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Forti e liquidi, come il futuro

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Come Cuore di tenebra di Joseph Conrad e La conquista dell’America di Tzvetan Todorov, il nucleo fondante di Forte come la vita, liquido come l’amore (introduzione del Premio Nobel per la Pace Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, Solferino, 16,00 €) di Thomas Leoncini, scrittore giornalista spezzino classe 1985, ruota attorno al concetto dell’altro per meglio dire il sé e la relazione con – il corpo, digitale, reale – gli altri.
Nucleo tematico dell’autore, il concetto di sacer: il sacro nella dimensione etica e sociale. Il mortale e l’intoccabile.
Di qui la relazione col dio di cui pare sempre trattare in ogni suo scritto Leoncini, fil rouge che in questo caso prende a prestito dal dies sacramons sacer degli antichi giuristi romani.
V’è una relazione sanzionatoria dell’umanità propria alla parola di matrice indoeuropea suk da cui appunto il sacro discende, e di confine: “sacro” e “santo” (sancta) esprimono|incarnano il limite d’un fuori e un dentro, la relazione con gli altri, concetto che per estensione si può ampliare anche ai regni oltre l’umano, compreso quello animale (da cui, il sacrificium agli dèi).
Leoncini giunge a questo libro dopo il best seller Dio è giovane libro-intervista a Papa Francesco, dedicato alle nuove generazioni, e “Nati liquidi” (Sperling & Kupfer, Mondadori), scritto con Zygmunt Bauman, tradotto in 14 lingue.
A differenza però del registro narrativo di Conrad – il baratro – o di quello filosofico historico di Todorov, Forte come la vita si configura come ricerca.
L’autore torna all’approfondimento dei suoi studi sui nuovi modelli psicologici e sociali. Indagini sematico-emotive attraverso le quali indagare – novello Diogene – l’uomo contemporaneo.
Forte come la vita è il Tempo nella sua doppia dimensione singola e collettiva.
L’incontro con la dimensione “fuori” che tutti noi scontiamo, per di più in epoca di pandemia.
Leoncini indaga concetti scomodi, la depressione, l’autodistruzione. Persino l’amore viene destrutturato nel suo significato di attaccamento, ambivalenza, proprietà, assenza. E l’oggi è un”luogo” in cui tutto è accelerato, continuo, multiplo, singolo, diviso.
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Foto di Magda Ehlers da Pexels

Desiderio e malattia nel testo di Leoncini – indagine sul baratro, a un passo dalla caduta – si mischiano alla letteratura, la narrazione, Cesare Pavese che si suicida per insipienza, forse, anche d’amare e ciò gli renderà impossibile il rimanere in vita e pure quanta poesia, nel fiume dei giorni.

O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

(da C. Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 22 Marzo 1950, Einaudi – qui letto|interpretato da Vittorio Gassman)

Speranza e solitudine. Il testo di Leoncini è allo stesso tempo anafora (ripetizione) e specchio – noûs, in greco antico, indica la facoltà di comprendere quindi l’intelletto, e per Anassàgora l’intelligenza suprema o “materia sottile”: noi e l’altro dunque – sino al conflitto, alla confusione: noi siamo l’altro, per questo lo odiamo, poiché odiamo noi stessi.
Leoncini incide nella carne della contemporaneità con il bisturi dell’affetto, scomoda l’umano di sé per comprendere l’oltre-umano: dislocati, gli uomini, silenti le donne, quale dunque il rapporto reciproco che cambia: maschio|femmina, la diade ricomposta e scissa, l’Eden perduto, il giardino del presente infranto, l’emergenza climatica è alle porte.
A essere religiosi si potrebbe credere di nuovo al Diluvio Universale, panteisticamente realisti basta invece guardarsi intorno per attendere i prossimi giorni del giudizio (caustico) di un clima che è già cambiato: 49,5°C in Canada, alluvioni in Germania, l’aria delle città irrespirabile. Mancherebbero le locuste in occidente, se non fosse che sono già sbarcate in Africa, quando la smetteremo di ragionare a colonie?, ci chiederebbe Conrad se fosse ancora vivo.
Solo che la razza umana del presente è spesso, troppo spesso, ridotta a una dimensione, avevano ragione Nietzsche e Marcuse, il merito di Leoncini è lavorare sulle opposizioni pertinenti, e così si scopre ciò che sappiamo, consapevoli e condannati: siamo merce, scambio, consumo.
Ecco la società dell’apparenza di cui parla Leoncini, citando il libro con Papa Francesco: allo stesso tempo, Forte come indaga, intuisce, ragiona, molla l’àncora della forza-gravità “amore” (per chi scrive, su tutti le 2 W: Shakespeare e Szymborska ndr) quale doppio: l’amore per , l’amore e il bilanciamento individuo-comunità.

