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Cultural studies

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È emblematico che per iniziare, introdurre, un discorso sugli Studi culturali si parta da Jean-Francois Lyotard, dalla sua affermazione che esista, prima della cultura, la Storia (la grande matrice) e le storie (i piccoli anfratti che di quella matrice aprono e chiudono istanti singoli che, nella loro somma maggiore del totale, la raccontano – e qui viene in mente un altro nome francese, quello della scrittrice Maylis De Kerangal con il suo romanzo Riparare i viventi, Feltrinelli ndr).
Il saggio Introduzione ai Cultural Studies (Carocci, 19 Euro) a cura di Nicoletta Vallorani – docente, studiosa, scrittrice, premio Urania – nelle intenzioni dell’editore vuole essere una box of tools per chi si voglia avvicinare alla tradizione inglese, angloamericana e anglofona. Ciò che emerge però, piuttosto, è una lettura immersiva in alcuni degli aspetti della contemporaneità che maggiormente ci sfuggono, o sui quali più ampio si sta ponendo il dibattito del presente: il Tempo, il ruolo del potere, del linguaggio, del genere nella sua doppia declinazione di gender e di letteratura.

Diviso in sezioni, Cultural studies (premessa di Carlo Pagetti, mentore di Vallorani) è un compendio vario che dall’analisi del contesto – con/text – passa attraverso George Orwell a definire innanzi tutto il concetto di studi culturali come “a tendency, across the disciplines” e così tutto diviene sconfinamento, mediazione, contaminazione, attraversamento.
Se l’insegnamento, e dunque la questione dell’alfabetizzazione, negli anni Sessanta riguardava la working class e la mediazione con l’ideologia borghese dominante, il materialismo culturale ha permesso di comprendere che le pratiche sociali sono le uniche attraverso le quali si può operare il cambiamento sugli stili di vita, questione piuttosto rilevante ai tempi del negazionismo climatico e della necessità di una revisione del sistema capitale/prodotto/produzione.
Attraverso le “parole dal carcere” di Antonio Gramsci, la riflessione di Vallorani&Co., il volume ci accompagna nella necessità della nostra epoca di “impadronirsi delle parole” per operare quel cambiamento che tutti attendiamo (inversione del trend, della crisi, fuoriuscita dalla stagnazione, dal giogo delle tasse e della Finanza ndr).
In questo senso è il linguaggio dunque a poter operare l’inversione, attraverso quella cultura che non è altro che “representational system” che sintetizza, da un lato la contemporaneità delle classi, dall’altro la frammentazione della società.
Ed è qui che il volume getta una delle idee più interessanti, per l’uomo del III Millennio: il passaggio dalla Social Information – la centrale questione delle informazioni nei media, i social network, le fake news – alla Social Formation.

L’analisi di Cultural Studies permette di ragionare, focalizzare forse la variabile più contemporanea della nostra contemporaneità, il Tempo: il presente riletto attraverso Shakespeare parla di colonialismi, di potere e circoli del potere (Foucault), il discourse come linguaggio e pratica (“Qualsiasi messaggio può assumere la valenza di discorso se lo si analizza tenendo conto in modo prioritario dei campi di forza che ne regolano la produzione, dei vincoli ai quali sottostà, dei punti di vista che lo orientano, degli obiettivi comunicativi dai quali è mosso” si legge a pag.51, con un chiaro richiamo al Thomas Kuhn e al suo testo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche ndr).
Se “idea” dunque è vedere/conoscere, gli studi culturali partono da un assunto semiotico, un corpus in cui è al lettore che si dà l’autentica lettura del testo, è a noi che spetta l’esperienza della lettura del nostro tempo. Ed è qui che si inserisce il confine tra le idee, l’individuo, l’idea socialmente costituita, l’incrocio tra queste istanze, è la loro simultaneità a esprimere la realtà, questo oggetto claudicante.

Da Gramsci a Ian McEwan, il testo passa in rassegna potere ed egemonia, tracciando un solco tra le imposizioni culturali che subiamo, “every sign is ideological”, a opera del Potere, dell’autorità, ragionando sulla necessità di un ritorno alla formazione del pensiero e dunque all’egemonia, come capacità di un gruppo di assumere la responsabilità del proprio tempo attraverso una mediazione culturale, che passi dalla condivisione e dall’autorevolezza.
Nell’epoca degli uomini che odiano le donne – il ruolo oggetto della donna nell’Islam estremo ed estremista, nella Russia di Putin, nella Turchia sultanato di Erdogan, negli Stati Uniti di Trump – la questione sul gender è relativa al sesso degli individui che popolano la Terra oggi, ma di più è una questione culturale (Foucault), poiché come scriveva Simone De Beauvoir “Donne non si nasce. Lo si diventa”.
Per comprendere la Storia occorre imparare a narrare le storie, non esiste un presente senza narrazione del presente. Così nel testo di Vallorani emergono le narrazioni di Angela Carter, Jeannette Winterson, il corpo come “soglia” come ente di comunicazione tra lo spazio dentro e lo spazio fuori.

Nell’ultima parte il testo affronta altri residui del nostro MMM mondo mediatico meticcio: la graphic novel – dalla nascita del supereroe, 1938, Superman alla distopia, ma non troppo, di V for Vendetta, il mondo di noi “Apocallittici e integrati” – la musica come confine (Walter Benjamin) e la connessa sfida del linguaggio. E, con un’altra utile sintesi, il passaggio dall’audible future all’audience present, ovvero di come la rinascita delle serie (“TV or not TV”) sia in parte dovuta alla constatazione di un mondo nuovo in cui viene ormai data per scontata la scrittura collettiva del presente – noi, i nostri pensieri in Rete, il mainstream – il Reale come somma della collettività, che opera l’emersione della fiction al mondo (i nostri pensieri, i nostri preconcetti, le nostre informazioni, ciò che sappiamo o presumiamo di sapere del mondo) tutto crea personaggi, identità, fantasmi da far uscire dalla nebbia.