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fast4ward puntata 11 – showroom dummies

Dummies

(un tentativo di racconto – narrativo – dietro l'articolo)

Gli Showroom Dummies sono un gruppo di dance elettronica, tre italiani emigrati a Londra e un ungherese. Un progetto collettivo, cosmopolita. Collaborano a distanza, poi si incontrano. Lo studio di registrazione ora è a Cricklewood. In treno, poco più di mezzora da Londra. Piccole case colorate, basse, a schiera. Bow window, tetti di legno, muri a mattoncini rossi, viola, gialli. Si capisce, e bene, da dove la signora J.K.Rowling abbia preso ispirazione per narrare i luoghi del suo mago con la saetta. L’intervista è al pomeriggio. Di mattina Cricklewood profuma, un piccolo sobborgo con i panettieri e l’aria non cotta dal traffico. Per strada, ragazzine con il completo gonnellina-cardigan blue College tornano verso casa, nel pomeriggio compiti e toast bianchi col tè. Gli operai slavi aspettano lavoro fuori dal ferramenta. Camminando, lo sguardo scorre su strade dritte, pulite. Il ragazzo pakistano sistema le cassette della frutta, il negozietto di elettrodomestici mostra un’improbabile targa “oggetti sacri slavi”; un mormone passa lento, la barba lunga bianca; una ragazza col velo preleva da un bancomat, mentre il giovane manager bianco occidentale capelli rossi corsi aspetta il turno; sul vetro della bottega del barbiere, un vecchio poster della gommina illustra un ragazzino sorridente, disegnato come un fumetto francese dei primi Novecento, i capelli all’indietro come la moda dell’epoca. Poco distante, una comunità di africani e Tamil lavora per riverniciare le carrozzerie ammaccate di vecchie Jaguar. La Barretts free house è un pub, forse scozzese, con la TV accesa. La donna anziana pulisce il bancone con lo straccio. Tutto è di legno, le panche i soffitti i tavoli. Sono le undici del mattino, caffè nero bollente senza zucchero. I due inglesi che entrano avranno quarant’anni a testa, in un’ora fanno fuori un totale di sei birre. Gli appunti per l’intervista degli Showroom Dummies si strutturano. Alla seconda tazza di caffè la signora da cento milioni di anni, porta un piattino di biscotti morbidi, con la marmellata d’arance e la glassa di cioccolato. Al momento di pagare, sta mangiando uova, bacon e pane tostato, beve birra chiara: «Two pounds» il conto è pochi spiccioli, due ore di tranquillità. Le monete stanno insieme alle poche sterline di carta avanzate, scivolano sul bancone. Le posate della vecchia donna si fermano, si pulisce con il tovagliolo le labbra umide di cibo caldo. Sembra ripensare, così allontana gli spiccioli sorridendo, «It’s ok» intende non c’è bisogno di pagare. Chissà cosa avrà visto, oltre la dignità. Aggiunge «God bless» mentre saluta. I gesti gentili li ricordi a vita. Perché non te lo aspetti, agli angoli del mondo, il pieno di umanità.

