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Il corpo non dimentica

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"Il corpo non dimentica" (Mondadori, Euro 17) di Violetta Bellocchio è un nonfiction narrativa, un "non romanzo" perché frutto di storia vissuta. Esperienza vera, che a un certo punto l'autrice ha deciso di raccontare. Bene o male non importa, è il gioco degli specchi che rende lettori e letti. Parole battute a macchina o tirate fuori da pagine di carta o digitale. Anche se, da qui, come si fa a recensire una vita, bisognerebbe pensare, cosa vuole dire? E chi sono io per farlo? Tutti a guardare il fango nel quale cadono gli altri (!), noi con le nostre certezze schifose e i bei preconcetti pronti per l'occasione… Mi scuserà Violetta Bellocchio se.
"Il corpo non dimentica" scorre veloce, e non certo per facilità. Scivola, in discesa. Va giù tutto d'un colpo, come un buon bicchiere. Di cosa, sta a noi decidere. Sì, perché questa è la storia di una ragazza alcolista, che poi decide di descrivere il crinale sul quale è rotolata, principessa oramai struccata, dopo la festa e dopo l'ultimo rintocco di campane, senza più nemmeno l'illusione che il sogno si possa avverare, con le vesti stracciate, in una favola cattiva di Angela Carter: "E tu, ragazza ubriaca, una che beve, tu sei la tua colpa e la tua vergogna. Una complice e un'aiutante". Il senso, di questo libro, è l'essere niente e nessuno, la dissipazione, il perdere, anche se stessi, e la colpa. Il rossore e la bruciante verità sottocutanea incisa da chissà chi nel corpo e nei pensieri. La colpa, e la vergogna. Di cui si è complici e aiutanti. Perché non c'è mai niente da vergognarsi, nell'essere umani. Traditori. Bugiardi. Ipocriti. Ladri. Vendicatori… Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Eppure. Bellocchio, guarda, e si guarda. Chissà chi le avrà detto di vergognarsi? Il codice morale ed etico della Sacra Famiglia. Status e Stato. Le regole del buon vivere borghese, erede romanzato, vita d'appendice coltivata nei giardini di ville da ricchi, scale in marmo, e spasimanti di buona famiglia. Figlie allevate come fiori, sbocciate solo per essere strappate, recise per nutrire il codice dell'apparenza e della cortesia.
E' un libro che parla della metà che è in ognuno di noi, e che bisognerebbe farlo con riguardo per una delle storie di ciò che siamo, mentre il mercato di solito fagocita storie solo per voyeurismo distaccato, per assaggiare innocuamente emozioni terze che possano ferire ma non troppo, è stata coraggiosa Bellocchio, ma del resto le storie sono questo, anche, un compromesso con la propria volontà di tenere per sé tutto il male. "L'altra metà … è tirarsi una coltellata in pancia ogni giorno. A me piaceva". Solo che a volte hai bisogno di parlarne.
Un libro denso di immagini. "Ma dall'altro lato: ventitré, nuda. Ragazza. Ne esiste solo una di questa foto…" tutto parte dalla crisi di identità, quell'individuo che non esiste se non attraverso il proprio corpo. Bellocchio indaga i tre anni che non ricorda, quelli tra i 25 e i 28 (l'autrice è del '77). L'analista che la accompagna nel viaggio, Meredith (nome alterato, che a chi scrive ricorda quello della protagonista di "Grey's Anatomy" chissà… ndr) non è mentore, nel viaggio, ma traccia. Aiuta l'eroe a mettere post-it nella sua vita, a dare un nome alle cose, 'ché così si dà nome al mondo e, forse, di rimbalzo, anche a se stessi. Siamo tutti Alice, ma senza mondo delle meraviglie.
Anche il lavoro, i libri, le collaborazioni con i giornali con cui Bellocchio ha lavorato. Tutto inutile. Come Hansel e Gretel, a diffondere briciole di pane secco, per ritrovare la strada di casa, invece di perdersi nel bosco della strega "Tutto … l'ho fatto con una voce in testa che mi ripeteva quanto sono brutta, e stupida, e sporca, e superficiale, e inutile, e una puttana, e quanto devo vergognarmi di tutto tutto tutto". La vergogna, di tutto. Ed è tutto lì. Tutto. Ma tutto cosa?
Ed è una storia normale, di piccole persone che crescono "La prima volta che ho bevuto senza la supervisione di un adulto è stata a quindici anni. La prima volta che ho bevuto fino a crollare a terra è stata a diciassette … al secondo anno di Università, bere… è diventato un lavoro". E "c'era sempre un momento, in quella "ora magica",… di avere i migliori abiti da scena dipinti addosso, e passi precisi" una donna condannata, sola in mezzo a moltitudini: rapporti, famiglie, amici e presunti tali. Gli abiti migliori per la fine. Il corpo preraffaellita di una ragazza che affiora sulla superficie di una pozza stagnante (l'intorno), Ophelia. "Il 15 gennaio 2006 ho iniziato il mio 'recupero' con una seduta di Alcolisti Anonimi… diagnosi: binge drinker. Bulimica dell'alcol" ingollare per riempire vuoti. Senza scampo. Per Bellocchio, il crinale della dipendenza è un piano inclinato sulla solitudine "Come stiamo, nessuno ce lo chiede mai. A noi chiedete "Stai bene?" Un'autostima proporzionale all'indifferente tracotanza del prossimo, alla sicurezza esibita en passant giusto per occupare il secondo di spazio tra un toast di corsa a pranzo e la sigaretta prima di rientrare nella gabbia degli uffici.