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Foto di NICE GUYS da Pexels

Ciò che l’homo technologicus può è ciò che la Macchina non è in grado di concepire. L’empatia, “condivisione” è un concetto più esteso dell’infinito, to share.
Lo spazio semantico del Web, la landa della nostra neo-Terra Digitale, è il Lato Oscuro d’una impermanenza, dice l’autore. Andiamo online per ritrovarci, esprimere ciò che non siamo in grado di attuare, cercare di convincere gli altri, e noi stessi, di un luogo d’appartenenza che spesso confligge, sfugge, frustra: la realtà è sempre meno entusiasmante dei 15 minuti di celebrità, fosse altro perché dura di meno.
Attarverso Andy Warhol e Tiziano Terzani, Marx ed Engels, Leoncini ci porta al confine “svaporato” dell’intorno.
Se tutto è effimero, per tanto, non riusciremo ad agire concretamente. Forse per questa stessa ragione l’uomo continua a consumare, produrre senza curarsi dell’equilibrio nei confronti dell’habitat (proprio ieri è stato l’Earth Overshoot Day ovvero da oggi “e fino al 31 dicembre, le esigenze dell’umanità – in termini di emissioni di carbonio, terreni coltivati, sfruttamento degli stock ittici e uso delle foreste per il legname – sono incompatibili con la capacità del pianeta di rigenerare queste risorse e di assorbire il carbonio emesso”, l’articolo completo qui).
Il problema della società contemporanea è il Tempo “liquido”, come lo definiva appunto Z. Bauman.
Ciò che è liquido è inafferrabile, così la società si è spinta alla deriva.
Siamo malati di “giovanilismo” e immortalità, di nuovo il sacro, gli dèi e gli uomini, la loro|nostra innata smania di Creazione (tra cui, l’IA-Intelligenza Artificiale).
Il corpus della nostra società è dimostrazione per assurdo della impossibile conquista al corpo perfetto: davvero interessante, in questa chiave, la parte del libro (pagg. 57-61) dedicata alla storia del corpo sociale dall’Antico Egitto ai giorni nostri.
L’analisi di Leoncini prosegue quindi con alcuni dei concetti-chiave più arcani e allo stesso tempo essenziali: la bellezza “oggetto” del capitalismo della sorveglianza “acquistabile al pari di qualsiasi altro bene di consumo”, e la globalizzazione dispiegata sulla quale Hannah Arendt ebbe a scrivere: «Per la prima volta nella storia, tutti i popoli della Terra hanno un presente comune.», le nostre vite di scarto, residuali.

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Foto di Pixabay da Pexels

Di nuovo il Tempo, il social washing, la ricerca costante dell’approvazione. Quale futuro?
Leoncini sferza il presente: prendiamo il futuro a prestito dai nostri figli, analizza, spettacolarizziamo il dolore, ormai senza più nemmeno impressionarci. Siamo nell’epoca dei fake, del vale tutto, compresi i nazionalismi negazionisti. Il potere e la deriva del dominio. Il ritratto del presente che ci restituisce Forte come la vita, liquido come l’amore non fa sconti, ci mette di fronte alla violenza che operiamo nei confronti dei nostri figli minorenni quando ne mettiamo online le immagini, avatar, simulacra di un amore esibito, retro-utopie al posto del principio-responsabilità: non ci “curiam” di loro, guardiamo e non passiamo, piuttosto mettiamo like. E’ l’e-commerce dei sentimenti, lo scarto delle relazioni.
Tutta la seconda parte del libro analizza, invece, il criterio svincolato di amore-possesso, Roland Barthes e Jean Piaget, il senso semiotico della reciprocità, il “mio” e il “tuo”, quale lo spazio del nuovo individuo che dobbiamo, stiamo già, forse, già diventando.
Democrazia, postpovertà, l’essere|avere perpetrato, il meccanismo del profitto fine a se stesso, viviamo nell’epoca della sovrapproduzione, siamo tutti in più, una società precaria e in esubero, c’è spazio anche per l’illuminante pensiero di Antonio Gramsci.
Il punto, alla fine della lettura di Forte come la vita, liquido come l’amore di Thomas Leoncini è una riflessione che ci racchiude tutti. Trasformarsi – le metamorfosi di Kafka più che quelle di Ovidio – è essere nel vettore di un Tempo a orologeria, e per continuare a vivere sul pianeta basta solo, finalmente, passare dall’io al noi. Spostarci da una logica di tempo lineare e a breve termine, slittare il nostro vivere non all’eternità ma al domani. Di quale realtà (Ama il prossimo tuo, come nel meraviglioso libro sulla “guerra” di Erich Maria Remarque), non esistono profughi né stranieri ma un’unica razza, quella umana, come rispose Einstein: comunità-mondo nel|del futuro che sarà.

Per Edmund Phelps, Columbia University, premio No­bel per l’economia, Forte come la vita, liquido come l’amore: «mostra chiaramente che non ci sareb­bero molte possibilità di innovazione in una società in cui c’è poco o nessun amore.» mentre per l’antropologo Arjun Appadurai, New York University: «Questo è un libro elegante e colto che illustra le in­tuizioni di quella che possiamo chiamare una teolo­gia dell’affetto a confronto con i dilemmi quotidia­ni dell’amore, della fiducia, del cambiamento e della perdita.»