l’orizzonte degli eventi


Il nuovo libro di Vittorio Giacopini, L’orizzonte degli eventi (Mondadori, 20,00) è un maelmstrom, un gorgo e un’ipnosi. Non è la prima volta che accade (Giacopini aveva già sperimentato l’invettiva con il suo romanzo-urbe Roma) v’è però nell’orizzonte di questo orizzonte un vortice di giudizi, di giochi di parole, un ordito fra il cinematografico e il residuo, il differenziato, la “spazzatura dei giorni” per dirla come la proporrebbe Boris Vian.
Principe negletto di questo altro romanzo-fiume giacopiniano, è infatti uno zingaro nella sua veste più sardonica e inimbrigliabile, quando però i corvi neri scendono lungo le pagine della distruzione, il nazismo e l’infamia dello sterminio, il passato che viene scoperto e le “albe cinerine del Nord, le albe sporche di Auschwitz”, scrive Giacopini e, allora, sarà per la particolare musicalità delle parole che l’autore inanella, nell’accostamento e nello slittamento operato, una scrittura logorroica per cluster di parole, addizionate per eccesso, ogni frase degli eventi di cui tratta questo autore, disegnatore (l’immagine della copertina del libro è un’opera a linoleum dello stesso) scrittore romano classe 1961, una delle voci storiche di Pagina3 di RadioRai3.
L’orizzonte degli eventi cos’è, allora, ci si potrebbe chiedere: una traccia sinfonica di futuro, un’ipotesi onirica, un rimestìo del passato remoto? Non si può dire, bisogna leggere, eh, facile, direte voi. Eppure come si fa a condensare Liszt, Django, le Adidas senza scadere nel naif, nel gorgo di cui sopra? Impossibile, eppure.
V’è una ‘poetica della deriva’ in Giacopini sempre in controluce, anche nelle opere affreschi d’epoca come Cagliostro o musicali come ne Il ladro di suoni storia sul grande jazzista bebop Charlie Parker (anche se, per chi scrive, la sua opera più poetica rimane Re in fuga biografia narrata di quel genio degli scacchi che fu Bobby Fisher), passa tutto sotto l’occhio attento dello zingaro-narratore, che fa da contraltare all’io-narrante, o forse un noi in cui ci siamo tutti, ricadiamo tutti, nessuno è salvo dagli eventi, nessuno è immune all’orizzonte che ci si profila innanzi: nessuno è innocente, anche, al limite è un’illusione reiterata, una mancanza di stile. E invece quanto stile, libero e non, si innerva nella dinamica narrativa di questo libro – non ci si può distrarre, le frasi arrivano addosso come onde d’acqua ghiacciata – nelle macchie evidenti sottolineate da questo autore, quanta scriteriata verità si legge dietro le stigmate impunite, cartoline, Polaroid, Giacopini usa tutto e lo butta via, senza rimorso, che tanto il gioco, ci fa intendere la voce dello zingaro (o è forse mica quella dell’io-narrante, o magari forse siamo noi stessi?), un continuo rimando negli universi specchio, noi di qua e di là lo zingaro, di là i preconcetti di qua le nostre belle maniere da fasulli demoni del capitalismo, mentre imperversano i Ministeri e i nuovi fascismi sottocutanei al corpo del mondo.

“Disegna il cosmo! Ci provo. Chiudo gli occhi e tra me: vedo e non vedo”, scrive Giacopini nel suo io-zingaro, noi-narratore, tutto è mischiato, le ragioni e i credo, le fedi e gli occhi rossi degli ammazza-demoni dei manga che tanto vanno di moda, di nuovo, in quest’epoca di riproposizione di modelli già visti, ma sono più tecnologici, ci dicono, la tecno-democrazia ha vinto, e noi?
Ci rimangono tracce di futuro, ma era solo il set di un film per pochi di noi. E il resto della truppa, si potrebbe chiedere, Mangia trippa, suggerirebbe lo zingaro sicofante, come lo chiama l’autore de L’orizzonte degli eventi.
Anche le sezioni del libro mostrano l’idea-mondo di Giacopini, così la parte Notte apre con il quarto chiodo (che sia un riferimento intrinseco alla quarta dimensione di Ghiannis Ritsos, non possiamo escluderlo, nel romanzo-gorgo tutto è possibile, tutto è –in-dicibile ndr); la sezione Viaggi invece esordisce con i pesci del Tevere e il ‘foco’ dei giorni, e la Bielorussia, a guardar bene forse si potrebbe pensare che Giacopini si sia dato come compito quello di rubricare e (far) commentare tutto quel che accade, alla maniera di Georges Perec e l’indomito compito di esaurire i luoghi e gli spazi (cfr. il TELP.1-Tentativo di Esaurimento di un Luogo Parigino).
E poi. E poi ci sono le lacrime e le cene in solitaria, il lume di candela e l’impotenza, e i sogni anarchici di Giacopini, i suoi usi sconsiderati degli attributi, i calembour con cui si diverte a spiazzarci, un termine che al nostro forse piacerebbe “situazionista”, finché nel romanzo arrivano gli spettri, che son sempre d’avanzo, pure se non si butta via niente, direbbe sempre il lestofante protagonista uno e doppio, la voce dissonante dell’alter ego dell’autore, in un continuo richiamo di gesti e invocazioni degno di Gordon Pym del beneamato EAP-Edgar Allan Poe per gli amici, e le amiche, dobbiamo aggiungere oggi, per il bon ton delle regole gender equity. Lo zingaro infatti prende in giro tutto, a partire da se stesso, con sagacia e prove totentanz alla mano – toten-che? – i sogni dicevamo, i sogni e i secoli migliori e i secoli peggiori, Giacopini che rifà il verso a uno dei più begli incipit della letteratura mondiale (ma è quello del bestseller Due città di Charles Dickens o quello del meraviglioso Autunno di Ali Smith?). Fino ad arrivare alla pandemia. Il grande romanzo sulla pandemia. Della pandemia. Poi per fortuna non è ancora uscito e allora chissà se può valere anche questo libro, magari ha pensato il nostro autore, rubricando subito dopo il pensiero sotto il valevole descrizionismo dell’essere umano quale virus. Per il pianeta sicuramente.
L’orizzonte degli eventi ci bracca da presso e stana. Richiede la nostra presenza assenza. Si intrufola come un mal di pancia tra le pieghe dei nostri pomeriggi di tranquillità e ci versa addosso boria e fumo, altisonante bellezza e precisione assassina. Per questo si dovrebbe esser grati alla letteratura, anche se non saremo mai capolavori ma, tutti, pressappochisti al gelato per merenda.
E ci si permetta infine un’ulteriore analisi sulla gestalt del testo, la resa della forma di questo romanzo, integro e deviato, pieno di rimandi al retro-futuro che torna, disegni, stralci di ipotetici articoli, Giacopini trova il tempo anche per cambiare di nuovo linguaggio e consegnarci pagine di copione teatrale, persino.
Ed ecco un altro tratto distintivo, e indistinto, poiché la verità è sempre quantomeno doppia: lo stile non è formattabile, questo ci dice Vittorio Giacopini, non c’è Intelligenza ‘Artificiosa’ che tenga. Perché come si potrebbe copiare un testo così, come potrebbe scrivere un romanzo à la orizzonte degli eventi un computer, ci si chiede? Facile. Non potrebbe. Ed è allora che, come Kurt Vonnegut fece con la sua lezione Shapes of Stories, e sappiamo già che questo paragone all’ego dell’autore, o del suo zingaro auto-dissolventesi, piacerà.