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fast4ward puntata 1: mammooth

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si ringrazia Federico Di Giambattista per la professionalità

Quale è il messaggio? What
a mess
, cantano i Mammooth. Esce oggi il nuovo cd Back
In Gum Palace
(ascolta sul MySpace – realizzato presso Forward
Music
a Roma, uno dei migliori studi di registrazione europei ndr) – dopo l’album auto-prodotto Raining Mammooth e il live@Enzimi, progetto nato dalla
collaborazione con l’attore Claudio Santamaria alla tromba.
I Mammooth sono un
collettivo “aperto” dalla cui affinità nasce una straordinaria capacità visuale,
che sconfina ben oltre i linguaggi della musica: negli anni molte le
collaborazioni con video-artisti, le creazioni innovative (un sito a sviluppo
orizzontale), la realizzazione di colonne sonore: Sandrine nella pioggia (film di Tonino Zangardi con
Adriano Giannini, Alessandro Haber, Monica Guerritore e Sara Forestier) e Polvere di Massimiliano D'Epiro e Danilo
Proietti.
Il gruppo: Riccardo Bertini alla voce, Fabio Sabatini ai
synth, Luca Marinacci alla batteria, Roberto Mastrantoni alla chitarra, Joy
Angelini al basso.
La musica dei Mammooth, dice Bertini, «è un parco con molti
alberi, una serra con tanti elementi, un “giardino sonoro”. Il nostro è un suono
moderno e postmoderno, che raccoglie le novità tecnologiche (come Ableton un software per campionare loop
ai concerti), il suono anni 70, i synth, e li converte in una “pasta sonora”».
I testi di Bertini sono in inglese. La musica dei Mammooth –
definiti da Rockerilla «il più grande
gruppo post-rock italiano» – è a tratti epica, micro venature grunge che
spiccano suono, incastrano perfetti equilibri tra indie ed elettronica.
La band,
racconta Bertini «proveniamo tutti da Aurelio, un quartiere abitato dalla
piccola borghesia romana. Nel 1997 abbiamo occupato “con tacito assenso” un
casale, dove abbiamo suonato per un paio d’anni. Queste idee sono diventate i Mammooth».

Mammooth

guarda il video



Mammooth 2

L’intelligenza della contaminazione. «Dalla collaborazione
con altri artisti sono nati i nostri art
work
più innovativi, gli oggetti di design e la comunicazione più
efficace».
Il live. «Per alcuni l’avvento dell’elettronica ha
significato fare musica con un laptop, per noi no. È fondamentale l’interazione
con il pubblico, intendiamo lo spettacolo come esperienza catartica. A un certo
punto anche l’anima dei live è stata rapinata da logiche commerciali, una
spettacolarizzazione fine a nulla e non più rappresentativa, una “forma” il più
velocemente assimilabile dalla massa, azione che prima decideva il mito…e ora
il commercio». E poi «negli ultimi 4-5 anni si vendono pochi cd e i live
diventano così l’unico momento di sostegno per l’artista».
Il mercato. «Non credo – interviene Sabatini – si possa
parlare di epoche musicali avulse dai contesti. Rispetto a qualche anno fa
oggi, forse, è variata l’utenza e c’è stato un cambio di paradigma, ma non è mutato
nulla: prima si faceva business sugli artisti di successo, lo sfruttamento era
sulla sostanza e sulla qualità, alla fine degli anni 70-80 ci si è resi conto
che il messaggio do it yourself del punk
apriva all’ipotesi che chiunque potesse realizzare opere d’arte. In quel
momento l’industria si è appropriata dei processi creativi, quando la logica
commerciale si è sostituita alla logica del fare».
Mercato e tecnologia. Per Bertini: «Stiamo assistendo alla
democratizzazione della comunicazione (delle proprie emozioni). Da un lato con
un “pacchetto Mac” oggi puoi produrre musica, ed è un bene. Si è perso però un
livello intermedio, il livello di giudizio: nel confronto con l’Industria, l’artista
capiva dove lavorare». Per Sabatini: «Tutto è tecnologia, anche la chitarra e il
pianoforte: si chiamano “strumenti”, e l’uomo per evolvere in qualche modo ha dovuto
sempre crearli. La differenza poi sta nel fatto che io ami la tecnologia e la odi:
sono io che mi blocco o sblocco, quello che possiamo definire il “danno
collaterale” della tecnologia». Non hanno dubbi. «Il supporto di questo tempo tecnologico…
si tornerà al vinile: il mercato ha bisogno di specificità, si vende poco e
agli appassionati».
Creare e produrre: «In questo lavoro – dice Bertini – il
centro di tutto è l’artista, bisogna capire come comunicarlo: nella vita di
tutti i giorni, noi non siamo solo una band ma anche producer, questo fa la differenza
perché da questa dualità ti abitui dare forma “totale” alla musica».
Società e spettacolo. «Nella società dello spettacolo il
pubblico è oggetto (guarda prodotti) e soggetto (sceglie prodotti) del successo,
ma in questa logica non si capisce il “corto circuito”: come fa un artista a
emergere e quali sono, oggi, i canali?».
Il successo mediatico? «Non vorremmo mai, per arrivare in
radio o in TV, praticare un processo di demineralizzazione della nostra acqua
musicale, produrre insomma un distillato insapore buono solo per il mercato».
Gruppi preferiti, pensa Sabatini: «Massive Attack per la capacità
di creare pezzi immuni all’usura tempo; Radiohead per l’eleganza eclettica e la
capacità di rinnovare, di essere contemporanei; gli Air per l’eleganza; e poi: Chemical
Brothers; Dj Shadow; American Music Club di Marc Eitzel; Pink Floyd; il krautrock; Mogwai».
La filosofia del gruppo. «Il tempo di distanza e i feedback per una canzone sono fondamentali: una
volta che hai finito un pezzo, solo il distacco ti permette di capire se quella
canzone funziona, così puoi renderla “libera”. Come fa Bob Dylan! Che cambia sempre
i suoi pezzi. Così la musica vivrà per sempre, nell’esigenza della modifica. Del
resto, diceva Samuel Beckett che il compito dell’artista è fail better: visto che il mondo è imperfetto e l’arte tende alla
perfezione, si può solo fallire. Almeno, allora, facciamolo al meglio
possibile!».