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“La festa nera” di Violetta Bellocchio

La festa nera
La festa nera

C’è del marcio.
Non (solo) in Danimarca.
Essere destinati a una fine tanto banale quanto inquadrabile.
E se il mondo finisse.
E l’unica testimonianza attendibile fossero le riprese fatte da uno sparuto gruppo di adolescenti sopravvissuti.
E se il mondo finisse.
E rimanesse solo da chiedersi, dove sono finiti tutti. La strada. Senza senso. Senza meta, direzione. Stanchezza svogliata. Solitudini in transito casuale.
Dove sono finiti tutti? Ripetuto in maniera ossessiva. Ossessione. Senza compulsione.
E se riprendessimo il vuoto, un’inquadratura perfetta, lo faremmo per chi?
Le immagini hanno tutto il potere. E’ la prima frase de “La festa nera” (Chiarelettere, euro 15) nuovo romanzo di Violetta Bellocchio, classe 1977, editor, giornalista, scrittrice.
Finiti i giorni del mondo, gli istanti condivisi, le corse in macchina. Arrivati qui, esattamente ora, la società, i rapporti, il dolore, la noia agonia dei giorni, senza dibattersi nemmeno più, a scartavetrare ore, minuti, secondi.
Nessuna vita è bella quanto sembra, nessuna vita è brutta quanto sembra.
C’è del marcio. Una domanda di superficie. Che continua ad abbaiare, mordere, in questo sabba post-apocalittico, post-mediatico, trans-umano.
Io.
Io?
Io chi.
Io narrativo, io egocentrico, io, dio, senza speranza appena un soffio che tenga in vita.
Il post-tempo futuro, pagato in anticipo a un presente che si è distrutto. L’atomica, il virus, gli alieni, un cancro corrompente, nero, oscuro. La fine, l’inizio, l’inizio della fine, la fine la fine la fine, ripetuto banalmente, quasi fosse un simil-episodio da mandare in onda invece della vita.
Prendi una pastiglia e comincia a lavorare sulla prossima storia, perché non interessa a nessuno quanto eri bravo l’anno scorso.
La distopia di cui parla Bellocchio non è tanto, o non solo, nel vortice arrugginito delle carcasse d’auto, nell’ambientazione fatta di acqua minerale, rossetto, biro, acchiappasogni, cioccolato, smartphone, soldi buttati via, “ciancicati”, macello, lo slang onomatopeico – ba-da-boom – che accompagna i giorni alla deriva dei Tre dell’Apocalisse  rimasti in vita tra le macerie del mondo. Misha, Nicola, Ali. Che vagano verso il mondo sopravvissuto.
La scrittura di Bellocchio non ha virgolette, flusso catodico al resto di niente. Pensieri, descrizioni, parole persone omissioni senza colpe. Gli eroi derelitti della festa buia non hanno niente, credono in niente. Senza superpoteri come andrebbe di moda, sembrano leggenda tragicomica, spaventati non-guerrieri. Il flusso degli accadimenti attaccato a un presente presente, perfetto, riprendibile, da convertire in formato e file. Il tempo inesistente, a cauterizzare la crepa della mancanza, le ferite come unica traccia che siamo vivi.
Tre reporter in un post-domani, post-comtemporaneo, post-moderno. E una spianata di polvere di ferro all’orizzonte.
L’autrice costruisce una storia decostruita, interrogandosi anche sul ruolo dei media, domani.
Domani quando. Domani cosa. Domani.
Non esiste domani, in culo a Rossella O’Hara e a tutte le versioni mielosamente ottimiste del genere umano. Che tanto per fortuna si sta sterminando da solo.
Cattiva. Cattiva, cinica e cattiva. “Ragazze cattive” che sterminano tutti. Fatalmente. Non se ne può più dei pensieri rassicuranti. Del bon ton mascherato da like nella noiosa noiosa noiosa poco studiata epoca contemporanea. Presente futuro. Ossimoro in cui viviamo. Non si chiama più contemporaneità, ci dice Bellocchio. Si chiama simultaneità. E il nostro ruolo allora non è più altro che trovare un varco nel quale infilarci.
Nel mondo post-apocalittico della festa nera, il richiamo delle sirene disperante dei protagonisti ci lascia intravedere il Nulla nel quale siamo arrivati. Tutti, proni, chini alla festa mediatica. Vendere tutto, per un like. Vendere tutto, mia madre appena due lacrime da versare in diretta, primo piano stretto sul dolore esibito. Una società di guardoni, voyeur più elegante. Mentre tutto scorre. Persino la fine del mondo: Comunque sia, un numero sempre più alto di persone come voi sta cercando una via d’uscita nel (pausa: sospiro) tornare alla terra, voltare le spalle al mondo civilizzato, e trasferirsi all’interno di quelle che i diretti interessati chiamano comunità.
E sembra allora di rileggere la soluzione finale del saggio-cult L’Insurrection qui vient (la Fabrique, 2007) del Comité invisible, rivolta sociale e analisi decostruzionista delle città, aggregati disuniti di un mondo impietosamente condannato all’esplosione. Come nel film che precedette le rivolte nelle banlieue, La Haine: “Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Il problema non è la caduta.” Ma l’atterraggio sembra suggerire in filigrana anche questa figlia di Milano con la sua favola dark: ma Milano di quale tempo, di quale pianeta: ucronie, realtà alternative, il nostro “io” replicato. Subito dopo una molotov viene lanciata dall’inquadratura fuori campo a incendiare il pianeta. E i suoi fottuti abitanti. Tutti in qualche modo periferici, come le periferiche usb, esistenze banlieue smaniose di entrare “in campo”, ma tanto siamo tutti condannati all’obsolescenza. Stacco musicale di Bob Marley, e titoli di testa.

