L'”Atlante inutile del mondo” di Albano Marcarini, cartografo nel secolo XXI

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È sempre interessante quando s’incontra un geografo. Tu vedi un bosco, loro hanno già tracciato i confini e l’orogenesi del terreno sul quale sorge, edifica, s’impianta la rete sotterranea degli alberi. La vita vegetale.
Se al massimo sei riuscito a riconoscere un alberello, il geografo si è già perso nella toponomastica delle antiche strade, vie sulle quali i mercanti trasportavano sale e spezie, Milano via Basilea, dalla Serenissima Venezia verso la Val Müstair di Carlo Magno.
Appartiene a questo genere di mirabolanti pubblicazioni – ci si conceda qui un attributo à la Michele Mari – l’Atlante inutile del mondo 100 luoghi che non hanno fatto la storia di Albano Marcarini (Hoepli, €24,90).
E poi la precisione di questi studiosi dei territori. L’incresciosa sagacia con cui sanno sempre e comunque dove si trovino nel mondo, metafora dell’esistenza, mentre noi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua loro usano rivoli di fiume, o la presenza di muschio, si orientano comprendendo persino, che so, l’esposizione feng shui di una piazza; questa mirabolante capacità di orientarsi, sempre e comunque, dei geografi (compresi quelli in gonnella, il geografo come mestiere, privo di correlato femminile – dire: «Fa la geografa», è brutto). Ma passiamo ai fatti.
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Qualsiasi altro libro comincerebbe con un indice, un prologo, un incipit. Il geografo autore, invece, no.
Ecco allora che v’è già una prima classificazione: Acque, Confini, Insediamenti, Isole, Monti, Nomi, Popoli, Stati, Vie di Comunicazione: queste le sezioni dell’indice tematico delle tavole dell’Atlante inutile del mondo che fin dalla sua ratio si distingue per sobria ed elegante efficacia.
È sempre così con i competenti, hanno il potere di incantarti usando termini precisi, che non conosci, parole che hanno il potere magico di schiuderti mondi. Così apprendiamo che in Sicilia scorre Eleuterio, fiume che “si fa strada per 31 chilometri fra le montagne della Sicilia settentrionale e sfocia nel Tirreno, nei pressi di Bagheria, la cittadina di Villa Palagonia”, fiume il cui nome in greco antico, eleuthèrios significa “libero” e proprio per questa ragione nei secoli gli uomini hanno tentato di deviarne il corso, inquinarlo, ma lo stesso nella campagna valliva – riporta con precise annotazioni Marcarini – “si vedono alberi da frutto di ogni genere aranci, limoni, peschi e poi vigneti”. L’autore ci sorprende spiegandoci la storia delle Formiche di Grosseto, isolotti che spuntano nel bel mezzo del Tirreno e che, in verità, non sono nient’altro che “un pezzo di Appennino che si è staccato dalla catena principale ed è scivolato in mare, come una nave al varo”; o anche l’Isola degli Internati tra Parma e Mantova, in quel di Gualtieri – nomi meravigliosi d’Appennino – chiamata così perché all’inizio affidata ad alcuni sopravvissuti ai campi di sterminio, dove anche il pittore Ligabue andava a sfuriare vita quando diventava in sopravanzo. Apprendiamo che Nor Arax, il cui nome significherebbe “Nuova città del fiume sotto il Monte Ararat” non si trova in Armenia ma a Bari, dove negli anni Venti del Novecento si rifugiò una piccola comunità di armeni sopravvissuti allo sterminio turco. E ancora Pietramala, località fra Bologna e Firenze, uno dei fuochi ardenti sotto il passo della Futa: la notte la gente li vedeva e pensava “diavolo” (!) si scoprì poi che invece erano esalazioni di gas metano.

The Lange Anna on the island Helgoland

The Lange Anna on the island Helgoland

In Europa, tra i 100 luoghi che non hanno fatto la Storia ma che invece di storie e miti e leggende ne hanno eccome, Marcarini ci porta a Helgoland: “Isola al largo della costa tedesca del Mare del Nord (1.7 kmq)” sulla quale nel 1925 l’allora ventitreenne Heisenberg intuì la più importante rivoluzione scientifica del XX secolo: la teoria dei quanti, non a caso era proprio qui che per Goethe risiedeva il Weltgeist, «lo spirito primordiale del mondo».
In Asia, tra le molte tappe, il geografo viaggiatore ci porta in Abcasia/Abkhazia (Georgia), con un esordio narrativo esemplare: “Il movimento dei popoli è come quello del pianeta. Inarrestabile”, di qui Marcarini racconta di questa porzione d’Europa che sul finire del XIX secolo, ieri l’altro, entrò a far parte dell’Impero russo e venne ripopolata da megreli e greci, bulgari e tedeschi, questa Babele sul finire del XX secolo divenne una polveriera, un teatro di guerra quando l’indipendenza abcasa venne soffocata nel sangue da russi e georgiani. Oggi per un qualsiasi europeo è pressoché impossibile visitare questo lembo di terra affacciata sul Mar Nero.
Chiudono altri esemplari luoghi in Africa, Americhe e Oceania. Ma per non svelare tutto si rimanda alla lettura del testo (con tanto di indicazioni sul, Come arrivare).
L’Atlante di Albano Marcarini ci dà, infine, sotto traccia, un insegnamento prezioso: quel che ci appare inutile è quanto di più prossimo alla ricerca della verità dei luoghi del mondo che, a guardar bene, sovente, non son altro che lo specchio di ciò che siamo, del resto i luoghi da dove proveniamo cos’altro sono se non noi, che siamo al e del mondo.
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