E poi c'è il linguaggio, l'arte dell'autoinganno "Parlavo già al passato (della dipendenza ndr) perché sono un mostro". E invece gli insulti contro se stessi, Bellocchio li usa al presente, indicativo delle ombre che non riesci a smontare, del buio dal quale non esci mai veramente ma solo impari a riconoscerlo, ad accarezzarlo, a fissare bene dei punti che non ti facciano più sbandare. Forse. Ma anche il forse è parte della salvezza. Forse. Forse… Perché il passato è terra di scavo, ed è tutto lì, e non sai cosa tirerai fuori, se giace sepolta cenere o convenzioni. C'erano donne che nel passato venivano bollate come "streghe" perché semplicemente volteggiavano tra i campi, a respirare aria, mano nella mano. Finivano arse vive, i chiodi conficcati nella carne, per trovare il punto del diavolo. La libertà, questo abominio per la società. Diversi. "Intenso è l'aggettivo numero uno che usa chi mi guarda e decifra la mia (inesistente) personalità… Il secondo è inquieta. Qualcuno li butta lì come sostituto di femmina."
"Sei anni sobria e le cicatrici. Sei anni sobria e la schiena nuda." Bellocchio mette a nudo la favola che ti inculcano (con la "c" ma solo per caso ndr) da bambina, nel bel mondo dorato degli orchi travestiti da principi azzurri. Idea malsana di doversi far salvare. Meredith, l'improbabile nome da "nonfiction narrativa" usato dall'autrice per chiamare la sua analista, direbbe che, cosa si è disposti a fare per salvarsi? Pazzia, distorsione, ansia, inadeguatezza.
E poi c'è Lei, Lei. Come la chiama Bellocchio, l'altra da sé. Sé. E non c'è Darth Vader né Anakin Skywalker. Ci sono giorni, a tentare di vivere, a scovare verità, da qualche parte. Da qualsiasi parte. La verità, quella singola e minore, che non ha ali né epifanie. Che è, e basta. Il lato oscuro che non dà tregua finché non lo dissotterri, come le asce di guerra. Ossa della propria umanità. 
E poi ancora Me-re-dith. Un'altra parte, un'altra Me-tà. Che Bellocchio racconta come pane, nel profumo della pietra d'estate. Tracce di una realtà
degli oggetti, materica, di cura se non per sé almeno per le cose. Le cose piccole. Di quando eravamo piccoli.
Ed è pieno di luoghi, "Il corpo non dimentica". Milano Zurigo Roma Berlino Londra Pavia motel hotel appartamenti chissà dove periferie Parioli di tutto il mondo ospedali strade dove cadere faccia a terra prive di sensi Polaroid. Luoghi. Pugni allo stomaco. Il trauma risiede nei luoghi dove eravamo e dove siamo stati ma non ne abbiamo consapevole memoria. "Il trauma è un livido", dice Bellocchio. Un fantasma. Una macchia nera sfocata per insipienza di chi non l'ha visto prima. Eppure. Il viaggio di Violetta è aria dopo l'uragano, i conati ancora nello stomaco per il disastro e la velocità. In mezzo, le parole e la Neuropsichiatria.
E' così che attacca le cose, Bellocchio, disarmata, sopravvissuta. Fantasmi, dunque. Cose dimenticate che ci parlano da angoli insospettati, dimenticati, voluti dimenticare, ma che gettano ombra e disagio – è la colpa. La … vergogna – sui giorni. I fantasmi che siamo noi stessi, crescendo, sembra dirci l'autrice, nel modo in cui ci autoinganniamo, ed elaboriamo false immagini di noi stessi da dare in pasto agli altri. Perché? C'è sempre un'unica domanda che le racchiude tutte. E non basta. Nè la domanda. Nè la risposta. Non basta a chi vuole verità. Anche per questo si impazzisce.
Ne "Il corpo non dimentica" (come per Feuerbach, in un certo senso) Bellocchio e l'analista M, in questo viaggio ci danno peso e misura della verità. Un programma di 4 settimane di sola verità. Come esercizio. Fitto. Con precisione. Niente svago. Solo dedizione. Abituarsi alla verità. Educarsi, dunque portare per mano. Portarsi per mano. Verità. Senza altro intorno. Cosa c'è dietro? "Non voltarti".
