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WarGames: un’intervista a Luigi Zoja

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(versione estesa)
Le parole danno forma alla realtà, costruiscono la visione del mondo. Dopo i tragici fatti di Parigi, il presente impone ulteriori riflessioni. Parole a cui l’Europa, ma non solo, dovrà trovare nuovi significati, per nuove soluzioni.
Nell’Era post-elettrica (cfr. articolo di Derrick De Kerchove su la Lettura qui), il termine “guerra” si coniuga al Web. Per Luigi Zoja, psicoanalista, libri tradotti in 14 lingue, recentemente intervistato da Alfabeta-Rai5 proprio sulla parola “Combattere”: «La Rete è un’innovazione tecnologica, una forma di narrazione, il cui uso riprende miti che sfuggono al controllo del tempo e dello spazio. C’è qualcosa di onnipotente nel Web, un quid misterioso e conturbante poiché, in effetti, non sappiamo dov’è. È onnipresente, pervasivo, vicino e lontano». Esiste poi un lato distruttivo di Internet: «Se parliamo di conflitti la Rete ha introdotto una sorta di “asimmetria del male” in cui la distruttività diventa velocissima e il fatto di poter colpire un bersaglio a distanza toglie quasi del tutto l’emozione dell’atto violento, dissipando le inibizioni naturali, come apprendiamo dai racconti dei Bomber commander della seconda guerra mondiale. Questo vale ancora di più oggi quando, con i droni, la distanza è totale. L’azione si compie magari da bordo piscina, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, oppure dalla propria “stanza dei bottoni”. Così si colpiscono gli obiettivi, un covo di talebani, ma quante volte abbiamo letto di bombe che, per sbaglio, hanno colpito autobus di civili…».

Qui il .pdf dell’articolo apparso sul numero di ieri, pag. 9
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Nell’antichità la
guerra era prossima, compiuta da eroi. In assenza di eroi e privati di epica, lontani dal tempo grande scultore l’attualità narra le gesta di un tempo distante: «Qualche tempo fa ho letto che l’US Force sta addestrando più piloti di droni che piloti “veri”. Persone che dovrebbero essere in grado di pilotare in modo virtuale, una modalità videogame della guerra che porta con sé alcuni rischi, come le alterazioni psicologiche che possono essere indotte dall’uso di droni da bombardamento, in particolare la dissociazione che si può generare in questi soggetti. L’onnipresenza della tecnologia porta a sostituire il “prossimo” – in senso ebraico, cristiano – con “altro”. Il prossimo non lo è più e, a questo, segue la perdita di empatia». E Zoja continua: «Del resto, se parliamo di analisi ho obiezioni anche sulla terapia a distanza. A volte mi sono trovato a ragionare sull’opportunità delle cosiddette sedute via Skype. Ho lavorato nell’internazionale Jungiana, alla ricerca di un’approfondita, personale, didattica. Gli spostamenti, i viaggi, permettono oggi di recarsi lontano da casa. Se si va in Cina per lavoro, a questo seguiranno relazioni, persone che vorranno avere contatti (professionali, social ndr) medici e psicologi si troveranno a fare analisi a distanza. Questo apparente incontro virtuoso produce una gran quantità di analisti disoccupati, e c’è anche il rischio di una diminuzione del senso di responsabilità. La presenza può essere usata in senso simbolico, non perdendo il senso originario».

