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Dentro c’è una strada per Parigi

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E’ il metaforico titolo del romanzo d’esordio di Novita Amadei (Neri Pozza, Euro 16), arrivato secondo alla prima edizione del Premio Neri Pozza 2013.
Dentro c’è una strada per Parigi è un libro prezioso, composto, e come avrebbe detto Jeff Buckley dotato di grace  quell’evanescente stato che a volte raggiunge gli oggetti, racchiuso dalla parola, “aggraziato”.
La storia di Martha, sua figlia Eline, di Adèle l’anziana signora che abita nel loro stesso palazzo. Di Jacob, il fotografo svedese dal quale Martha inizia a fare le pulizie (necessità di recuperare dopo un divorzio, disoccupazione, i piccoli grandi crucci che si sedimentano sullo sguardo di ognuno). E Sébastien, il figlio di Adèle.
Storie e intrecci che si toccano lievi. Sono personaggi che apprezzano la solitudine, quelli di Amadei, che ne percepiscono sottigliezza, che sia filtrata da un’abat-jour o dal respiro vaporoso di una stanza, nel pulviscolo dei minuti che passano: “Il vapore saliva breve dalla tazza, la teneva con le due mani, gli occhi confusi (…) Da quando era disoccupata aveva preso l’abitudine di fare colazione dopo aver accompagnato Eline a scuola, un modo come un altro per ritardare l’inizio della giornata, un secondo risveglio da sola, con le calze ai piedi e le briciole dei biscotti di Eline sul tavolo (…) nel silenzio del tè che annerisce, del vapore che si dissolve, di tutte quelle ore da aspettare (…) Si sentiva arrendevole come le mattine fuori, mattine di poche foglie sugli alberi e di luce lenta”.
Il testo di Amadei scorre veloce, preciso, lo stile asciutto eppure poetico, sul filo rosso che congiunge sillabe a senso, e che a volte parla la lingua del perdono, di una religiosità di gesti, poiché l’etimo racconta il mondo, e re-ligo  è legare le cose.
Il senso del titolo Dentro c’è una strada per Parigi  proviene dal piccolo linguaggio di Eline, ed è storia di rapporti e vita delicata, di madri e bambine che si tengano per mano sulle strade dei giorni, nei piccoli gesti che schiudono mondi: “Se ne andavano al parco e a zonzo per il quartiere recitando filastrocche, cantando e rientrando col pane dell’ultima sfornata. “Mi dai un bacio?” “Si sono rotti”… Amadei inventa un mondo abitato da creature gentili, utilizza lemmi del cuore mai di troppo, piuttosto lo stile dell’autrice rivela cura e attenzione per le cose, gli oggetti come le frasi, le emozioni ci sono eppure nell’intensità non si svelano mai del tutto, raccolte, trattenute, le onde dentro dei personaggi del romanzo filtrano appena, per riserbo, nel rispetto che tocca agli esseri umani, ed è atteggiamento d’antan ancora più estetico in un’autrice esordiente (di mestiere, Novita Amadei si occupa di rifugiati, alla nostra domanda sul legame tra i suoi personaggi esuli e gli esiliati incontrati nella “schiuma dei giorni”, Novita ha avuto il pudore di non rispondere, e anche di questo le siamo grati ndr).
Un libro in cui i personaggi sono se stessi ma anche di più, in qualche modo. Sembra abbiano imparato a mettersi nei panni degli altri – la gentile giustizia di Atticus Finch, il memorabile personaggio di Harper Lee – e lo fanno piano, con un tempo sospeso che non affretta le cose, le scontorna piuttosto per renderle più sfocate, avvolte da una coperta di cotone grezzo, a spicchi di grano, e lievi tracce di malinconia, aggraziate come labbra morbide e composte che parlino parole calme.
Il romanzo di Amadei è fatto di cose piccole e mai da poco, scelte di dignità e minuscoli festeggiamenti. Forse per questo, la narrazione prosegue senza sosta, le pagine scorrono piacevoli come foglie in caduta d’autunno. “C’era una sedia addossata al muro del balcone, il legno era sbiadito dall’acqua e dal sole, stava nel lato dove lo sguardo arrivava più lontano (…) Bastavano solo due piani di scale perché il panorama fosse bagnato da un’altra luce, i passanti più piccoli e le nuvole più nitide. Col nuovo lavoro, aveva guadagnato un balcone minuscolo e le nuvole, nuvole due volte.”
Ed è un libro di incontri e di svelamenti, un romanzo in cui Parigi c’è ma non ingombra mai. Perché chi abita sta, ed è nelle abitudini che svela la dimora, e dunque i suoi pensieri. E’ un linguaggio femminile quello di Amadei – “Aprì con quell’aria preoccupata che hanno le donne quando si preparano di fretta e si sentono in ritardo anche se non lo sono -. Un linguaggio che non conosce orizzonte di lettura, dunque, perché il genere è sensibilità, e sguardo da un lato dello specchio, che poi colma l’intorno solo per completezza. Sono storie di sottrazione, quelle di cui narra l’autrice, “Non ci si può fidare della pioggia”. Di parole e frasi belle perché vere, semplicemente.
Le piccole storie di Amadei, si tramandano a volte attraverso lettere altre per mezzo dei pensieri, ma c’è la cura, una cura rara in questo libro, che è più dell’attenzione, e rasenta la delicatezza nello stile, e tradisce un animo irrequieto ma pacato, al contempo, si immaginano le dita aggraziate dell’autrice battere sui tasti lettere una dietro l’altra a comporre questa storia, un calice di vino rosso poggiato su un tavolino di rovere, il profumo di lilla, la macchia tonda del bicchiere, e fuori la sera umida di Parigi, illuminata dai lampioni llungo la Senna, dove anche le persone hanno l’aspetto “leggermente curvo” dei lampioni.
E poi c’è il riserbo del silenzio prezioso, da dedicare a pochi.  Una scrittura dedicata, che tiene deposito del tempo al tempo, giorni passati al setaccio della memoria. Quando i personaggi liberi di Amadei scoprono tracce del presente nei ricordi non è mai troppo presto, o troppo tardi, è semplicemente tempo. Il tempo fatto di sguardi, dai quali si fugge, ma mai per sempre.
Dentro c’è una strada per Parigi  è libro d’equilibrio, di parole e atti delicati, piccoli come gesti, di persone che si camminino accanto, solo per un poco e che poi, come nei sentieri di montagna, scompaiano, senza chiasso. “Perché le parole si possono dimenticare, le mani no”.