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La giovane morte di Mario Pietrantoni

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E “Dopo il fiume, dimmelo, ci sei mai andato?
Se te lo dico poi stai zitta?
Giuro.
Allora ti dico un segreto. Dopo il fiume, non c’è più niente. C’è la curva del mondo. Io ci sono andato ma tu non puoi perché dopo la curva, se ti sporgi, stai a testa in giù, cadi, e muori. Ora dormi.
E dopo che muori?
Non c’ho ancora pensato. Domani te lo dico.
Mario…
Zitta.”
Così inizia La giovane morte di Mario Pietrantoni (Frassinelli, Euro 15) di Enrica Belli, nata a Chieti nel 1980, giornalista Rai, al suo primo romanzo.
Coi due protagonisti bambini, Iole e Mario, sorella e protagonista, due bambini che si parlano di notte, sussurrando sogni.
Belli tratteggia, in poco più di 150 pagine, vita miracoli e morte del giovane ciclista del titolo, ispirato a Ottavio Bottecchia, mito delle due ruote dei primi Novecento, morto in circostanze sospette nel giugno del ’27.
Perché questa è anche la storia di un omicidio “Il corpo di Mario Pietrantoni fu trovato senza vita la mattina del 28 giugno 1931 in una campagna appena fuori città, tra Villa Caldari e Sant’Apollinare. Steso su un fianco, aveva le ginocchia al petto, i pugni sfioravano il viso. Tutt’intorno, l’erba gialla, corta e secca. Poi il vigneto, con gli acini candidi ancora piccoli e duri. Aveva vent’anni.” E così la storia di Mario si intreccia con quella del commissario Gregorio Linguiti, che proprio al campione avrebbe voluto (potuto) fare da padre. Il commissario integerrimo che si trova a indagare, col podestà e il partito non contrari ma implicati, un caso di omicidio di provincia, con due rei confessi uno più improbabile dell’altro – un poveraccio analfabeta e un cornuto per parte di fidanzata, algida ma compromessa col campione -.
Poche piccole storie, quelle che l’autrice segue, senza chiasso, senza banalità se non quella del male. Con una scrittura precisa, mai esibita, semplice quanto può esserlo un giorno.
La giovane morte di Mario Pietrantoni potrebbe essere catalogato come genere giallo una storia resa però al colore nero dall’ambientazione, gli anni del Duce, che Belli tratteggia come sottofondo. E’ la storia di Mario quella di cui Belli narra le vicende, ed è pure però la storia d’Italia ai tempi del fascio, dell’Abruzzo provincia romana. Dell’Italia dedita al culto della personalità e del mito dell’uomo virile di un’epoca che forse non è mai terminata davvero.
Lo sguardo dell’autrice disegna e scolpisce orizzonti poveri e brulli, di campagna a sterpi gialli e verde macchia mediterranea, di polvere e terra, tramonti di un paese che “non esiste più – come scrive Michela Murgia – ma la violenza che l’ha sconvolta non è mai più scomparsa”. Colori e terra si mischiano con le immagini del Giro d’Italia, del vento sulle colline che il ragazzo affronta diventando uomo, le stelle e le notti, il sogno di Mario che decide, decide, di diventare campione per riscattare una provenienza misera, con l’orizzonte fisso di una vita imbrigliata al giogo dei campi, della miseria senza sogni.
E invece. Invece il giovane Pietrantoni sogna, e cresce sotto le ali protettive di una nonna d’eccezione, quell’Antonia braccia forti e carattere deciso, che prima di regalargli la bicicletta con cui il nipote scalerà gli Appennini e le Alpi, con le stesse braccia ha fatto le prove generali col paese, mettendo in riga generazioni di uomini, figli e nipoti. Antonia che il paese tutto teme e rispetta, fino alla fine.
Mario Pietrantoni figlio di Carlo, il padre, l’uomo che uomo non è ma mezzo più che mezzadro, Carlo schivo e invidioso perfino di quel figlio che si mette in testa di andare in sella e non ne scende mai più se non da campione.
E poi, ancora Giovanni il fratello buono che finisce schiacciato dallo stesso destino, senza ragione, vittima predestinata di un partito che tutto dispone eppure a cui tutto sfugge. Quel partito che fece Storia in Italia, anche se Belli non dichiara appartenenza politica dei suoi personaggi ma li fa schierare: Mario per primo, Mario che alza la testa e non si sottomette al fascismo che, come tutti i regimi, usa gli eroi ai suoi scopi; il commissario Linguiti che ostinato e contrario cercherà la verità di quella morte, anche contro il sindaco e gli sgherri del partito. Il libro di Belli narra di politica nel senso di polis, di città. La stessa cittadina dove alla morte del campione, segue l’invidia della gente, il lutto di Caterina l’amore ventenne di Mario, quello che abbaglia anche se fa male.
Storie così fanno bene agli occhi, e al cuore. Belli al suo esordio cattura senza personalismi, seguendo la storia senza imbrigliare i personaggi, ci lascia seguire la traiettoria del campione sulle salite e le discese d’Italia, quella che sopravvive nei piccoli paesi, nelle targhe delle trattorie esenti da esposizioni e menu turistici. Il paese che senza sentimentalismi continua a sfornare onesti lavoratori, uomini e donne di tutti i giorni, nel quotidiano faticare che corrisponde alla vita di ognuno.
Eppure non c’è malinconia nello sguardo dell’autrice, al limite passione, e bella scrittura che magari, forse, non è verità esibite o elargizione di termini difficili quanto sintassi, legare parole, una accanto all’altra, parole in fila, a evitare solitudini.
Qui il primo capitolo del romanzo La giovane morte di Mario Pietrantoni di Enrica Belli. Tra i libri che vanno letti.