Viaggi in America


E chissà cosa direbbe Israel Joshua Singer – fratello del premio Nobel Isaac B. Singer -, uno dei più grandi scrittori e intellettuali yiddish, della situazione geopolitica mondiale? Una situazione in cui l’egemonia americana sul mondo è finita, almeno stando al discorso che il presidente del Canada Mark Carney ha tenuto a Davos pochi giorni fa (qui una parte del suo intervento).
Chissà cosa direbbe Israel, nato tra le campagne di Lublino, morto a New York nel 1944. Un connubio che c’è sempre stato, quello tra il popolo ebraico e l’american dream, che oggi si è trasformato, a detta di molti, in una sorta di binomio fantapolitico, con la Statua della Libertà che più che tenere in alto la fiaccola della forza dell’individuo sopra ogni cosa, pare una losca figura con il braccio teso, dirottarsi lungo la lunga, pericolosa, spirale autocratica e illiberale della Storia.
Nei suoi Viaggi in America (Giuntina, a cura di Enrico Benella, prima edizione mondiale, 19) raccoglie i reportage che l’autore scrisse tra il 1932 e il ’41 durante i suoi viaggi negli Stati Uniti: sono ritratti lontani nel tempo eppure così attuali paiono, anche qui, i “grappoli di furore” di chi a quei tempi venne colpito dalla Grande Depressione del ’29 e che riverberò per almeno due decenni.

Singer segue famiglie ebraiche alle prese col quotidiano, compreso il primo strisciante razzismo dei bianchi, la vita nei suoi articoli – all’epoca uscirono sul quotidiano yiddish Forverts – un laboratorio dove luci e ombre si alternano che possiamo leggere come scorci di un popolo che uscirà piegato, nel corpo e nell’anima, dall’Olocausto tanto da far inorridire, oggi, ancora di più, chi ha sempre guardato con ‘giustizia e non vendetta’ la retorica violenta dell’attuale governo israeliano riguardo il genocidio operato nei confronti dei gazawi sulla striscia di Gaza.
Nei reportage di Singer sfilano sotto i nostri occhi il sarto con sua moglie a Coney Island, così gli sferzanti ritratti e riflessioni (“Davvero non capisco perché la gente viaggi per il mondo per conoscere paesi e popoli se sarebbe più semplice venire a New York”), sfilano i paesaggi dal finestrino del treno fino a Los Angeles, l’orgoglio del migrante che mira sempre al riscatto, il mare e le colline di Hollywood. Onda su onda le “storielle” del mondo singeriano sono singoli scorci del mare collettivo entro il quale ci muoviamo, abitiamo, nasciamo, il più delle volte moriamo: il destino di uno legato ai molti, mentre il tempo scorre, via via, lo sguardo di Singer si assottiglia, così le riflessioni sopra il mondo.

Non manca la provincia americana, le famiglie polacche e, persino, gli allevamenti di volpi… Singer nei suoi viaggi conosce i migranti di allora provenienti da Varsavia come Parigi, proprio come quelli di oggi in faccia ai populismi e i violenti): sono piccole grandi storie, vere e proprie epopee dall’Est all’Ovest, il Midwest e i boschi, camminando per i monti e i paesaggi dei Catskills, fino ad arrivare alle pianure urbane, e le botteghe alimentari dei piccoli centri dell’America dei vicoli.
In tutto questo, l’alone mortifero della guerra resta fuori, come una sorta di confine ancora non infranto. C’è da immaginare – e lo sappiamo bene – cosa succederà, di lì a poco, in Europa e ovunque: l’incendio e la macchia nera della Storia espandersi ai quattro angoli della Terra.
Sarebbe da far rileggere, con attenzione, questi testi-scorci di Singer così intrisi di ironia e bellissimi orizzonti ai politici di mezzo mondo, i quali ancora pensano al male necessario e alla distruzione dell’altro come soluzione alle poli-crisi che stiamo affrontando.
Altrettanto necessario sarebbe ricordare l’orrore, non per restarne intrappolati, scioccati, quanto piuttosto non ripeterlo. Mai più.