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Arriva il tempo dell’incontro. Gli SD sono una band allargata «Siamo partiti dall'idea di fare musica live, ma poi il nostro  cantante fu scritturato dal Cirque du Soleil e quindi… siamo diventati altro» dice Giorgio Pona, synth, da poco tornato a Milano; Manolo Remiddi, chitarre e suoni, tra poco andrà ad abitare a Stoccolma; Gigi Piscitelli, voce e processori, da Como si è trasferito a Londra da sedici anni; Ambrus Deak, dj e batteria, ungherese. I tre italiani seduti a terra sorseggiano tè, fumiamo sigarette arrotolate col tabacco. Non c’è Deak, «prima lo studio era a Whitechapel, al secondo piano di un palazzo che ospitava una moschea islamica» dice Manolo Remiddi. Elettronica e fede però non riuscivano a convivere, il silenzio della preghiera mal si accorda alle note dance. E Remiddi aggiunge: «poi tutto si è risolto. La comunità musulmana ha comprato il palazzo». Così gli studi si sono trasferiti «E qui i prezzi sono più bassi che in città». Circa 600 sterline per due piani: studio di registrazione al primo, sala di mastering-chatting room e bagno al secondo. «Il prossimo disco si chiama "Quick Fix" uscirà ad aprile 2010: ci saranno sempre brani dance, ma anche lenti e atmosfere» racconta Pona «la nostra ricerca musicale cerca di non avere preconcetti e far nascere direttamente i suoni: crediamo sia importante perdere qualcosa dei percorsi già fatti». Per ogni album scelgono gli artisti migliori, per ogni brano un musicista diverso apporta il proprio sound alle basi electro-dance. Un lavoro che procede per contaminazione continua, unisce nelle differenze, crea progetti a partire dal mondo. I guest a ogni nuovo disco «aggiungono qualcosa di nuovo che non avevamo considerato e che invece, così, siamo portati a inserire nel nostro lavoro». La contaminazione fa andare oltre, permette di superare barriere e confini artistici «mentre noi perdiamo le nostre fondamenta, si strutturano le basi dell’album, su presupposti sempre diversi e nuovi: è il processo che deve avere un’identità, non il progetto». Dice Pona: «il nostro sound elettronico è una fase successiva del lavoro, avviene nell’editing. Il limite dell’elettronica «è la performance, il laptop è freddo». Così gli Showroom integrano sempre di più l’umano ai suoni «nell'ultimo concetto, a Berlino avevamo le basi campionate suonate da un dj che interveniva in tempo reale, e strumenti classici». Il live per gli Showroom «è un “club”, una sorta di party. Per questo di solito abbiamo un dj nel live set». La convenienza della tecnologia, per Remiddi: «le tecnologie hanno aperto delle frontiere: abbiamo imparato a usare i siti come core business, gli artisti ci mandano i loro loop e noi rispediamo i file attraverso Internet:le band ci mandano i progetti da rielaborare», e poi «la tecnologia rende ubiqui: ti puoi permettere di vivere in tre città diverse, crea una sorta di interazione sociale», forse anche un po’ di disintegrazione, tanto che aggiunge Piscitelli: «stiamo regredendo all'analogico… il computer è due step più lontano dalla gestualità: un synth lo puoi toccare, l'interfaccia non è uno strumento. E, dopo anni, hai voglia di toccare uno strumento, sentire gli errori che fa…».
«Siamo anche produttori, lavoriamo nel business, questo in qualche modo ci può influenzare. Sappiamo cosa uscirà fra tre o sei mesi», uno sguardo allargato «ma il mercato è imprevedibile, non sai mai cosa sta per accadere. Così abbiamo deciso che vale la pena dimenticarci le regole, e fare quello che ci piace, con un linguaggio popolare». La prova: «se i nostri amici ballano, allora il pezzo funziona». E la libertà degli Showroom si declina nelle scelte «un album possiamo produrcelo, fare promozione, siamo liberi…». Poi «ci sono regole sia nell'underground che nel mainstream. Solo che l'underground, che a certi livelli è comunque bizness, ha regole diverse, ma ci sono». Quello che però è cambiato, e per tutti, è che «oggi il disco è un gadget, una sorta di business card della band: i veri “conti” si fanno sul live». Londra «è una palestra che insegna a vivere a stretto contatto con l’umanità» dice Piscitelli a proposito dello studio di Whitechapel «quella situazione è andata avanti quindici anni» studio e moschea hanno convissuto, in modo complesso. In Inghilterra sembra essere ancora «tutto possibile, dipende da come mischi gli ingredienti»: Milano guarda Parigi, Parigi a Londra, Londra solo a New York. La capitale del Regno Unito non è un posto facile per i musicisti «le distanze sono enormi, e quando lavori hai poco tempo, creare così è difficile». Non è un caso che molte band non siano di Londra ma, dice Piscitelli «di Liverpool, artisti che si conoscono da ragazzini, iniziano a suonare. E dopo vengono qui». Anche il mondo della musica risente dei tempi, l’artista lavora sempre di più come freelance, su singoli progetti, dice Pona: «fino a che un progetto decolla». Però «questa città, rispetto alla realtà italiana, ha il vantaggio che la gente non giudica. Non considera a priori se vieni da una classe sociale invece che da un’altra. Puoi anche non guadagnare insomma, ma avere il rispetto…» aggiunge Piscitelli «al mercato anglosassone interessa la fiamma che alimenta la tua creatività: in generale c’è molto rispetto per la novità, per i progetti musicali anche “fuori dall’ordinario”. Prima ascoltano e poi giudicano, non esiste l’a priori… i concerti ne risentono positivamente, l’atmosfera è sempre molto bella: gli inglesi sono interessati, ti ascoltano fino alla fine».
«A Londra si sta male, ma bene» dice Piscitelli, intende «si perde l’identità, è un cambiamento continuo». La musica «ci sono interi quartieri, come Bricklane, in cui si sperimenta; l’est di Londra invece è il quartiere della musica indie e dell’undergound; a sud si fa R&B (rythm&blues ndr), c’è la comunità giamaicana più grande del mondo; a nord si fa rock; l’ovest è il quadrante più pop», anche per la musica, l’occidente della città sforna hit commerciali «Anche dove vai ad abitare, quindi, in che quartiere, diventa una scelta di vita» continua Gigi, «insomma se vieni da ovest London mica ti facciamo suonare con noi», ride.
Band più interessanti del momento, dice Pona: «i
The Faint per la ricerca electro-indie, mi sono accorto che era una band straordinaria quando, durante un live, ho visto ballare pure la gente di spalle» poi «gli Agaskodo Teliverek, un gruppo che stiamo producendo che fa musica totalmente anti-commerciale, hanno inventato lo “psycogulash” uno stile che mischia le origini dei componenti della band: giapponese, Norvegia, Ungheria». Piscitelli invece ascolta «le band underground, non mi interessano più le band che hanno il business dietro, preferisco andare nei locali a sentire i teenager che suonano magari male, ma con energia». Per Remiddi «i Battles, una band che durante i live campiona i brani in tempo reale, uno stile basato sulla ritmica, un’elettronica con forti influenze afro». Info, showroomdummies.co.uk.