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in a time lapse: un’intervista a ludovico einaudi

Uscita qualche giorno fa per VitaNòva, ecco l'intervista a Ludovico Einaudi.
 
In a time lapse (Decca), è il titolo dell’ultimo album di
Ludovico Einaudi. Tempo e spazio, variabili e costanti. In anni di carriera, il
musicista-compositore torinese ha saputo coniugare la classica all’elettronica,
la sintassi delle note all’armonia, in quello che – per ogni artista – è il meta-racconto della sua propria visione
del mondo. Allo stesso modo, il pianoforte
di Einaudi è istinto e materia, viaggio e strumento scelto, ricerca e scoperta
dell’essenziale. Vento radicato a terra, dove ogni nota è sintesi e apertura,
un albero piegato dagli elementi, saggio e, proprio per questo, in grado di
mutare corpo, come nella cover di In a
time lapse
dove boschi gialli e verdi, rossi e marroni, sembrano cogliere
il senso e i colori di un autunno tiepido e improvviso. La stagione della
riflessione, il tempo del mutamento.
La musica per Einaudi è frutto
di osservazione attenta, che crea e forma, e avvolge l’esistenza, e i giorni,
in una sorta di “mistero”, che recupera lo stupore di quando si era bambini,
quando ogni esperienza accadeva per la prima volta. Lo spazio, e il tempo dunque,
ancora. Come se ogni singola nota riuscisse a cogliere, nella successiva
concatenazione d’armonia, un senso del Tutto altrimenti sfuggente.

LEGGI SOTTO L'INTERA INTERVISTA, CON ALTRI VIDEO

il .pdf dell'articolo uscito per VitaNòva
Einaudi

In a time lapse
racconta il pensiero dell’album: «Quando diventi
cosciente che il nostro tempo ha un limite, è il momento in cui cerchi di
riempire quello spazio vuoto con tutta la tua energia e ricominci a vivere ogni
istante della tua vita in modo pieno come quando eri bambino».
«Ci sono vari fattori che hanno
contribuito ad arrivare a questa riflessione, anche se effettivamente
appartiene non solo a questo album, ma in qualche modo ad altre precedenti.
L’idea di fondo è che, col passare degli anni, si perda l’immediatezza nei confronti della vita. Si iniziano a filtrare le
esperienze. La cosa più difficile, ma non impossibile, è tentare di cogliere la
bellezza nei dettagli del mondo, con gli stessi occhi di quando, da piccoli, si
scopre tutto per la prima volta. Con la stessa attenzione alle cose, e
l’esigenza di non smettere mai di “guardare”, veramente. Altrimenti, tutto
quello che vivi, in qualche modo, diventa scontato; altrimenti, si inizia ad
acquisire le cose non più per quello che sono, ma in maniera automatica e
involontaria. Vivere le emozioni, invece,
deve essere un gesto consapevole. Crescendo mi sono reso conto, poi, che
condividere le emozioni è un sentimento che va tenuto sveglio. In questo, la
musica è sicuramente un “ambiente” privilegiato. Quando suoni, riesci a creare
momenti molto coinvolgenti e intensi con gli altri musicisti, in questo la
musica è un mezzo ulteriore, è un tramite fra esseri umani.
Sono questi i pensieri
confluiti nell’ultimo album. Idee ulteriormente supportate da un libro che mi è
capitato di leggere nello stesso periodo, i diari di Henry David Thoreau
srittore e filosofo statunitense, considerato uno dei padri del concetto
giuridico di “limite”, ispiratore della resistenza nonviolenta – nei quali, come
in Walden, ovvero Vita nei boschi
racconta di quando si era ritirato a vivere in una capanna, lontano dalla
“civiltà”. Thoreau mi ha fatto pensare a quanto sia importante osservare il
mondo, ciò che ci circonda, scoprire (non con l’ingenuità di Into the Wild) con l’esigenza della
semplicità».
Se l’artista racconta il proprio Tempo, cosa racconta oggi (con la
sua personale “struttura”) la sua musica?
«Se parliamo di “struttura” e
di “tempo”, il mondo odierno sembra avere una struttura sempre più folle: molte
comunicazioni sono filtrate dai social network, si sta perdendo la possibilità
di comunicare direttamente, guardandosi negli occhi.
Credo invece che la vita vada
affrontata in modo semplice, senza troppi bisogni, né molti degli oggetti che
fin troppo spesso ci circondano. Inoltre, la mancanza di tempo rende molte
persone nevrotizzate.
L’Era digitale in un certo
senso ha complicato tutto, persino i sogni: a me oggi l’idea di poter lavorare
su un’isola deserta con un laptop, per esempio, sembra un incubo. Se mi
trovassi su un’isola, vorrei godermi il fatto che è deserta, non certo il fatto
di poter avere tutta la tranquillità del mondo… per lavorare!
La mia musica non pretende di
avere un messaggio preciso. Mi interessa, però, ricercare il tempo che si è
perso, ed è importante per la mia personale visione delle cose un concetto,
“l’essere in sincronia”. Quando non si è in contatto la vita, l’esistenza è una
barca che naviga in una direzione che però, molto spesso, ti accorgere non
essere quella che volevi. È così che spesso ci si trova in un viaggio che però
non è, di fatto, la propria direzione. Credo invece che occorra mantenere
sempre il timone, sentire che la direzione presa col vento è quella giusta. Non
in assoluto. Ma che quella che abbiamo preso è la direzione giusta per noi».

