Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

nonluoghi e “surmodernità” – incontro con marc augé

Eurodisney

Marc Augé,
etnologo francese, nei suoi percorsi di antropologia del quotidiano definisce nonluoghi,
quegli spazi anonimi (supermercati, aeroporti) dove ogni individuo è un «codice
sostituibile».
Se la
tecnologia oggi costruisce iperluoghi virtuali e avatar-utenti, lei come
analizza questi nuovi ambienti?
«Nell’estensione
degli spazi virtuali c’è il segno di un rapido progresso della «surmodernità»,
intesa come la combinazione di tre fenomeni: il restringimento dello spazio,
l’accelerazione del tempo e l’individualizzazione dei destini.
Davanti al
computer ho l’impressione di essere padrone della mia comunicazione,
soprattutto se firmo con un nome inventato e comunico in modo quasi istantaneo
con individui che vivono dall’altra parte del mondo.
Rimane da capire quale tipo
di relazione si stabilisce in questo modo e qual è la natura della libertà che
mi trovo a esercitare in quanto soggetto «comunicante»: il passaggio su Internet
può essere preliminare alla costruzione di una relazione nel senso comune del
termine, come accade con gli annunci economici sui giornali. In questo caso il
«virtuale» è una promessa di «attuale», un mezzo, un mediatore. Ma non si
tratta di questo nelle pratiche del «social networking», finalizzate alla
costruzione di relazioni che ambiscono alla creazione di un’altra realtà.
Questa finalità e questa
ambizione sono proprie del mondo contemporaneo, nel quale la parte dedicata
alla fiction e all’immagine aumenta senza sosta. È necessario studiarle senza
prenderle alla lettera non come se il mondo che vanno abbozzando si fosse
effettivamente sostituito al mondo reale, ma come uno dei fattori che oggi
modificano la nostra relazione con la storia e con l’attualità.
Uno degli
aspetti più sottili della società dei consumi, che in questo senso è un
successo ideologico completo, è il fatto di rendere desiderabili e acquistabili
le istruzioni per l’uso che fabbrica ad hoc».
Come si collegano i
nonluoghi alla società mediatizzata, e quale sarà il futuro di questi spazi?
«Nell’antropologia
architettata dalla società dei consumi l’essere umano è già dipendente dalle
protesi che lo investono: bisogna consumare per esistere e il culmine
dell’esistenza è riuscire a passare dall’altra parte dello schermo, farsi
immagine. La telerealtà, come anche la creazione di siti personali sulla Rete,
traducono la necessità di questo passaggio all’immagine, senza dimenticare la
pubblicità «visto in TV» e tutto ciò che potremmo chiamare la pregnanza della
fiction che è un fenomeno antico (al largo di Marsiglia si visita la segreta
del conte di Montecristo, che è un personaggio romanzesco), ma oggi questo
fenomeno si generalizza a partire da immagini viste sullo schermo invece che da
elaborazioni dell’immaginazione. I turisti cercheranno a New York i luoghi
della serie americana Sex and the City, mentre Disney costruisce vicino a
Disneyland Parigi una città che gli somiglia molto, dove abitano persone
fortunate di vivere in un sogno…
Oltre il
Logo, come intende oggi i termini di nonluogo e iperluogo?
L’importanza
dei Logo, che spesso sostituiscono il discorso razionale del Logos, è solo un
aspetto della società dell’immagine e del consumo.
La «Società
del consumo delle immagini» rivela grande abilità e prontezza nel rendere ogni
cosa un prodotto di consumo, comprese le forme artistiche o letterarie che
vorrebbero porsi in maniera contestataria.
L’espressione
«nonluogo» è completamente sfuggita al mio controllo, ma si tratta di un
esempio minimo, minuscolo, e la sua deriva o vagabondaggio dipende dalla sua
ambiguità originaria: infatti «nonluogo» si applicava contemporaneamente su un
piano teorico a spazi nei quali non era possibile leggere nessuna relazione
sociale, nessun passato condiviso, nessun simbolo collettivo e, su un piano
empirico, a ogni spazio di comunicazione, circolazione e consumo che si
sviluppa attualmente sul pianeta. Nella realtà, nessuno spazio si può definire
in maniera assoluta luogo o nonluogo.
Un aeroporto
non è un nonluogo per coloro che vanno a lavorarci ogni giorno, che vi trovano
amici e sviluppano abitudini. Un ipermercato può servire come luogo d’incontro
e aggregazione per i giovani delle periferie urbane. Ma gli spazi di
comunicazione, circolazione e consumo si estendono e trasformano i paesaggi. A
volte i loro responsabili sono tentati di lanciarsi in trasformazione dei
nonluoghi in luoghi, anzi in iperluoghi, «umanizzandoli». Questo potrebbe
continuare all’infinito e, in questo senso, appartiene al mondo dell’immagine e
del recupero.
Ma non vorrei
confondere questo tipo di deriva con gli sforzi di quegli architetti, artisti o
scrittori che cercano di comprendere in quale misura l’espressione «nonluogo»
aveva il valore di un sintomo capace di evocare alcune questioni non banali che
si stavano ponendo a proposito delle loro pratiche.
Questa
dimensione della società dei consumi diventa preoccupante nella misura in cui
si combina la scienza, le sue ricadute tecnologiche, l’economia – posti di
lavoro creati e prodotti messi in vendita – e potere (oggi ogni evento è
mediatico, e nessun potere può esercitarsi senza copertura mediatica adeguata).
Inoltre la
tecnologia modifica la sensibilità, le percezioni e l’immaginazione degli
esseri umani in maniera più incisiva e inarrestabile dei più elaborati sistemi
religiosi.
D’altra
parte, la scienza avanza in maniera fortemente accelerata e il divario fra i
più istruiti e i meno istruiti (sia a livello di nazioni che di individui) si
amplia ancora più velocemente della forbice fra i più poveri e i più ricchi. È ragionevole temere che a medio termine
l’avvenire dell’umanità non sarà una democrazia generalizzata ma
un’aristocrazia planetaria che opporrà, in modo più o meno organizzato, una
minoranza di persone vicine ai poli del sapere, del potere e della fortuna, una
massa di consumatori passivi e una massa di sotto-consumatori.

