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Cento anni d’Italia nel libro d’azienda della Tamini

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Tenacia, lungimiranza strategica, conoscenza del mercato quasi empatica, così si dura nel tempo. E’ la sostanza quasi shakespeariana che emerge da Il cammino del vecchio leone. Cento anni di Tamini un’eccellenza italiana di Erika Dellacasa (Marsilio, 2016). Un libro-racconto che attraverso le gesta di un uomo, Luciano Tamini, narra in realtà un intero Paese. Un libro che è specchio dell’Italia che lavora, delle imprese ai tempi degli entrapreneur, dei progetti che sono sogni e degli uomini che occorrono per realizzarli.
Dagli esordi dell’azienda nel 1916, i primi tentativi artigianali del “fare italiano” – che poi diventerà made in Italy ma solo coi tempi della globalizzazione – che passano per la costruzione di un’identità socio-politica (la ricostruzione dopo la Grande Guerra), i settori meccanici bellici che macinano progresso e virtuosi obiettivi, e poi la grande crisi del ’29, l’Alfa Romeo e la Caproni, i meravigliosi idrovolanti narrati persino dalla poetica di Miyazaki.
I “cento anni” attraversano, sfiorando terra, bassi, come le necessità di un’azienda che è persone e idee radicate e macchinari e uomini, per superare il secondo conflitto mondiale. E poi, finalmente, gli anni Cinquanta, gli anni della ricostruzione che per Tamini iniziano con un aut aut. L’azienda di famiglia capitanata dal padre negli anni della guerra ha subito bombardamenti, la vecchia sede di Milano distrutta ora è stata spostata a Melegnano. I due fratelli di Luciano lo vorrebbero fuori dalla Tamini Costruzioni Elettromeccaniche, lo isolano intimandogli un incarico senza compenso, ma lui resiste (è questa la tenacia): «Per ingannare il tempo – in attesa degli incarichi operativi che alla fine arriveranno – scrive novelle, imbastisce un romanzo e gira filmini a soggetto in 16 millimetri o con una tecnica inno- vativa, il 3D (con tanto di occhialini): «Ricordo che mia zia, amica di Mario Soldati, gli parlava della mia passione e Soldati le rispondeva: “Mandamelo… mandalo qui… chissà!»
Così l’uomo crea alleanze dov’erano spaccature, idea e forza che nel 1959 gli permetteranno di assumere il ruolo di Presidente della società. Entrapreneur vuol dire “intraprenditore” (come nella versione di J.A.Shumpeter) intraprendere che è rischiare, e voglia di navigare mari, in cerca di terra sconosciuta quindi possibile.
Gli anni Sessanta dell’Italia saranno gli anni del più che possibile: dei “bikini atomici”, i foulard à la Grace Kelly, Montecarlo. Le foto in bianco e nero che si trovano all’interno del libro restituiscano immagini di Luciano ma ancora di più dei protagonisti della bella epoca italiana: gli operai davanti ai cancelli delle fabbriche, le linee squadrate delle “nuove” imprese funzionali come la Tamini, estetiche quando non etiche (tra gli anni Cinquanta e Sessanta opereranno gli altri tre visionari entrapreneur, i due Enrico: Mattei e Piaggio, e Adriano Olivetti).
La storia dei “cento anni” attraversa gli anni Settanta e la tragedia del Vajont, quando l’onda si solleva e si schianta su Longarone prima, per poi dilagare nell’opinione pubblica, tra le pieghe di un’Italia che si trova in crisi energetica (lo shock petrolifero del ’73-’74). Ed è qui forse che il libro ritrova le ragioni di una nuova geografia del territorio che si disegna a partire dalle ragioni del lavoro: «Camilla Cederna per l’Espresso nel gennaio del 1959: «Duecentomila immigrati in un raggio di trenta chilometri a nord di Milano (distribuiti fra i comuni di Limbiate, Giussano, Cesano, Maderno, Paderno Dugnano, Bollate e Pero) hanno logicamente sconvolto i lineamenti d’un paesaggio che, fino a pochi anni fa, era ameno e accogliente: vasti pezzi di bosco e di campagna sono stati sostituiti da questi folti agglomerati urbani che, per la minuscola taglia degli edifici, sembrano soltanto villaggi di pigmei. Anche il linguaggio è cambiato nella zona, alla larga cadenza milanese in queste colonie si sono sovrapposti svariati dialetti: il veneto, il bergamasco, il pugliese, il siciliano».
E così va avanti la narrazione: il terremoto degli anni Ottanta e l’edilizia, i rapporti sindacali, le acquisizioni dei nuovi stabilimenti che Tamini compie a Novara, Legnano, persino Valdagno. Il sogno che si amplia e si espande sul territorio, non più solo Lombardia dunque ma anche Veneto. La Tamini che diviene la “Ferrari dei trasformatori” (la lungimiranza strategica).
Nel mondo immaginifico di Luciano Tamini tutto diviene storia e resa di un’idea perseguita, persino la casa a Piantà dove andrà ad abitare, quella casa che vista attraverso gli occhi dell’etnologia raccontano di un uomo slanciato verso il futuro: «Le case» scrive Marc Augé in Ville e tenute. Etnologia della casa di campagna, «si somigliano o si distinguono tra loro proprio come i corpi umani. Snelle, slanciate, tarchiate, massicce: gli aggettivi che servono a descriverle conferiscono loro immediatamente una personalità, come alle silhouette umane, ed è immediata la tentazione, quando ci si mette in testa di parlarne, di leggervi una corrispondenza con i corpi di coloro che ci abitano».
L’ultimo tratto di corsa del libro è l’avvicinamento al presente, il resto sono gli anni Novanta del grunge rock dall’altra parte del mondo e della virata di Luciano Tamini nel mercato dell’elettricità, il momento della Terna l’azienda “nuova”: i trasformatori nel tempo hanno generato la coniugazione del progetto in sostantivo, la trasformazione e la nuova avventura, il mercato elettrico aperto (la terza qualità della triade di cui sopra, l’empatia per ciò che accade, la percezione dell’impresa di intuire il mercato mentre cambia).
Nella Prefazione del libro di Matteo Del Fante, ad di Terna, si legge: «Le statistiche sulle imprese chiuse negli ultimi anni in Italia sono impressionanti: si stima per esempio che nel quinquennio 2008-2013 siano circa centrotrentaquattromila le aziende italiane sopraffatte dalla crisi. Ci sono tante altre imprese che invece iniziano la propria avventura (basti pensare che nel primo trimestre del 2015 sono nate in Italia oltre centoquattordicimila aziende) e altre che si evolvono e sopravvivono, soprattutto grazie all’Export».
Leggere i “cento anni” di Tamini, nel lavoro di Dellacasa, significa indagare il passato e l’oggi, conoscenza che occorre per intuire ciò che accadrà, forse, domani. Una lezione di memoria narrata che dovrebbero leggere in molti, prima di parlare di tecnologia, in questi tempi in cui, più che d’altri termini, occorrerebbe interrogarsi sui concetti di téchne e di come applicarli (non solo come App) alla realtà.