la cover dell'album In A Time Lapse (Decca)
In+A+Time+Lapse+Cover
Lei ha lavorato per il Cinema. La scrittura sceglie le parole per mostrare
le immagini, ogni storia ha una struttura, dei personaggi, e storie che la
compongono: come si scelgono i suoni per raccontare musica?
«Parto sempre dallo strumento,
il pianoforte è la mia matita, e il taccuino su cui deposito i miei appunti.
Nel pianoforte ho trovato la mia voce, risiedo in un certo senso, mi identifico
in quel suono. Poi a seconda dei colori, delle idee che voglio raccontare,
decido delle associazioni che, a volte, vengono fuori in modo naturale, altre
meno. Ma è sempre la musica che dà la direzione. Che porta da una parte a
un’altra, che mi rendo conto spesso non avevo nemmeno considerato. Poi esiste la sperimentazione.
In un album cerco, comunque, di creare un percorso con varietà di tessiture, ci
sono colori dominanti, e variazioni; in assoluto, cerco composizioni che siano
in grado di stupirmi, e rigenerarmi. In ogni caso, comunque, che
riesca a trovare le melodie in modo immediato o meno, non si immagina quanto
lavoro ci sia dietro un’opera. Tutto quello che porta a far nascere quell’opera
e non un’altra. È la stessa cosa che accade quando si scrive un film o un
libro. Nel mio caso, poi, parliamo di
un lavoro “isolato”: compongo da solo, seguire tutto il processo in prima
persona, dall’inizio alla fine, rende ancora più complesso: non avendo un
produttore devo adattarmi, prendere le decisioni: decidere se uno strumento
vada tolto o inserito, per esempio… Poi ci sono le prove, le registrazioni… Nello stesso tempo il progetto,
dalla fase di “storyboard” – dalla stesura – ti cambia sotto gli occhi mentre
lo realizzi. Ogni cosa che faccio viene
fuori da un “bisogno poetico” che, alla fine, si forma mentre lo realizzi e
che, però, resterà per sempre. E quando capisci che ciò che stai facendo
rimarrà per l’eternità in un certo senso, in quel modo, con quella forma… ecco,
questo ti fa cambaire ulteriormente la prospettiva».
Si può usare la tecnologia o, alla lunga, si viene solo usati?
«Da un lato
penso che i social network stiano complicando la comunicazione, dall’altro mi
rendo conto che la tecnologia può essere usata in modo estremamente efficace,
qualche giorno fa ho tenuto un concerto in diretta su YouTube: è stata
un’esperienza interessante, credo anche “nuova”, e che ha funzionato molto
bene: Einaudi live from home (sotto) è stato
seguito in tutto il mondo. Ma ciò che importa è il messaggio che abita il
contenitore: l’arte che ha un’idea dietro potrà sempre usare la tecnologia, e
mai venirne usata».