versilia rock city

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Era già uscito qualche tempo fa questo libro di Fabio Genovesi, autore di Esche Vive (libro dell'anno 2011 per quanto mi riguarda).
Ma Versilia Rock City (Mondadori, Euro 17) è stato rilavorato ed esce ora in una nuova veste grafica, così se non lo avete già letto è l'occasione per farlo.
Sono storie di personaggi buffi, e sempre dietro questo sapore di mare e sole, che ti si incolla alla pelle e non ti molla, marchio distintivo di questo autore simpatico e spigliato nei modi.
Quelle di Versilia Rock City sono storie che ti innamori mentre le leggi, leggère, surreali. Di sfigati e di rocker ribelli, di ex dj famosi ormai ridotti a larve di fronte al computer (perché la vita gioca sporco) e di bambini che crescono all'aria e nei baretti con i videogames, di integerrime professioniste che improvvisamente incontrano la vita, e che smettono (almeno per un po') quell'aria da "vincente" che impone questa società ipercompetitiva, ai limiti del testosterone della performance.
E invece le storie che racconta Genovesi sono piccole, e minori, eppure così vere, reali, che quasi ci credi che possano esistere. Nel senso, che possa esistere la possibilità di vivere, di respirare, di cambiare vita. Sempre, comunque, che esista insomma una "via di fuga" una seconda possibilità.
I luoghi di Genovesi sono quelli a lui cari, la Toscana, Forte dei Marmi, ambiente provinciale, abitudinario dove: "i ragazzi sono così schiavi da accettare questa cosa vergognosa dell'ora del silenzio. Che in realtà sono quattro ore, dall'una alle cinque del pomeriggio, quando i villeggianti fanno il sonnellino pomeridiano ed è vietato qualsiasi tipo di rumore. Il Forte (…) è il sogno dei vecchi commendatori a riposo, e dei bambini villeggianti che dopo pranzo devono per forza coricarsi un po'. I bimbi locali ciondolano mezzi nudi sulla strada nel pieno solleone, e invece i milanesi vengono protetti al fresco fino all'ora di merenda. Sono chiaramente una razza superiore e più delicata, da crescere con cura perché da grandi diventeranno figure importanti dell'economia italiana".
Genovesi spiazza per la sua ironia semplice, spariglia i luoghi comuni cinicamente, in maniera auto-ironica, senza mai crederci fino in fondo, dote rara (soprattutto nell'Italia dei best-seller).
"Quando l'avvocato Roberta Trapasso entra in un ristorante, c'è subito rumore di sedie e gente che si alza dai tavoli e le va incontro per domandarle come sta. A nessuno di loro frega niente di come sta davvero,  lei lo sa bene, hanno solo favori da chiedere o prevedono di averne in futuro, e allora le fanno i complimenti e le mandano regali e la servono subito nei negozi. Un'Italietta accattona che si raccomanda, sgomita, cerca di scavalcare in qualche modo."
La scrittura di Genovesi è gentile, ma ruvida. E' divertita, ma arriva dritta come un pugno allo stomaco. Parla diretta al cuore, senza infingimenti, senza false partenze né false destinazioni. 
Versilia è molte storie, come quella del dj Mario detto Marius dj, che aspetta l'amore della sua vita, Vera la pornostar che gli scrive mail in cui dice, nel suo italiano da straniera, di volersi sistemare con lui: "Io detto che batsa film hards, basta espetacoli basta sexy shows. (…) Ma como vorrei che tu venire qua, se tu viene io aspetto te". E allora Mario controlla e vede che effettivamente "stanno girando un film a Cannes. Titolo di lavorazione per la Francia Secret intime, titolo per l'Italia (che a noi ci piace essere chiari) Quella troia di mia sorella."
E' sboccato Genovesi, come solo i toscani che fanno sorridere e mai irrigidire. E' scrittura che parte da un posto preciso e però fa il viaggio, che lo senti tutto lo sciabordio delle onde, il sale che secca il viso, l'odore del sole che ti si attacca addosso. Genovesi narra le piccole cose quotidiane, che si condensano brevi e si appiccicano di umanità, come il P.S. scritto dal bambino che ha appena scoperto che suo padre, che si chiama Nello, è l'ex tossico di zona, uno duro, che non ci sta dentro con la vita perchè dice sempre la verità, pure quella scomoda, e allora questo bambino gli scrive: "Ti chiamo babbo o papà? A me mi viene di più babbo però anche papà non c'è problema. Ma se non vuoi ti chiamo per nome. Che però mi fa strano perché mi chiamo Nello anche io e insomma mi fa strano. Però se vuoi io mi chiamo Nello Yunyor. Va bene?"
Fabio Genovesi l'ho "scoperto" l'anno scorso. Non ci siamo ancora incontrati. E poi in fondo pure chissà…
Non so a voi, ma a me le parole che mi fanno rallentare, e mi rendono pago, e tranquillo, e che mi fanno pensare di stare lì davanti al mare in un tardo pomeriggio di agosto, a bere birra sotto le stelle, sentendo il frinire dei grilli, non so… ma in tutto questo casino, è un po' come fermarsi un po', respirare aria buona, calda, e decidere che insomma, alla faccia dell'iperpresenzialismo tecnologico, freddo e tritasassi, il mondo può sempre aspettare! Che noi valiamo molto, ma molto di più…