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Per l’autore dello straordinario saggio Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri) il compito del padre è educare, portare, per mano, i figli al mondo, dotandoli di strumenti, per liberarli: «L’uomo contemporaneo non deve più solo pensare all’educazione, il suo ruolo oggi è quello di mediatore del nuovo. Nell’educazione dei figli, oggi esiste interscambio tra uomo e donna. Nella contemporaneità, educare (dal latino “educĕre”, condurre ndr) ha assunto la declinazione dell’accompagnare a scoprire il “nuovo” del mondo. Oggi però ciò che prima accadeva in una generazione, o in un secolo, accade in vent’anni».
L’uomo contemporaneo è ancora padre, con quali strumenti sta andando verso il futuro? «Qualche tempo fa leggevo Economics of Good and Evil di Tomáš Sedláček, che scrive di un modello mitico del Capitalismo, usa più Jung di Freud, l’archetipo delle nostre economie. Anche per l’economista ceco le prime migliaia di anni della Terra hanno conosciuto un processo di sviluppo lento, da quando esiste il progresso è un po’ come se, nelle fiabe, la Bella Addormentata si fosse addormentata alla fine degli anni Novanta e poi si risvegliasse nel mondo di Internet! Come avrebbe reagito? Forse come la madre del protagonista del film Goodbye Lenin…» In ogni caso: «Il padre è divenuto una sorta di fratello maggiore, che si confronta con una vita quotidiana inglobata dalla tecnologia, che però non è più relativa al lavoratore specializzato ma è alla portata di tutti. L’uomo dunque vorrebbe essere “libero” nel tentativo di comprensione del mondo. Sempre più persone scelgono una vita non dedita al consumismo, o viceversa al vivere alla giornata, si è prodotta una sensibilità aumentata che porta con sé una rinnovata consapevolezza. Esiste una pressione da parte delle problematiche, che permangono, a livello singolo e globale».

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L’identità nel secolo social: tutto è pubblico, tutto accade online; il conflitto nell’uomo, tra individuo e volto sociale/social si sta risolvendo in consenso like/dislike: «È il concetto stesso di immagine che oggi è, temo, qualcosa di più stereotipato rispetto a un tempo» afferma l’ex presidente dell’International Association for Analytical Psychology: «Se uno si “presenta bene” questo lo etichetta insieme ad altre migliaia di persone». È così che si diviene così gruppo: «Anziché l’individuo prevale il comune denominatore, anche se si pretende di farlo apparire come singolarità. Spesso al concetto di immagine si sovrappone, equivocando, quello del lusso, l’esclusivo che sottintende unicità; ma in effetti il termine “esclusivo” intende esclusione degli altri, mentre a lusso si può associare la “lussazione”, si verifica allora uno spostamento rispetto a quello che sarebbe corretto: è il miraggio di farsi notare con dei sottintesi, con altro che però allora non appartiene a sé».
La tecnologia è divenire, cambia la grammatica del conflitto e la sintassi degli uomini: «Ho un numero limitato di pazienti, e così anche un campione limitato di riferimento. In generale, però, credo che le persone non si lascino mutare o deformare dalla tecnologia. Forse anche perché, crescendo la mia età tende a crescere anche l’età dei miei pazienti: i cinquantenni sono persone nate quando non c’era troppa tecnologia, e hanno un solido radicamento; ma questo vale anche per molti trentenni, persone cresciute in modo più o meno digitale. Mi reputo comunque un ottimista, una volta compiuta una valutazione sull’essere umano medio».

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Nel film degli anni Ottanta War Games, un SuperComputer si apprestava a eseguire la fine del mondo con una guerra termonucleare globale. Un ragazzo riusciva a fermarlo con un gioco di logica a somma zero. Oggi per azzerare i WarGames del secolo tecnologico: «Si deve ricominciare dall’interiorità, qualcosa che non è misurabile ma che esiste, dall’antica Grecia a oggi. Non c’è mercato dietro l’importanza della psiche. L’analisi è una professione relativamente giovane, una sorta di nobile artigianato. La nostra non è una scienza esatta come le hard science, appartiene alla conoscenza, alle scienze umane come l’antropologia che si basano sulla pratica, i casi specifici, l’evidence based. Il viaggio nel mondo interiore si compie con gli amici, o con l’analisi, ma non muove attività, tecnologia o progresso».
Nella contemporaneità che spazio c’è per la vita interiore? Luigi Zoja chiosa: «L’economia ha bisogno di numeri. E così è il contenitore tecnologico che determina il vettore della vita quotidiana, sostituendosi persino all’ombrello che un tempo era della religione. Il rischio allora è tutto qui. Il rischio è che l’interrogare se stessi, che non ha risvolti economici immediati, resti indietro». Scegliere le prossime parole, per il nostro FUTURO.