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Uomo diventa lupo

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Quando, dopo aver discusso del concetto di archetipo in Jung, un’amica mi ha consigliato di leggere Uomo diventa lupo (trad. Raul Montanari, Adelphi, €26) di Robert Eisler, ho insipidamente pensato di trovare scritti sulla ferocia, a partire dalla famigerata espressione latina “homo homini lupus”.
Quando mi sono trovato in mano il volume – un saggio di oltre 400 pagine – mi sono accorto invece di avere davanti un corpus raro.
Il saggio di Eisler si configura infatti come estensione, pletora, una sarabanda di dati, report, notizie, informazioni, studi, comparazioni, riscritture, adozioni, omissioni, dell’autore che – in oltre 26o note –  ci dota di un punto di vista emblematico: ovvero, non siamo nati cattivi.
Se operiamo male sulla Terra non è voluto dall’alto dunque piuttosto è una scelta, che si rifà al concetto di dialettica sociale, e però allora come tale possiamo modificarla.
Leggendo il testo di Eisler, per il quale qualsiasi classificazione sarebbe inopportuna, ci si accorge presto di trovarsi di fronte a un autore enciclopedico, una mente eccelsa e paradigmatica la cui erudizione sembra pari, in certo modo, all’attitudine a un qual certo libero pensiero.
Ebreo di nascita, amico del filosofo teologo Gershom Scholem, Robert Eisler nacque nel 1882 a Vienna; allievo delle teorie di Franz Brentano, fu personaggio caratteriale, instabile, geniale: per esempio, di quando nel 1907 rubò un codice miniato venne riconosciuto colpevole, anche se a testimoniare in sua difesa intervennero Benedetto Croce e Hugo von Hofmannsthal.
Nel 1938 venne internato nel campo di concentramento di Dachau, quindi trasferito a Buchenwald, ne uscì dopo oltre un anno di prigionia. Il sopravvissuto Eisler si trasferì dunque a Londra, dove morì una decina d’anni più tardi.
Questi pochi scorci sulla mente di uno dei più misconosciuti pensatori eclettici del Novecento non spiegano ma aggiungono.La vita è troppo breve per essere vera.
Uomo diventa lupo si configura quale appassionante viaggio nella mente umana, s’evidenzia come lettura  fuori dall’ordinario, necessaria per chiunque voglia guardare in faccia lo svelamento, il cuore di tenebra dell’Occidente insito in verità all’intiero genere umano.
Robert Eisler par dunque stare alla non-fiction come Joseph Conrad alla narrativa, con in più una serie di stimoli alchemici davvero ragguardevoli, ciò vale riguardo i suoi studi sul simbolismo orfico e paleocristiano. Ma veniamo al libro in sé.

