Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

giacopini: nello specchio di cagliostro

MsIiironLESec93_O0wfgQ.jpeg
I libri di Vittorio Giacopini aprono e chiudono storie e tempo, bucano la coltre della memoria, rimangano impressi a fuoco, come sigillo e marchio.
Nello specchio di Cagliostro (ilSaggiatore, 16 euro) sottotitolo Un sogno a Roma è libro che lega verità e storia, tesse una trama esoterica, dipinge fatti a pigmenti, pennellando strato su strato, a macchie, e sogni. Rinsaldando il nesso di sotterfugi e mistero, di lettura delle stelle e acquesantiere.
La verità della storia di Cagliostro è summa che parla a doppia voce, delle quali l'una smentisce l'altra. Come onda del mare, che cancelli la precedente, misura d'oceano e di singola spuma. Volo d'uccello a planata, che sorvoli e non si fermi. Come vincitori e vinti, e il senso dei giorni.
Lo specchio di Cagliostro prende dunque i volti e il carattere delle due guide che ci conducono nel pozzo profondo delle anime dei personaggi giacopiniani: quel Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, e l'antagonista suo: Francesco Saverio Zelada, due lati della stessa medaglia.
L'arditezza della fantasia versus il rigore scientifico. Cagliostro l'eretico condannato a' li ferri, il veggente, il mago, il frammassone, l'avventuriero, l'uomo d'Oriente, della Santa Rosalia di Palermo. E dall'altro lato Zelada, l'uomo tommasiano, tutto d'un pezzo, il sacro devoto, l'inquisitore.
Tra i vicoli "merciari" di Roma, in mezzo a panni stesi e libertini, philosophe e ordini religiosi dispiegati, si muovono i due, nelle ombre che avvolgono la bruma dei giorni, degli ultimi anni del secolo DecimoOttavo. 
La storia prende il via dalle carceri dove Cagliostro viene tenuto segregato, reo di fantasticherie, avverso al Dio della Roma papalina,  si dipana come nebbia che sorga dopo un'alba rosa e cremisi. 
Giacopini narra della Roma perduta all'ombra di parole "nuove", usa un lessico e un linguaggio precisi termini contratti, tirati fuori dall'immaginario del conte dell'effimero, pur di arrivare al senso specifico della parola. I dialoghi ne Lo specchio di Cagliostro sono ridotti all'osso, tutto è spostato sulla narrazione, nella capacità di immagine che l'autore è in grado di suscitare.
Arriviamo a conoscere Cagliostro da fatti esterni, altri personaggi,
dalla città persino – dalle sue mille parabole e illusioni: dalla Tuscia tufacea agli speziati nomi della Mecca (Althotas), dall'Inghilterra a Malta ai detti siciliani "A megghiu risposta è chidda chi non si duna". Conosciamo i tratti del mago da tutto ciò che è il suo intorno, da tutto tranne che da lui, fantasma e fatamorgana egli stesso di un'epoca a sermone e mito, plumbea di oscuri presagi, figlia di Diòscuri. Tutto è confuso come nei ricordi nel romanzo di Giacopini, come se l'autore volesse attraverso
questo aumentare il mistero che lo lega alla trama, il "si dice che…"
Cagliostro entra in gioco in punta di piedi, nella bocca dell'acerrimo nemico Francesco Zelada ragazzino che cresce mentre si sviluppa pure, poco a poco, "colpa la Storia" il legame e il nesso tra Cagliostro e la musica del suo tempo, il linguaggio astruso non frutto di lignaggio ma, piuttosto, di coltri di parole buone per l'inganno, per i credi e i riti del tempo delle Sibille e delle Visioni.
Alberga tutto qui, in una mappa ricostruita a trame d'argento, il fascino di questo romanzo. Nella capacità di compendiare tutto e plasmare mondi. E poi c'è la matericità di Giacopini nel ricostruire cibi e usanze dell'epoca, di girare col cucchiaio di legno la maremma dei piatti poveri a fagioli e gl'intrighi, esilio e Regno, la plebe e le Eminenze, le biblioteche e la carta gialla e le grandi battaglie, il freddo e l'Egitto misterioso; l'uso del romanesco pasoliniano per descrivere i ragazzi di
strada; il Lazio singolo e minore delle province sorte e cresciute
a credenze popolari. 
E v'è alla fine, il rimando doppio a un terzo personaggio nel libro di Giacopini, quel Goethe che nel suo viaggio in Italia, incuriosito dalla fosca fama del nostro lo descrive come "briccone" da "ciurmerie" e che, in maniera analoga, tratteggia Roma "tutto un mondo, ci vogliono anni anche soltanto per riconoscervi se stessi. Fortunati quei viaggiatori che vedono e se ne vanno". 
Ed è dunque qui il Cagliostro di Giacopini. Misura d'inganno con cui si cresce l'uomo. Che a tutto crede e a tutto s'inganna pur di supravivere a sé.  
Aprite gli occhi, aprite gli orecchi,
il conte, il conte di Cagliostro, 
guarirà ogni male vostro (…)!