“dodici” zerocalcare

 
ZEROCALCARE è il giovane fumettista italiano che, grazie a innate doti di sintesi e simpatia, sta contravvenendo a tutti gli schematismi rigidi del Mercato, sfornando un successo editoriale dietro l’altro (con i suoi precedenti libri ha totalizzato 100mila copie vendute).
Lo incontriamo a Milano poco prima della presentazione – in anteprima alle Librerie Feltrinelli – della sua nuova fatica DODICI (BAO Publishing, pagg.96, Euro 13).
Vignettista, autore, collaboratore per Internazionale, ZC si chiama così e ci siamo dimenticati di chiedergli il perché (magari il lettore potrebbe saperlo, in questo caso il giornalista no e si scusa: era una domanda da porre, ma poi il tempo è sempre tiranno).
Il caso vuole, ci incontriamo lo stesso giorno della scomparsa di Luigi Bernardi (editore, critico fumettistico). Ma questa sarebbe un’altra storia.
Il fumetto alla ribalta, invece. E i tempi (grami) che ci ruotano intorno.
Chiediamo a ZEROCALCARE, nato ad Arezzo Michele Rech, cresciuto romano, trentenne, cosa pensa di un tot di cose mentre si presta persino a tratteggiare un auto-disegno in regalo per i lettori di questo spazio su Nòva (e lo fa – senza insulti alla stampa – anche se tra poco, dopo la presentazione, ne dovrà fare molti MOLTI altri di disegni). Detto questo, tre domande tre, partiamo da Dodici (che sarebbe 3*4) quarta fatica autoriale del nostro.
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INTERVISTA
La sintesi, nei fumetti, e ancora di più nelle strip, è un dono. Lo diceva anche Hegel. In onore di questa posizione filosofica, elabora tesi e antitesi di DODICI in quanto espressione emotiva di una generazione (quale?) nonché dal punto di vista dei morti viventi alias zombie alle prese con un famoso, oltre che famigerato, carcere italiano. Il voto fa media.
«In realtà questa è una domanda cattivissima, visto che io sono l’anti-sintesi; su Internazionale mi trovo a dover condensare con tre vignette tutto quello che mi passa per la testa e ti assicuro che per me è una vera sofferenza, anche se poi questo mi aiuta a comprendere i miei limiti. Scrivo “una cifra” (slang romano, che si traduce: “Scrivo molto” ndr), questo era anche uno dei limiti di Dodici: le tavole erano troppo piene di testo, poi ci ho lavorato molto e l’ho modificato. Comunque, in qualche modo il problema della troppa scrittura lo ovvio con la scelta dei personaggi: sapendo di essere uno che si dilunga, scelgo i personaggi principali (o anche i comprimari) in base alla loro capacità di “rappresentare” immediatamente quello che voglio dire, sono personaggi archetipici, con una serie di connotazioni facilmente identificabili.
«Quali sono i sintomi di questa generazione? Ho trent’anni e in verità fino all’anno scorso avevo uno stile di vita molto simile a chi è appena uscito dal Liceo; è una situazione che vivono in molti oggi, e che si lega, secondo me, alla difficoltà di raggiungere presto l’indipendenza economica. Se dovessi condensare in un termine, direi che la nostra è la Generazione tradita».
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Il fumetto, come la fantascienza, spesso anticipa la realtà. L’eroe classico compiva il viaggio alla ricerca di se stesso; il supereroe del Novecento aveva una funzione sociale; il Ventunesimo secolo ha ri-prodotto l’anti-eroe. Il tuo “egoe” invece guarda il Mondo in modo piuttosto “contemporaneo” – nell’epoca dei social network siamo tutti soli -: in parte lo comprende, in parte lo schifa, alla fine lo “svela”. La tradizione del fumetto italiano del resto – oltre Tex, Diabolik, Dylan Dog; le bellezze erotiche di Manara, e la Valentina di Crepax – è da sempre più dedito alla satira che ad altro: Cipputi, Bobo, Sturmtruppen, Alan Ford, fino a Rat-Man… La domanda è: questo succede perché, secondo te, L’ITALIA È UN PAESE PER?
«A parte che noi non abbiamo prodotto Hollywood, infatti, ma la commedia all’italiana, penso che siano nel nostro DNA non avere doti di premonizione o di rappresentazione dei grandi sistemi. Che paese è l’Italia … non lo so! Cerco di non avere la delega per raccontarla, allo stesso tempo non voglio farmi portatore di nessun malcontento collettivo; tutto quello che faccio è frutto della mia parzialità, dalle cose che vivo in prima persona. Ti posso dire però che l’Italia per come la vedo oggi è un paese frustrante, a livello lavorativo e dunque anche affettivo (visto che se non lavori, quella condizione si ripercuote a cascata su tutto il resto). La mia chiave per affrontare questa situazione è l’ironia, il racconto e non l’epica. Al limite, cerco di tirare fuori dal quotidiano quelli che secondo me possono essere elementi di tensione, o di “dramma”. Come Gipi, che lo fa con la poetica e però in modo sempre aderente alla realtà».
Tre domande come terza domanda: a) Commenta la frase La Roma è una fede, esprimi il concetto in lingua indigena; b) Spiega le ragioni per cui viene prima l’armadillo del polpo; c) Alla fine, dopo averci evidentemente ragionato su … in assoluto, ti sei convinto che sono meglio i lunedì pari o quelli dispari?
a) «Daa’ Roma non si parla, quindi da questo momento in poi NO COMMENT»;
b) «Perché è nato dall’esigenza di richiamare alla memoria una persona che non c’era più, e che invece volevo ricordare »;
c) (Ci pensa un secondo di troppo): «Dunque, il prossimo è dispari… quindi è meglio il lunedì pari … E, però, le settimane dispari».