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Uomo diventa lupo è un invito alla trasformazione possibile, un ritorno all’istinto primevo della nostra specie che non nasce, dunque, predatoria – dati alla mano – ma svilupperà quelle qualità solo più tardi, su specifica pressione di fattori esogeni, e imitazione di comportamenti (selvaggi) d’altre specie.
Il saggio di Eisler è un grido accorato, non una profezia quanto piuttosto una “postfezia” (la prima edizione è del 1951, 2 anni dopo la sua morte). Un invito all’umanità tutta a ragionare su un assunto banale quanto dimenticato. Se junghianamente – sostiene il trattato – non siamo nati lupi, per tanto a livello archetipico violenti, feroci, selvatici, possiamo allora redimerci.
Non siamo condannati all’odio e alla sopraffazione, né tantomeno giustificati da un’indole genetica alla distruzione.
Eisler condanna così, anche, post mortem il nazismo. Il male del Novecento, il lupo nero che divorerà milioni di persone. In questa chiave Uomo diventa lupo fornisce scorci sul tempo alle future generazioni. Parla alla sua epoca e alla nostra contemporaneità, lucus di rinnovati lupus: i nazionalismi imperversano nelle campagne alla ricerca di capri espiatori da appendere, e la negazione della verità è l’ululato confusionario di chi non crede alla Shoah – le fake news, gli ex presidenti d’America – l’ottuso rifiuto del climate change, e mette in discussione le più banali parità di genere, di razza, credo e religione.
Tutto questo il saggio di Robert Eisler non lo dice affatto, eppure è facile ampliarne il senso per deduzione.
Passando dal marchese de Sade, la ferocia sessuale, alla definizione greca di Natura intesa come “madre di tutti i viventi”, sino alle analisi su amore e distruzione, con esempi psicologici e casi esemplari; analizzando la dieta frugivora dell’uomo primitivo, passando da Ovidio ai sabba delle streghe, Eisler inanella il tempo che fugge.
Ci restituisce eventi molto lontani fra loro, come solo i visionari sanno fare: dotandoci di una lente specifica che permette di guardare alla pletora di accadimenti attraverso un comune denominatore, l’attitudine dell’uomo all’imitazione ed evoluzione, là dove però le baccanti e i lupi mannari medievali venivano illustrati quali antropofagi, così i sarmati iraniani vengono qui ritratti nei loro rituali dionisiaci a base di sangue o, ancora, gli indiani del Nordamerica, i nutka con i loro rituali e le maschere di lupo. Passando attraverso la cruna dell’archetipo, o di famigerati (qui sì) serial killer che, in nome della fabula “lupus et agnus”, giustificavano la propria aberrante condotta nella Londra vittoriana, così come ai giorni nostri, scopriamo la licantropia come malattia mentale, e il mese di febbraio come il migliore per i lupino-maniaci.
La disamina dei casi è infinita, e la lettura davvero originale.
Come nel caso del cannibalismo in caso di carestie, Eisler infrange tabù atavici, mette in relazione il matrimonio contratto violentemente, allo stesso modo la relazione che lega le donne al concetto di pelliccia (quantomeno fino a qualche anno fa, quando non si erano ancora date le campagne animaliste ndr). Il tutto corredato da consigli pratici e insegnamenti ai giovani, Uomo diventa lupo è un erudito anelito alla liberazione dal manto peloso che non ci copre più ma pesa come un sudario; è un’esortazione assieme enciclopedica e mistica sul volto delle baccanti, in tempi di orgia informativa.
“Il lupo perde il pelo ma non il vizio”, ribadisce l’autore. E a distanza di più di mezzo secolo il vizio dell’uomo è quello di nascondersi dietro un dito per camuffare le proprie malefatte.
Le guerre e le bombe che dilaniano, come le zanne.
Infine.
Se camminiamo nel bosco, non dobbiamo per forza trasformarci nelle nostre paure, pare dirci Eisler, possiamo anche (solo) camminare.
Se incontriamo un altro sul nostro cammino, non dobbiamo per forza pensare sia un nemico, un rivale (da rivus, chi sta sull’altra riva).
Se siamo al sicuro nella foresta, sarà per poco, intorno a noi si muove il mondo.
E però, piuttosto che chiuderci dentro, e alzare palizzate, forse, si può pensare di accogliere l’altro lupo.
Non farci prendere dal timore, per forza. Le nostre ombre, magari, non sono quelle degli altri.
Se siamo spaventati insomma non è detto si debba per forza uccidere ciò che ci circonda. Rovinare il pianeta. L’habitat. Al grido: “Muoia Sansone e tutti i filistei!”.
Per Robert Eisler non tutto era bianco o nero. Non siamo solo bene, o male.
Ciò che (ancora) non comprendiamo è lì per noi.Piuttosto, ci dicono testi come quello di Eisler, prendiamo un respiro nel sottobosco, è lì che possiamo avvertire l’odore della terra da cui siamo composti, noi e l’infinito creato che ci scorre intorno.

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Foto (c) Gabriela Palai da Pexels