
ANTEPRIMA – ESCE IL 6 FEBBRAIO
Sì, è così. Non a Minneapolis di certo, tantomeno a Gaza City o nelle strade in blackout di Kiev, Odessa, la guerra dimenticata o, piuttosto, la guerra dimentica: le piazze degli ayatollah in Iran, gli Epstein files che denunciano l’uomo “più potente del mondo” – non lo blandiva il finanziere pedofilo, anzi lo considerava un idiota, forse utile – (è ancora così?).
E così c’è una strada nel 2032 a Roma, se si chiama ancora così ‘a capitale mentre infuria una nuova guerra, il nome di Palmiro svetta tra le macerie del tempo, dopo il collasso ecologico, politico, economico. E poi c’è un altro tempo, 400 anni fa, un filo prima, dopo, che importa, siamo tra il 1618-1650 e un incisore a Francoforte testimonia il passaggio di tre comete.
Leggere “Ogni altro tempo è Pace”, con la P maiuscola, di Vittorio Giacopini (Nutrimenti, euro 20,00, immagine dello stesso Giacopini) è un’immersione nel tempo distopico per niente in cui siamo immersi, e immerse tutte, allo stesso livello, ovunque si sia nel mondo, in questo istante, mentre si leggono queste insulse parole declinanti.
Perché sì, la domanda è una sola: a che serve la Pace? A chi, soprattutto?
E poi c’è un cavaliere d’arme che si muove tra i boschi del passato mentre le comete transitano in cielo. Lo stesso nel futuro, di nuovo a Roma, o quel che ne rimane: chi è rimasto in città, ci chiede Giacopini proprio oggi, che siamo tutti abitanti urbani, a scapito dei comuni d’altura, non c’è musica nell’aria, non c’è più niente, nemmeno nell’ex capitale d’Italia.
Italia. 2026. Leggiamo “Ogni altro tempo è Pace” (ed emergono parole bellissime e desuete – destituite? – come “falansterio”), lo scrittore, giornalista, disegnatore, una delle voci di RadioRai3 iscrive e disegna con le sue immagini un Tempo2 a cui potremmo arrivare. In cui siamo già passati. E’ un labirinto per niente facile, sì. Una nebbia nera s’alza in Europa, è fatta di nuvole bianche, o di angeli con il volto di primi ministri, la scrittura di Giacopini si sdoppia e diviene medievale e poi, di nuovo, di colpo, si ripopola: transiti, passaggi (quelli di Benjamin, quelli delle parole-ponte, che costruiscono e smontano mondi e immaginari), la guerra arriva e torna, i Signori della Guerra arrivano e non se ne vanno mai invece.
La gente comune muore. La gente comune ha paura. Come nelle strade di quel che resta del sogno americano oggi (in vista delle elezioni di Midterm del prossimo novembre, dicono gli analisti, chissà)?
Undicimila morti. Le guerre sante del XVII secolo restano nel DNA di Madre Terra, riverberano i frutti del male, lungo le rive del Danubio, si susseguono nelle ondate letterarie (sopraffine, invero) di Giacopini (tutto è un gioco, anche la scrittura, soprattuto la scrittura, sembra dirci l’autore) e così E GLI ANNI ME L’HANNO INSEGNATO, E ORA HO CAPITO CHE TUTTO E’ GUERRA dice la voce fuori registro del narratore del futuro a noi lettori del presente, coscienti che nel passato ci sono state guerre e così il ciclo si chiude, il corto circuito narrativo dimostra sé stesso, per questo ci sono state esecuzioni di massa, e i campetti di calcio dove si giocava ora sono erba incolta, nata su un terreno fertilizzato dal sangue di “chi tocca non s’ingrugna”: vivere è, appena un accidente, morire quello sì è la condizione di normalità.

Vittorio Giacopini alterna la cronaca degli anni Novanta reali a quelli immaginari del soldato di ventura Iacopo Iacopi con tutte le illusioni che muovono gli uomini (soprattutto gli uomini non le donne, in guerra non ci sono donne qui, o forse le releghiamo ai tempi di Pace con la P maiuscola, almeno lì, il mondo è in fiamme).
Nel 1653 qualcosa cambia, i mostri arrivano dopo la moria delle api, o forse è il futuro? Nel 1647 si parlava di Magia nera, di Sabba: eccole allora le donne, martoriate, spogliate – soprattutto quello, nude, con il pelo del pube fuori e il seno scoperto per la vista dei barbuti gongolanti bava e furore, mala crescita e violenza – “Per denunciare il Climate change e la morte per acqua del Pianeta, o – come dicono loro – ‘l’Apocalisse dell’Antropocene’, me l’hanno escogitata bella, ‘sti buontemponi. L’ultima mattina del sedicente COLLETTIVO HACKER DEGLI IMPAGLIATORI ce la siamo sorbita quasi in presa diretta e a reti unificate, qui al Blocco G. Sirene morte. Installazioni di sirene uccise.” Giacopini usa i corpi, e fa bene, perché è dal corpo che sembra si debba ripartire in questa epoca digitale, tecnologica, virtuale, X, Meta, Universe.
Il corpo e le sue mutazioni, disforiche, esagerate, mutltiformi, mutilate. O forse è il corpo del pianeta con la p minuscola che stiamo devastando. La distruzione immanente. La fine imminente. L’Apocalisse, tanto, è già passata, potremmo dire quasi sollevati da un tempo instabile superato, per certi versi se la Fine accadesse, diciamo domani, tireremmo quasi un sospiro di sollievo: almeno sarebbe successo qualcosa, l’incendio del mondo, piuttosto, è sempre meglio di quest’attesa buzzatiana del Nulla che avanza.
A Togliattenstrasse comunque i ragazzini vanno ancora a scuola. La scuola resiste, anche qui. Nonostante tutto. Chissà perché. Forse perché è l’ultimo momento in cui siamo davvero lucidi. E vivi. Poi diventiamo adulti.
E poi ci sono lettere che scrive l’incisore di Francoforte al suo maestro e mentore, la Coreografia del presente di allora, che per noi è già passato – il Tempo, il Tempo è un gran casino sempre ci dice Giacopini, hai voglia a provare a dare ordine – “Roma sprofonda” intanto anche nel 2032 “Dopo il GRANDE INCIDENTE peggio, naturale. Esistono mappe del rischio, carte, atlanti. C’è una specie di catasto degli abissi potenziali” ed è un viaggio nel viaggio letterario farsi travolgere dalla piena di parole-onda, tutte connesse, tutte distanziate e che seguono un loro (interno) filo rosso d’Arianna, solo lei saprebbe uscire dal labirinto del mostro, solo che è rimasto solo l’uomo a non capirlo. Che siamo noi la guerra.