratta da fatti realmente accaduti, attraverso il quotidiano, gli aerei presi, il Dio del caso, Ritchie Valens e Buddy Holly, le annotazioni minute degli spostamenti, l’autore genovese riesce a costruire una trama classica e noir, e innestare le coordinate stilistiche con un linguaggio scarno ed evocativo insieme (che ricorda, per certi versi, l’autore spagnolo Arturo Pérez-Reverte).
Buenos Aires città ed eleganza, sfondo del disonore, e noi spettatori lì a leggere la normalità e le scelte del mostro nazista e del suo inseguitore, coniglio e volpe, la banalità del male quotidiano che esercitiamo a tavola, Eichmann con la moglie, Eichmann il padre, marito, funzionario, esecutore materiale dell’Olocausto.

(AP Photo/File)

Sono ricordi che si incrociano con la geografia degli assenti, memorie di un futuro passato che non si estingue e anzi derubrica gli eventi a favore della Storia, che si ripete, ogni volta eguale a sé stessa. La sopraffazione e il destino. Quello che ci lega gli uni agli altri, prima della parola fine.
Riccardo Gazzaniga ci ha abituati, del resto, a salti storici, fili rossi, con passione e sagacia: un autore che scava a fondo, recupera, indaga, in modo curioso e professionale, tra le pieghe dei fatti che sempre, appunto, “fanno” la Storia: emblematico, in questo senso, il post che Gazzaniga scrisse su Peter Norman – l’atleta bianco che a Città del Messico nel 1968 rimase accanto a Tommie Smith e John Carlos, nella famosa fotografia che li ritraeva sul podio col braccio alzato e il pugno chiuso, simbolo delle Black Panther – post che ha fatto il giro del mondo, ed è divenuto persino un podcast, che si può ascoltare qui.
Il tracciato esistenziale di Eichmann, così, si scopre per quel che è. Un individuo incapace di empatia, quella condotta connotativa, propria dell’homo sapiens o ciò che ne rimane, forse l’ultima caratteristica che lo distingue e che rimane al fondo degli esseri umani che vogliano, ancora, dirsi tali.
Andando avanti nella storia di In forma di essere umano arriviamo infine alla cattura e al processo di Eichmann, atto finale della tragedia.
E’ qui che si consuma una delle parti più riuscite del romanzo, è qui che i lupi si tolgono i travestimenti d’agnelli e i sacrificati, finalmente, possono guardare in faccia il terrore subìto, e fare i conti con i cari estinti, la irrimediabile offesa al popolo ebraico, monito e spavento che, pare, oggi, più importante che mai ricordare. Affinché non si ripeta. Mai più, e senza scomodare nessuna retorica buonista.
Nelle note finali e nei ringraziamenti scopriamo quali i documenti letti e recuperati da Gazzaniga per impiantare la vicenda romanzesca, ancorarla alle parole-verità che ci permettono di leggere il mondo “Raccontare l’orrore”, dunque con parole piene e nessuna sfiducia. Il lascito che ci mette sotto gli occhi questo autore è una residua speranza, sete di giustizia che infine si compia, consegnando nelle nostre mani tutti gli elementi per dire, un giorno: “io c’ero” e ho detto, alzandomi in piedi, protestando di fronte all’ingiustizia, il mio personale indignato, No.