Il romanzo di Bellocchio è ferocia ruvida trasmutata in parole, carta vetrata per dirla à la Baricco che faceva il blurb al primo Destroy di un’altra ragazza cattiva, Isabella Santacroce.
La statale 45 collega Piacenza a Genova (ma è tutto scomparso qui, è tutto nebbia, effimero, sogno, ovatta ndr). Il territorio conosciuto come Val Trebbia, un tempo sede di fricchettonaggio andante a vari livelli, ospita le cinque comunità che stiamo per visitare. Non sappiamo cosa ci aspetta e non sappiamo chi incontreremo. Sappiamo solo che ci conviene tenere la mente aperta, se vogliamo arrivare alla fine del nostro viaggio senza farci troncare le braccia e gambe durante un’antica cerimonia di purificazione. Perché tanto, miei piccoli panda, questa roba esiste. E sinceramente? In questo momento? Se qualcuno alla fine mi ammazza alla fine del film? Sono quasi sicura che non me ne frega un cazzo. (Pausa: si morde le labbra).
Bellocchio infila il dito nella piaga. E’ vero. Non ce ne frega un. Il climate change? Non esiste, lo dice anche Trump. I ragazzini che muoiono sulle spiagge, ma sì gli facciano una statua e poi tutti a lavarsi la coscienza nei mari pieni zeppi zeppi di tappi di plastica e assorbenti, tanto ci sono quei coglioni che invece di pensare a comprare comprare smartphone macchine diesel inquinanti, fanno le menate, radical chic –  visto come siamo sul pezzo?, direbbero i personaggi unpolitically correct della festa nera – intellettuali naïf che non sanno come va il mondo e gli immigrati sì ma insomma devono venire in aereo sennò che cazzo me ne frega non se ne potrebbero stare a casa loro? Come non esistesse la previous accumulation, e l’Occidente fosse esente da colpe, e insomma di acqua sotto i ponti ne è passata (anche quello di Sindona). E’ un tempo glitter e di chiacchiere superficiali.
Questo di Bellocchio è romanzo post-apocalittico un mantra distopico, diasporico, scinde noi, l’atomo in cui ci siamo rinchiusi. Ed è un libro-denuncia sulle nostre ineleganti incompetenze quotidiane. La cialtroneria a cui ci stiamo condannando. Con un linguaggio superficiale che allora, Wittgenstein docet, mette in forma un mondo superficiale. Plastica siete e plastica produrrete. E riciclerete e diverrete. Amen. In un ciclo economico che esiste da sempre. Il neo-mondo social. Gli amici, la fine del mondo e tutto il resto. Il nuovo Mad Max. Fury road. Immagini dritte per una storia dritta su strade dritte, avanti e indietro fast forward e rewind, che non portano da nessuna parte.
Quindi, se volete guardarmi morire, statemi dietro. (…) Tu non sei malata, dice, come uno sputo. Tu sei quella di YouTube.
15 minuti di celebrità.
Sotto una tettoia verde, un poster del circo Folloni. (…) La penultima epidemia di meningite ha pestato duro su questa zona (…) Un autobus celeste garantisce il trasporto ai pellegrini, una volta al giorno, ma arriva solo fino a Bobbio, con l’ultimo ospedale nel raggio di duecento chilometri.
La fine del mondo a Bobbio, chi l’avrebbe detto non sarebbe iniziata a New York, Connecticut, Londra, Mumbay. Ed è questo un altro snodo, principio e fine che regolamenta i confini resi estesi dalla scrittura di Violetta Bellocchio. Puntare il dito sul fatto che, sì il brutto c’è ma che vuol dire, è estate, ho lo spray solare.
Siamo immortali come i nostri dati su Internet.
Una doccia fredda qualcuno ce la doveva pur costringere a fare.
La festa è finita. Andate in pace.