NATURAL – 2. L’anima smarrita

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E’ questo il titolo del libro illustrato di Olga Tokarczuk -premio Nobel per la letteratura 2018 – con Joanna Concejo (Topipittori, €24,00, trad. it. Raffaella Belletti) e sarà per la spessa carta ingiallita, la sensazione di toccare queste parole-oggetto, l’illusione di sfiorare persino quella pianta in copertina, annusare il respiro del mondo vegetale, fatto di silenzi e d’aria, lontano dalla brutalità dell’uomo, che L’anima smarrita si presenta al lettore quasi fosse un finestrino aperto, d’un treno verso l’est e noi, semplicemente, viaggiatori gentili, smarriti, un popolo pacifico e leggero anziché costantemente in guerra, dentro al riverbero capitalistico delle ore, i giorni tutti eguali, l’uno contro, l’altro urlato, il fare che sino a poco tempo fa, complice il primo lockdown, la pandemia, avevamo visto osservato guardato, ritrovando quell’umanità – umanità come empatia – già smarrita, appena rientrati in quella normalità che uccide. Lo sappiamo.
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Il testo si apre con una cartolina di traverso spedita da chissà dove, a noi dispersi, abitanti di una città innevata al parco, orme nel parco: “Se qualcuno fosse in grado di guardarci dall’alto, vedrebbe che il mondo è pieno di persone che corrono in fretta e furia, sudate e stanche morte, nonché delle loro anime in ritardo, smarrite…”.
Gli abbracci e le matite di Concejo fibrose, sterpi rotti che invadono il cielo, regno degli uccelli, nostri fratelli eppure, direbbe il buon Francesco sulla strada per Assisi, il santo povero, gentile con i lupi, poderoso con gl’ommini.
E v’è una certa qual sacralità anche nel testo di Tokarczuk, quando la narrazione diviene favola, mentre ci muoviamo tra le pagine dense di foglie e campi, l’odore della carta velina arriva alle narici, l’olfatto inala trasparente, la verità nero-verde dei disegni, riconosciamo i nostri appunti sparsi – precisamente, dove e quando abbiamo perso l’anima, appresso a quale sogno, abbiamo concesso il nostro prezioso tempo precisamente, a chi, e perché? – spuntano cervi tra i quadretti e conigli sul tavolino della cucina, mentre anche noi siamo seduti, gli stessi gesti quotidiani, la medesima inclinazione della luce attraverso la finestra.
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La poetica dei giorni, come nei testi dell’altra grande autrice polacca, l’indimenticata Wisława Szymborska, premio Nobel nel 1996 (sono passati quanti eoni da quel mondo lì, quel mondo in cui c’eravamo, il muro di Berlino, le Torri Gemelle, il diritto alla privacy: quale, se oggi i nostri indirizzi mail, i numeri di cellulare appaiono nei computer di Ikea mentre convalidiamo gli ordini di una cucina economica: siamo in mano ai “grandi” e abbiamo perso, tutti).
Gli istanti della memoria come preziose immagine a colori si aprono sotto il nostro sguardo, tenue malinconia del perduto, il tempo fuggiasco, che fine ha fatto il bambino che siamo stati, il brillio di quel tramonto fra le spighe, lo spirito del viaggio interrotto. La Natura si mischia, impasta, svela. Nel testo di Tokarczuk-Concejo è uno spirito orizzonte, la linea di luce che ci fa voltare pagina, nonostante tutto, la bellezza degli orsi tra le strade di Mosca, cervi tra le vie piccole dell’Umbria, ce lo siamo già dimenticato. Le auto invadono le strade.
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“Finché alla fine un pomeriggio qualcuno bussò alla porta e sulla soglia comparve la sua anima perduta – stanca, sporca e piena di graffi. – Finalmente! – disse l’anima trafelata.”
Non ci serve niente di più di ciò che siamo, ci dicono queste due autrici preziose, sottili.
Il colloquio con i desideri, nell’etimo della parole il “de” che è negazione e mancanza, le stelle da interrogare, ciò che il tempo produce e fabbrica. Il terzo paesaggio che non siamo ancora in grado di vedere è già lì. Basta solo piantare gli orologi “dagli orologi crebbero bei fiori variopinti simili a campanule, mentre dalle valigie germogliarono grosse zucche, delle quali Jan si nutrì tutti i tranquilli inverni successivi.”
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