Nella trasformazione in
iperluogo, dalla comunità alle community, cosa vede lei, l’«Etnologo nel metrò»
(elèuthera, 2005), oggi?
Le
«communities» sono dei raggrupamenti di utenti, ovvero di consumatori. In
quanto tali, sono figure pertinenti per il mondo che l’antropologia
contemporanea ha la pretesa di osservare. Tradizionalmente, l’etnologo ha
sempre osservato piccoli gruppi con un duplice intento: da una parte,
contestualizzare questa osservazione; dall’altra, domandarsi in quale misura, a
quali condizioni e sotto quali aspetti questa osservazione fosse
generalizzabile. È questo secondo aspetto del suo lavoro a renderlo un «antropologo»,
un etnologo che non si limita alla pura descrizione di un universo chiuso.
Accettare di considerare un raggruppamento di utenti o di consumatori una
«comunità», pagando il prezzo del gioco di parole internazionale
(comunità-community), significa entrare nell’ideologia che si tratta al
contrario di analizzare.
Il primo
compito dell’antropologo nelle nostre società è quello di identificare (nei
luoghi di residenza, di lavoro, di svago, negli ambienti associativi) i gruppi
pertinenti per un’osservazione contestualizzata. Nel metrò, mi interesso
innanzitutto, da «flâneur», alla raccolta dei «dettagli» che forniscono
informazioni sul contesto e la sua evoluzione. Diverse tipologie di
«communities» possono consentire la raccolta di dettagli che si rivelano
altrettanti indizi del contesto.
Christian Salmon con il suo
Storytelling” (La Découverte, 2007) indaga il rapporto tra media-potere e la
realtà, un tema capitale negli USA, in Francia e in Italia…
Lo
«storytelling» è un aspetto evidente dell’attuale gestione del potere da parte
di coloro che lo detengono. Nel recente passato abbiamo avuto esempi e in
questo momento ci sono parecchie storie in corso, poiché si tratta di storie a
puntate, di feuilletons da seguire.
Forse non è
assurdo pensare che i governi suscitino volontariamente delle nuove storie
quando non riescono a risolvere i problemi per i quali sono in carica (il
potere d’acquisto, l’alloggio, l’impiego). Ma la questione è più ampia. Viviamo
in un mondo ampiamente orale, con l’intermediazione della carta stampata,
specie della free press, la stampa gratuita che ogni mattina riprende i titoli
delle storie in corso… La vita politica internazionale, la vita sportiva molto
prima delle novità culturali o scientifiche, sono oggetto di racconti che attirano
la nostra attenzione anche quando nutriamo forti dubbi sulla loro veridicità o
sull’interesse.
In questo senso, la loro esistenza è fittizia o
finzionale, indipendentemente da ogni domanda a proposito della realtà
effettiva degli avvenimenti evocati dalle notizie. I sondaggi d’opinione sono
per la gran parte un modo non solo per assicurarsi che questi racconti siano
stati ben recepiti dal pubblico, ma anche per dar credito all’idea che queste
storie costituiscono tutta la realtà.

Auge