Ogni passo in più nel cammino di Hansel e Gretel, un passo in avanti sul sentiero della verità. Qualsiasi essa sia. Il primo passo per Bellocchio è consegnarsi. Vinti. Il primo passo per l'eroe non è vincere. E' sapere di avere già perso. Pronti davvero. Perché non c'è ricompensa. Se non una piccola frattura nel muro che ci distanzia dal mondo. Una crepa attraverso la quale possiamo ricominciare a vedere, e sentire, "davvero", le cose. E non è un caso se, per darsi tempo per la verità, Violetta si "rifugi" (il rifugio, il sottoscala, noi da bambini, il nostro parlare con gli amici immaginari, tutto normale tutto "normale" e poi?) nella casa in Val Trebbia di suo padre, il suo vecchio di 70 anni, un bagno senza doccia, i capelli da lavare in ginocchio con la testa china in avanti, reminiscenze di campagna e vita più facile. Ma la vita non è facile.
Da qui in poi, il libro di Violetta Bellocchio diviene numero e passi. Ogni giorno che segna il passaggio, l'attraversamento delle fasi, è riportato diligentemente, come "Meredith-che-sa" le ha chiesto.
L'educazione alla verità dell'eroina di Bellocchio si struttura, così, in 28 giorni 28 racconti 28 parole-chiave 28 immagini: 1) Giorno Uno: Inizio ("i miei genitori scelgono il giudizio", giallo, la solitudine); Giorno Due: Inizio bis ("vero", stavolta: il senso di inadeguatezza, il click, la spietata implacabile coscienza di sentirsi brutti e ridicoli); 3) Giorno Tre: Metodo ("…nello specchio del bagno del Ministry of Sound e toccavo il mio riflesso nello specchio mentre ripetevo sei la più bella bambina, sei la più bella bambina e al collo avevo i diamanti finti; e quindi tu che fai, il tu impersonale che tutti siamo: "Non mi piaccio quando bevo" e allora se non mi piaccio, siccome non piaccio a nessuno, per ripicca bevo di più così posso fare ancora più schifo – soluzione 1 auto-distruttiva; oppure faccio schifo – soluzione 2 "quindi avete ragione"); e il resto continua così, parole e cenni di oggetti e film e trucchi (alcuni per sopravvivere), e poi una spirale un vortice di dimenticanze che si chiamano in modi diversi ma sono tutti lo stesso buco nero: Heineken, Vov, Amaro Averna, vodka, una due tre quattro, "Comprare da bere due volte nello stesso posto nello stesso giorno vuol dire che poi ti riconoscono", Trebbiano l'Amaro del Carabiniere (!) e poi Long Island Cuba Libre Red Bull happy hour …
E' il vuoto quello che ti rendono i giorni, come quelli che rendi quando bevi che ti dimentichi persino. Il vuoto a rendere dei giorni, accatastato come bottiglie di vetro da portar via. Alla raccolta del vetro, lo stesso che serve per tagliare. Via, pezzi di sé.
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Ed è qui il libro di Bellocchio, nell'immagine da sezionare, nello sguardo che tenta di cancellare e non può. Non si può fingere di amare, ed essere amati mentre dentro pensi che schifo che schifo che schifo che schifo, e forse per le donne è diverso ma anche per gli uomini è così, almeno su certe cose, in fondo siamo solo persone. Tutti, nel senso, a prescindere dal genere. Fingere non si può più, sembra dire la protagonista se stessa Violetta Bellocchio attraverso queste 274 fottute pagine di carta vetrata, come ad abradere sporco da pelle, a scrostare lembi, tanto per. "Evitare gli specchi, evitare le superfici lucide, ma a volte c'è il mio riflesso nella porta… e allora trattengo il fiato".
E poi, e ancora, i "bravi ragazzi" che non sono per le Bellocchio di nessuna latitudine. L'amore immaginato, allora, inventato solo per non sentirsi sole. Storie raccontate alle quali si finisce persino per credere, con il lieto fine, che cambia di volta in volta. Fino a che ci credi sul serio. Illusioni. Strappi su un vestito, la trasandata maschera del Joker di Heath Ledger che sorride con il rossetto sbavato, misto impuro alla scellerata Marylee Hadley, il personaggio interpretato da Lauren Bacall nel film Come le foglie al vento. Gli squarci che si allargano sui tessuti, seta o cotone non importa, come fossero lembi di identità, autodistruttivamente, esibita. E' un libro blackout quello di Bellocchio, anche claustrofobico situazionale, e tormentato, bello come potrebbe essere sentirsi speciali o come può essere un libro che abbia in sé tecnica ed estetica, e torce lo stomaco davvero, che la forza delle storie è lì, se le hai dentro, è allora che vibra, potente, sottocutanea. Vacuità. Contro questo è la testa contro il muro di Violetta. E dalla distanza, da quel vuoto che Bellocchio sta dritta, in piedi, senza impietosirsi, senza raccontarsi più storie, e ci consegna la sua di storia. La sua verità. Il resto è… beh, il resto ve lo leggete.