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skate: una post-cronaca ai mondiali in italia

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Per chi fa skateboard la città è
una rampa continua – muri, metro, scale, panchine – è movimento libero, a
ridisegnare traiettorie dello spazio urbano. Le street culture nel tempo hanno
definito nuove antropologie urbane, e nuove community (le crew ndr).
Fin dall’inizio, hanno ridisegnato
la città con geometrie nuove. A volte anche in opposizione alle regole, pur di
esercitare il diritto a una riappropriazione di spazio. Arrivando spesso a
recuperare aree degradate dove le municipalità non arrivano, rivitalizzando la
periferia semplicemente vivendola, dal basso. Attirando sponsor che nelle
street culture, nei movimenti, intravedono il target giusto per il proprio
mercato. Come si evolve il link tra movimenti e città?
Nei giorni scorsi, per la prima volta in Italia, The Spot
Skate Park
di Ostia, a Roma, ha ospitato una delle
tappe dei Mondiali di skateboard. Un evento storico per una delle poche
strutture attrezzate in Italia: 800 mq, lungo il lido di Ostia. Un
multi-complesso nato e cresciuto in mezzo al quartiere. Per tre giorni, dal 25
al 27 giugno, lo SK8Park ha visto le evoluzioni dei surfer di strada, della disciplina
inventata nella Los Angeles del 1975 dagli Z-Boys, i Lords Of Dogtown
(film di C.Hardwiche, 2005).
Dallo street (per i salti, si usano rampe che simulano gli
“ostacoli” della città) al trick (per le evoluzioni, vengono usati scivoli
verticali concavi), ogni skater ha una tecnica, ogni nazione il proprio stile.
Milton, 17 anni, Argentina, ha una
tavola nera, l’iPod negli orecchi, preciso, metodico, scivola su traiettorie
dritte. Juergen sembra un surfer australiano, ma è di Berlino. Ondre, 23 anni,
e Jan vengono dalla Slovacchia. Nathan “Jimmy” viene dall’Australia, si è
rimesso in piedi da poco dopo una caviglia rotta, ma è tornato a surfare da 3
giorni, non poteva mancare ai Mondiali. Fabio ha 20 anni, è di Salerno «è bello
trovarsi agli appuntamenti, in giro per il Mondo, con amici che non vedi da
tempo». È la community, lo spazio ridotto da un interesse condiviso.
Due ragazzi allampanati, scarpe verdi ai piedi, saltano
altissimi. Sono i brasiliani, probabilmente la scuola migliore, Alexandre è uno
di loro, 21 anni, «skate is lucky», è questione di fortuna. Ora vive a
Barcellona. Cristiano invece, 24 anni, viene da Sao Paulo, Brasile, sfila sullo
skate nero, rotelle bianche, velocissime.
Ma quasi tutte le tavole sono nere sopra, la differenza è
sotto la tavola, nei disegni che guardano l’asfalto.

(continua, con le altre foto)

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Gli street surfer si
fermano in aria, decelerano. La velocità è nel controllo. Appiattiti a terra,
il più possibile aderenti alla superficie. Un viaggio liquido sopra l’asfalto.
Nello stop schiacciano lo skate, lo incollano col gesto a terra. Le rotelle
scorrono, anche quando riprendono la tavola fra le mani.
Lo Sk8park è in mezzo ai palazzi, nell’aria il rock
dei Sex Pistols «I am an antiChrista, I am an anarchista». Milton mi dice «lo
skate è la mia vita, ci vado 9 ore al giorno, mattina e notte», il ragazzino
non studia più, si guadagna da vivere facendo skate, con le evoluzioni. Marcelo
“El Vagabundo”, 32 anni, è il vincitore della gara di vertical, la rampa, ha
guadagnato 2.000 euro.
Molti sponsor arrivano infatti a investire in queste
strutture, The Spot è ora il secondo Tim Tribù Village italiano (l’altro
è a Milano), per uno dei responsabili dell’azienda «Ci occupiamo di fare
emergere le street culture, attraverso finanziamenti, seguendo la comunicazione,
ci interessano i contesti aggregativi e le community». Ma il problema
dell’emersione viene da lontano, mancano le strutture attrezzature un po’
ovunque «Nel nostro caso, dopo molta fatica, è stato importante il rapporto con
il Municipio» dice William, il coordinatore dello Skate Park «questo è l’evento
più importante, in un quartiere desolato» (e non sembra un caso che il centro
dove è ospitato The Spot sia dedicato a Pier Paolo Pasolini ndr)
«Lo skate è uno stile di vita, non ancora uno sport». Sul rischio di
istituzionalizzazione William dice «essere seguiti da una company vuol dire che
aumentano le responsabilità, ma è l’unico modo in cui oggi è possibile avere
accesso e visibilità, comunicazione».
Naomi
Klein qualche anno fa (No Logo, 2000) raccontava di come molte
Corporation stessero finanziando e rifornendo le baby-gang di basket negli Usa
per farne testimonial del loro marchio. Senza strutture e finanziamenti, del
resto, l’underground rischia di rimanere marginale. Molti skateboarders ancora
oggi però continuano a pensare che la strada sia l’unica opzione rispettabile
per praticare lo street-skating, un unico modo di vivere, in libertà, città e
movimento: Skateboarding Is Not a Crime.

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